Altri abusi

Non avrò altro dio fuori di me

Novembre 23, 2009 · Lascia un Commento

Pubblichiamo oggi, 23 novembre 2009, un’intervista a Aldo Busi a cura di Ivan Teobaldelli originariamente apparsa su Babilonia n. 56, maggio 1988, a pagine 12, 13 e 14.

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Gli “abusi” di Aldo Busi stanno diventando leggenda e nutrono i cosiddetti mass-media ricevendone il massimo dell’amplificazione. Non si registrava da tempo tanto parlare attorno ai libri ed ai gesti d’uno scrittore che in quattro anni si è imposto in patria e all’estero con rabbiosa fecondità (quattro romanzi tradotti in decine di lingue) e con livelli di vendita impensabili. Un fenomeno che nessun ufficio-stampa avrebbe mai potuto costruire e che nemmeno le provocazioni d’ostentata omosessualità, i giudici impietosi sui “colleghi”, il gusto della polemica, riescono esaurientemente a spiegare.

Ecco “il ritratto dell’autore” in una mite serata di marzo, a Milano, davanti a fave fresche e carciofi ripieni, generosamente disposto a insaporire la conversazione di aneddoti, scazzi e ribalderie.

Domanda: Con “Sodomie in corpo 11” sei primo in classifica nelle vendite. Non si può negare che riesci a scrivere e soprattutto a farti comprare e leggere…

Risposta: È vero. Sono profeta in patria e lascio ad altri la carta del vittimismo (è troppo facile credere di essere un genio semplicemente perché non si vendono i propri libri. Io trovo immorale che un libro non riesca nemmeno a pagarsi le spese di stampa). Io scrivo quello che voglio, non sono censurato né manipolato da editori, partiti, clan mafiosi letterari. Scrivo per urgenza, per necessità interna e la mia ambizione è di fare opere di letteratura al massimo livello dell’arte. Per questo gioco la mia immagine di uomo pubblico, perché il macellaio, la commessa, coartati dalla mia apparizione televisiva, si sentano costretti ad andare a comprare il libro. Preferisco che lo legga una parrucchiera, magari col vocabolario in mano perché abituata a Rakam o, a Grand Hotel, che Geno Pampaloni o qualsiasi altro addetto ai lavori. Io non disprezzo questi lettori come continua a fare quell’imbecille di Bene che chiama parvenus i suoi spettatori, e sono contento di aver strappato una fetta di mercato ai signorotti della letteratura come Sciascia e Moravia. Si sta formando una nuova coscienza di lettore. Chi legge i miei libri non può accontentarsi di Del Giudice o Tabucchi o Castellaneta o Kundera…

D: Ogni mezzo quindi è lecito…

R: Il mio atteggiamento propagandistico è incanalato a far sì che la gente si senta in colpa se non ha comprato e letto Aldo Busi. Io non provoco mai a casaccio. Ho sempre concepito la vita come diretta preparazione, come rappresentazione di me. È sempre stata una concertazione. In TV, ad esempio, quello che negli altri è istinto, volgarità istantanea, in me diventa calcolo. Io sono programmaticamente volgare e dimostro che posso essere cento volte più volgare di loro. C’è sempre in me questa volontà di potenza, diretta alla trivialità della vita. Io sono profondamente volgare (dal volgo), vernacolare. È falsa la convenzione che lo scrittore debba essere una professione borghese, che si possa scrivere nei ritagli di tempo, magari facendosi mantenere da un altro lavoro o da qualche musa ispiratrice… io ho scritto anche nella totale indigenza, durante la malattia, quando facevo le stagioni al mare, in scantinati dove si dormiva in trenta e c’era odore di merda e di stracchino e di bucce d’arancio buttate sulla piastra della stufa… io rappresento la speranza anche per l’ultimo dei disgraziati, perché se ce l’ho fatta io, che sono stato un mitomane, che ero così infelice, non sapendo che fare, mi facevo ogni tanto ricoverare negli ospedali, inventandomi delle malattie che poi arrivavano… uno come me era votato al manicomio (ora neanche quello, sarei per strada a prendere gli autobus con la sportina in mano, come le matte) oppure al suicidio. E poi fino a trent’anni a caccia di sesso; vivevo in funzione dell’eiaculazione allora (“Sodomie” è un sogno, non succederà più, non ritornerà mai più). Io ho scavato un’estetica della costrizione odiando tutto ciò che è emarginazione, detestando l’etichetta del poeta maledetto, del teppista. Mi sono inventato una diseducazione programmatica per essere fuori dai solchi tradizionali, dalle forme convenzionali dell’essere cittadino e intellettuale. L’ipocrisia degli altri mi esclude. La loro banalità non mi sta bene. Allora io le rifondo a mia immagine e somiglianza, le rivoluziono. Per questo mi reputo un individuo per bene: sono leale, onesto, non ho doppia vita né faccio doppi giochi. Di me ci si può fidare; sono puntuale nel lavoro, dico le cose in faccia e se sono gravi le dico soprattutto quando c’è molta gente per rendere impossibile la vendetta…

D: Come ad esempio a “Mixer cultura”.

R: Anche quello era un casino programmato. Intanto le condizioni: Minoli e Bagnasco (Arnaldo, conduttore televisivo, n.d.r.) che mi hanno garantito due milioni e mezzo sull’unghia e il posto di protagonista (altro che gettone di presenza e mesi d’attesa per il pagamento da parte della Rai!). Entro dopo dieci minuti di trasmissione, e subito è il patatrac. Bellezza si accorge di essere lì a fare tappezzeria, Almansi… gli devo essere grato per tutta la pubblicità che mi fa… nasce una ribellione corale.

Io sono molto grato a costoro di essere caduti nella mia trappolina… perché è molto facile dimostrarsi raffinati e saputelli (io i riflessi li ho fin troppo pronti e calcolo anche la battuta infelice, che è indispensabile per non far mancare il ritmo), così dopo il mio discorso molto lucido su omosessualità e letteratura, accolto in religioso silenzio, Bellezza spara a freddo, dà del cretino a Leonardo Mondadori che ha l’unico difetto d’avergli pubblicato e tutti quanti tirano fuori la loro dose di piccineria e d’invidia, di frustrazione… con un’evidenza di cui sono stato molto soddisfatto. La trasmissione era tutta una volponaggine, preregistrata tre settimane prima… dovevi vedere alla fine della puntata, Minoli e Bagnasco facevano i salti alti così. Ora sui giornali fingono di fare i pentiti… ma in quale altro modo avrebbero triplicato la audience? L’ho visto dall’andamento delle vendite in libreria di “Sodomie”.

D: In quest’ultimo libro tu racconti l’erotismo diffuso tra gli uomini, come si guardano, si toccano. Ma senza ingentilire niente e ti concedi ai brutti, ai vecchi…

R: Nella vita non esistono solo i carini e gli istruiti. Quello che veramente vale la pena di vivere è la scoperta della bellezza dei brutti e degli stupidi. E dei volgari. Bisogna uscire dai cliché della bellezza greca, sublime… Tutto sommato sono rare le persone che rifiuto sessualmente. Quando mi infilo in un cesso con un partner, io lascio la porta socchiusa, anche se poi vedo lo smarrimento dell’altro se entra dentro un tipo alto un metro e venti… Per lo scrittore, non avere complessi di colpa è ancora più importante, perché deve essere libero di fronte alla scelta delle parole nella loro totalità. Se ne rifiuta alcune, non potrà mai giocare sui complessi di colpa dei personaggi. Io ho deciso che Dio non è quello che ha fatto il creato o ha stabilito il bene e il male. La Divinità è non avere sensi di colpa.

D: Purtroppo non è l’epoca giusta per vivere spudoratamente senza sensi di colpa, senza paure, con giocosità.

R: È vero. È finito il tempo in cui il ghetto era una grande possibilità. Oggi se vado in una discoteca gay, non sono mica tranquillo. In giro c’è gente pazza, butta le bombe, ammazza. Si rischia molto ad incontrare altre persone. In treno una ragazza, appena mi ha visto, si è seduta accanto. L’ho vista tirare un sospiro di sollievo in quel vagone completamente deserto. Di questa situazione sono dispiaciuto soprattutto per i giovani. I miei ottomila/novemila uomini, ormai, dalla vita non me li toglie nessuno. Se ripenso alla mia giovinezza a Parigi, coi bagni turchi che risalivano al barone Charlus, con uomini di tutti i ceti e le razze, dove l’ammucchiata rifluiva da un angolo all’altro, lambiva le docce, s’infilava nello sgabuzzino dove c’era una specie di melmetta sopra i muri che scivolava con te… e i ballerini che mi sono fatto, che begli uomini… ora davvero si scopa solo attraverso il preservativo e su dieci eiaculazioni otto me le procuro masturbandomi, cosa che a quarant’anni è una fatica boia… Sono tornato da poco dal Brasile. A Rio, città vitaiola e scatenata, i viados si sono uniti ai mendicanti. Li vedi in giro con le tette, la barba lunga, non lavorano più, sono diventati barboni. Li cacciano dalle favelas e uno squadrone della morte ogni settimana ne ammazza qualcuno. Tra Aids e miseria è diventato un pogrom.

D: Sei al corrente di questa guerra notturna tra i trans milanesi e i viados?

R: Sì, è una guerra tra poveri, è una questione di soldi che crea delle false moralità. Come in carcere, dove tutti sono delinquenti ma bisogna che uno sia peggio di tutti per essere considerato il colpevole.

Io credo che un sesso equivale a un altro sesso, un corpo all’altro. Mi è molto difficile mettermi nella situazione di chi rifiuta il suo corpo e ne desidera un altro. Non è il corpo che va cambiato per adeguarlo alla mente ma il contrario. Io sono un igienista e credo che non esiste qualcosa di meglio di quello che già è. Sottoporsi a un intervento di cambiamento vuol dire essere vittima e plagiati da un’idea di perfezione, di forma perfetta che esiste solo nella mitomania collettiva, nei giornali di moda, nelle false educazioni. La possibilità di giocare coi generi, maschile e femminile, all’interno della propria psiche è così sconfinata… che importanza ha se hai due tette e un cazzo? E poi gli uomini che vanno coi travestiti non sono abbastanza uomini da andare con un altro uomo. Lo sono a metà. È ridicolo immaginare un transessuale, che aspira alla donnità, andare poi con uno più checca di lui… Comunque io non voglio togliere a nessuno le sue chimere. Io preferisco l’azzeramento del genere, assumersi la banalità del proprio stato sessuale, così com’è. In me non scatta nemmeno il meccanismo dell’attivo/passivo, non c’è neppure l’aspirazione al maschio ideale. Io sono omosessuale perché odio gli uomini e non sono disposto a niente per un uomo. Su un piano di parità ammetto un certo gioco di riflessi, ma se mi dicono, mettiti così, fai questo, mi stufo subito perché odio i mitomani, i feticisti… Quello che per un momento mi lega a un uomo è l’immediatezza di arrivare a uno scambio meccanico libero da ogni sovrastruttura psichica. Io sono fiscale anche nel sesso. Non sono in giro a fare servizi e mentre sono capace di trasporti incredibili con la persona gentile, sono molto riservato con chi pretende da me delle proiezioni del suo senso di colpa.

D: Hai vissuto nella tua vita storie di coppia? ne vorresti avere qualcuna?

R: Per carità! Sono state sempre traumatiche, ho sempre incontrato uomini stupidi, meschini. Io non ho rapporti di conoscenza con gli uomini, solo rapporti sessuali.

Potrei stare insieme ad uno, solo se ha la sua casa, il suo lavoro e preferibilmente vive in un’altra città. Io non riesco ad avere trip erotici durevoli: mi affeziono e divento padre, zia, sorella e il sesso scompare. È una tragedia per l’altro. Comunque ho incontrato nella mia strada solo cretini e persone indegne, mentre ho trovato grandi amanti sul greto del fiume, dietro a un cespuglio.

D: A proposito di padri e sorelle… che rapporto hai con la famiglia?

R: Mio padre è morto nell’83. È stato meglio per lui morire prima del mio trionfo… era così invidioso delle mie capacità dialettiche, sono stato l’unico in famiglia a sfidarlo, lui grande grosso fascista… sei mesi prima di morire m’ha minacciato di uccidermi, con una scure… io mi sono difeso con una sedia. Fino a diciotto anni tutte le occasioni erano buone per pestarmi, finché non gli ho dato un pugno. Che orrore di padre! Chissà perché? Mi dispiace. Forse, se non avessi avuto un padre così, avrei avuto un rapporto più bello anche con gli uomini, non avrei portato tanto odio nei miei rapporti omosessuali. Con mia madre, viviamo insieme ma parliamo poco di quello che mi succede. Lei è analfabeta, non legge neanche i miei libri, ma mi sembra più tranquilla ora, che sa di avere un figlio celebre.

D: Ricordi quale è stato il primo libro letto sull’omosessualità…

R: Credo “La porta stretta” di Gide, e poi i classici “Il ritratto di Dorian Gray”, “Le amicizie particolari” di Peyrefitte (con quell’ambientazione però così borghese che me l’ha fatto un po’ detestare, come il “Maurice” di Forster: figurati se il guardia-caccia ed il rampollo dell’alta borghesia riescono a perdere i loro pregiudizi per stare insieme…). Non amo Kavafis, è troppo mellifluo e sentimentale e poi detesto i vecchi che esaltano i ragazzini senza vedere la miseria della marchetta, della baracca…

D: Ma se abitava sopra un bordello e li pagava, li inseguiva nelle osterie…

R: Detesto l’elegia, quel tu che appena individuo come un referente personale all’interno di una poesia mi fa smettere di leggerla. E poi adopera temi così smaccatamente omosessuali che mi ricordano quelli dell’evaso, del delinquente di Genet, di cui, io, mai avrei pubblicato una riga… perché mi stanno sul cazzo tutte queste mitizzazioni del maschio. Per me i poeti sono Emily Dickinson, Byron, Milton… mentre detesto ferocemente i racconti, la poesia di Roboni, Porta, Cucchi…

D: Che rapporti stabilisci coi tuoi lettori?

R: Ce ne sono almeno quindici con cui ho una fitta corrispondenza, ma mi rifiuto di vederli. Solo un ragazzo… è una storia che merita d’essere raccontata.

Si fa vivo per telefono: è uno studente di una città del Veneto che si vuole laureare con una tesi su Aldo Busi. “Si arrangi. La faccia, ma io non voglio vederla perché lei non può trovare in me qualcosa che non ha già trovato nei miei libri” rispondo molto formalmente.

Poi mi convinco ad un appuntamento. Alla stazione di Desenzano; ho solo tre quarti d’ora di tempo. Mi si presenta un gigante alto come questa porta, tipo sciatore, un po’ di barba, le efelidi, con un sorriso… sai come sono belli gli uomini che sanno sorridere… radioso. Aveva letto tutti i miei libri: ne parliamo, è impacciato e molto timido. Il tempo passa, il pomeriggio vola, arrivano le 19.00. Ancora chiacchiere e decido di invitarlo a cena.

“Diamoci del tu!”; lui non ci riesce.

Lo scarrozzo in giro in macchina, e mentre cambio marcia gli sfioro la mano, gliela prendo, lui stringe con forza e non me la molla più. Gli passo allora un braccio sopra la spalla, lui continua a sorridermi, accosto la bocca e lo bacio. Lui subisce, io ho una lingua perforante che va dappertutto, cavità, gengive, carie, gola, s’infila su per le orecchie… lui ha il respiro un po’ affannato. Allora per sdrammatizzare, per dimostrare che non ripudio i luoghi della disperazione canonizzata, lo porto al Carnaby (è una discoteca gay e potrebbe sembrare lo sbaglio più grosso che possa fare quando tutto è a portata di mano), invece lui si comporta molto bene, non sfotte l’ambiente, continua a sorridere. Allora lo porto fuori in camporella, mano nella mano, in un bello spiazzo, mi sdraio, tiro fuori l’uccello, glielo metto in mano (ha dei movimenti impacciati). Faccio lo stesso col suo che non gli tira, gli prendo la testa tra le mani, l’abbasso e me lo faccio succhiare.

Dopo un po’ in cui lui continua a non provare reazione, lo giro, gli sfilo i pantaloni (lui lascia fare), gli lecco il buco del culo, lo metto sopra la panchina di pietra e comincio a penetrarlo piano piano. Lui fa smorfie tremende e nel momento in cui affondo e comincio a muovermi, lancia un grido e fa: “Sa, mi scusi, ma io non sono omosessuale!!!”. Poveretto, non l’aveva mai fatto e nemmeno l’aveva desiderato. Così, da gentiluomo, non mi restò che tirarglielo fuori e interrompere immediatamente.

E bravo Busi! La délicatesse provoca uno scoppio di grande ilarità. È l’ultimo bicchiere di Teroldego: l’aspetta il treno per Parigi, ci sono le sfilate di moda viste attraverso i tic e il grottesco degli spettatori. Mentre rigiro il nastro che ha catturato la chiacchierata, apro “Sodomie” e rileggo:

“Io di me scrittore sapevo confusamente solo una cosa: non volevo, no e poi no, diventare uno scrittore omosessuale, ma, come dire, uno scrittore vero, cioè uno scrittore. È possibile, in retrospettiva, azzardare che mi sono risolto a vivere la mia omosessualità in pompa magna e con grancassa proprio per evitare l’errore di farne il tema, la tesi souhaitable della mia letteratura, il che è stato anche un tributo di grande rispetto per la mia omosessualità reale. Non si può delegare il buco del culo a nient’altro che a sé stesso: liberandolo nella vita e sciogliendolo dalla parola affinché si divertisse in pure imprese di sé, non l’ho condensato in una griglia linguistica per riscattarne l’invivibilità che non c’è stata. Come premio mi sono ritrovato finalmente faccia a faccia con il tema per eccellenza della lingua: la lingua.”

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Racconti d’estate – La giovinezza

Novembre 20, 2009 · Lascia un Commento

Pubblichiamo oggi, 19 novembre 2009, un’intervista a Busi a cura di Curzio Maltese, originariamente apparsa su La Stampa, il 25 agosto 1995, a pagina 15.

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Racconti d’estate – La giovinezza

In un “Paese senza passato né futuro”, le delusioni dello scrittore Busi: “Ragazzi, arrangiatevi”

USCIO (Genova) DAL NOSTRO INVIATO

“Parlare dei giovani è come parlare di Dio. Un tema troppo generico. Chi ne scrive di solito non li frequenta. Goldoni, Alberoni, Barbiellini e l’italoamericano lì, Riotta. No, per carità. Io i giovani li evito proprio, ho un po’ paura. A Montichiari, sotto casa mia, ce n’è un branco che ogni notte bivacca davanti a un baracchino, gli occhi sbarrati nel vuoto. Io giro al largo. Temo di venir scambiato per un gigantesco hot dog e divorato. Per cannibalismo, per noia. Perché gli sembro strano, così solo, diverso: più uomo. Senza contare che gli hot dog con la salsina, a quell’ora, danno le allucinazioni”.

Nell’estate delle rivoluzioni da discoteca, l’autore di Seminario sulla gioventù soggiorna in una specie di sanatorio extra lusso della Liguria, a distanza di sicurezza dalle coste. “Un posto per vecchietti”, sorride. Il “più grande scrittore italiano, anzi l’unico con Boccaccio” accetta con qualche resistenza di “parlare dei giovani”, esercizio passato di moda da un decennio. Da quando le nuove generazioni si sono rassegnate a non voler cambiare il mondo e a volte neppure a uscire di casa per conoscerlo. Il guardonismo dei media ha nel frattempo trovato altri oggetti di desiderio: i politici denudati, la vita privata delle star televisive. “Vivo una castità di ritorno”. I giovani non fanno più notizia, a meno che non squartino babbo e mamma o non lascino cadere massi sulla Milano-Venezia. A settembre, alla ripresa della stagione teatrale pubblica, gli studenti torneranno alle meste, inutili occupazioni di fatiscenti licei e istituti superiori. Un modo come un altro per passare il tempo. “Sono così noiosi, poverini, questi delle pantere” sospira il maestro. “Sono il sintomo di un Paese senza coraggio, senza futuro. L’unico rimpianto è di non essere rimasto in Francia o in Germania, dove ho trascorso la giovinezza dai 19 ai 25 anni. Purtroppo l’italiano è la mia lingua. Ma tornando sapevo che avrei sofferto molto, per tutta la vita”. A guardarlo non si direbbe. È bellissimo. “Merito della cura. Ho perso otto chili e alcuni milioni. Entrambe cose molto sane. Se gli italiani s’impoverissero un po’ e mangiassero meno… Ma dov’eravamo rimasti? Ah sì, i giovani. Che palle però fare il precettore. Vuole che parli dei giovani scrittori? È più divertente. C’è Baricco, bravo imitatore. Copia interi periodi a me e ad altri. È un po’ come le “Vuitton” made in Corea. Un altro interessante è Del Giudice. Ha preso il brevetto di pilota e sei mesi dopo ha scritto dei raccontini sull’aviazione, tenero. Un liceale. Tutti i ragazzi di provincia s’impongono di vivere un’esperienza per aver poi qualcosa da scrivere. E poi c’è la Tamaro, un fenomeno di totale, assoluta malafede italica. Non può neanche ammettere la sua omosessualità, sennò Famiglia Cristiana non le distribuisce i romanzetti rosa. Continuo?”. Ma no, lasciamo perdere. “Peccato, perché i giovani veri fanno molto meno ridere. Sono soltanto piccoli malinconici italiani, allevati da famigliole perdoniste. Non potrei mai innamorarmi di uno di loro. Intanto perché per conoscerne uno devi sorbirtene altri dieci, il branco. Poi, se va bene, lui ti presenta alla sua mamma. Perché l’italiano, anche omosessuale, scopa soltanto con l’assenso della madre, che poi è la vera destinataria dell’atto. Sfortunatamente conoscere i genitori dell’amato o dell’amata, in me, inibisce all’istante e per sempre qualsiasi impulso sessuale. Così, capisce, vivo in una castità di ritorno, temperata dai viaggi all’estero”. Persa la spinta della libido, rimarrebbe la missione pedagogica. Ma come tutti gli scrittori che hanno qualcosa da dire, Busi detesta l’idea di fare scuola. “Agli aspiranti scrittori non offro né consigli né aiuti. Se la cavino da soli, come ho fatto io. Ho orrore del mito di Pigmalione. Ma come. Crei una statua, le soffi dentro la vita e dopo te ne innamori pure. E poi? Che schifo. Preferisco un individuo in carne ed ossa che mi dice: sparisci, brutto frocio. Men che meno mi sogno di impartire consigli di vita. Lo lascio volentieri ai maestrini dalla penna rosa della nostra letteratura. L’arte non è pedagogica, non insegna nulla. Modifica la testa. L’unico consiglio che si può dare a un altro essere umano è: arrangiati”. Busi come si è arrangiato? “Sono scappato di casa a tredici anni e mezzo. Ero un lupo solitario, un ragazzo disturbato. Ma fino a vent’anni ero anch’io un italianetto furbastro, determinato dalle circostanze. Mi ha salvato la scrittura, che mi ha imposto un’etica. Non ho mai creduto alla schizofrenia tra azione e scrittura. Io sono un uomo di parola. Se non hai coraggio nella vita, se non sai resistere alle mediocri tentazioni, non scriverai mai nulla di buono. Per questa ragione, ad esempio, non ho mai rubato. Eppure ne avrei avuto tanto bisogno. A Parigi avevo fame e freddo. Un giorno ho conosciuto un ragazzo ricco, mi ha portato a casa sua. Uscendo ho visto un magnifico cappotto di cammello abbandonato su una poltrona. L’ho guardato a lungo e poi sono uscito di scatto”. Non bastasse il resto, Busi paga tutte le tasse. È la sua massima sfida al furbo conformismo nazionale. “Non manco uno solo degli estenuanti appuntamenti con lo Stato, l’Ici, l’Irpef, i bolli, le una tantum, i balzelli più idioti, perfino il canone Rai. Sono l’unico che conosco. Lo scandalo del paese, Montichiari. L’omosessualità me l’hanno perdonata, ma la renitenza all’evasione fiscale: mai. Con duecentosessanta milioni sono fra i primi cinque o dieci contribuenti della provincia di Brescia, l’area più ricca d’Europa. Da questo si capisce che l’Italia non ha avvenire”. Davvero nessuno spiraglio di luce? “Mi dà fiducia il governo Dini. È il primo governo italiano, a memoria d’uomo, che abbia mantenuto alla virgola le promesse. In un Paese che vota sull’onda emotiva dei sogni, delle illusioni, degli spot, non è poco. Ma ho paura che alle prossime elezioni rimontino in sella i cialtroni. Il livello della classe politica è disperante. E non sono affatto sicuro che sia anche colpa del popolo che li esprime”. Status symbol di sinistra. Sarà mica di sinistra? “Ho votato sempre pci ma non mi sono mai potuto iscrivere. È l’unica cosa che ho in comune con Pasolini. A lui hanno ritirato la tessera, a me non l’hanno data mai. Perché oltre a essere omosessuale, non ero cattolico. La sinistra italiana è fatta così, pavida, perbenista. Preferiscono beatificare scrittori come Tabucchi, una Liala che ha fatto l’università. O creare miti provinciali, alla Moretti. D’altra parte, quando si pensa che la linea culturale è affidata a un Veltroni, un mikebongiorno della politica, o alla coppia Rutelli, il sindaco di Roma e signora, con quell’aria da sci-sci de li castelli. Bene che vada, a Fofi, Cherchi e altri chierici. Forse, una sinistra in Italia non c’è nemmeno più. Esiste una destra becera, fascistoide e per contro una destra moderata, che va da Montanelli al pds, da Prodi a Cacciari. Il tutto all’insegna degli stessi status symbol: la barca di Occhetto e D’Alema, i cashmerini di Bertinotti che sembra uno del Rotary. Dettagli? Come ha detto Oscar Wilde, soltanto gli stolti non credono alle apparenze. La sinistra ha sulla coscienza il fenomeno Berlusconi. Ha il nemico che si merita, e lo mantiene in vita. Berlusconi è l’ultima, comica incarnazione del Padrone cui molti italiani aspirano da sempre. Si sa, un leader è di per sé un mediocre che l’ha messo in quel posto a tanti altri mediocri che non ce l’hanno fatta. Ma lui è speciale per quanto è scontato, con questa sua grottesca, offensiva pretesa di sedurre il prossimo. Io odio la seduzione, in ogni campo, e detesto che uno pensi che io sia così scemo da lasciarmi sedurre. Ma Berlusconi dev’essere convinto che tutti gli altri siano imbecilli e si comporta da vecchio charmeur. È la parodia di un cumenda brianzolo di quarant’anni fa, con la foto di Agnelli sul comodino. Una sopravvivenza, un fantasma legato a modelli superati. La sete di avere, l’istinto imperialista di annettere. Oggi il grand’uomo, l’uomo libero è colui che non possiede ma concede, condivide. Berlusconi è uno schiavo ricco. La libertà non sa nemmeno dove stia di casa. Soltanto con una sinistra come la nostra poteva vincere uno così. Per fortuna ci ha pensato Bossi. No, non sono leghista, figurarsi. Ma è l’unica novità in circolazione. Per un momento ho pensato che le cose sarebbero cambiate davvero, subito dopo Tangentopoli. Altrove sarebbe scoppiata la rivoluzione. Qui si è risolto tutto in uno show televisivo, con Di Pietro superstar. Per me lui non è mai stato un mito. Mi aspettavo che naufragasse in qualche storiella senza stile, com’è poi avvenuto. Non si diventa di colpo grandi. Chi era prima Di Pietro? Uno dei tanti magistrati accolti con sospetta deferenza nei salotti della furba borghesia nostrana. Borrelli e gli altri del pool, a loro credo. E infatti sono i veri obiettivi degli attacchi. Il colpo di spugna prima o poi arriverà, annunciato dalla solita fanfara di retorica, melodramma e demagogia. Del resto, dov’è il rinnovamento? Accendi la tv e vedi ancora il faccione di Marco Pannella, un mister Hyde che crede di essere ancora il dottor Jekyll. Un vecchio ripugnante che non vuole farla finita e si vende, per poter ancora lamentarsi che non lo intervistano, piagnucolare che non lo fanno ministro. E intorno ciabattano democristiani di ritorno, buttiglioni, casini, carulli fumagalli. Orrendi come i loro padrini. Esprimono il cibo che hanno ingurgitato, hanno gli occhi da triglia, puzzano di formaggino. Al posto di un ventenne, oggi, cercherei un lavoro in Australia”.

È uno dei pochi intellettuali italiani che abbia provato a fare televisione e non soltanto a usarla per vendersi, fingendo sommo disprezzo. Alcune sue felici, fiabesche comparsate da Costanzo o da Augias restano fra le poche cose memorabili di questi anni. Naturalmente quando ha deposto il boa di piume di struzzo e ha provato a fare sul serio si è scontrato con l’apparato di regime. “In tv è impossibile fare qualcosa di intelligente e realmente democratico. Non perché la tv sia naturaliter di destra, come dice Bobbio. Ma perché semplicemente è blindata da un potere fascistoide. L’ultima volta mi ha chiamato Raitre. C’è Spinosa piazzato da Berlusconi che dice di essere un mio ammiratore. Mi presentano a una riunione di dieci beoti ed espongo il mio progetto. Uno spazio di dieci minuti in diretta, intorno al Tg3, dove posso parlare di tutto. Di libri, di sesso?, domandano i beoti eccitati. Ma no, spiego, vorrei tenere un corso di educazione civica, una specie. Parlare di tasse, scuola, politica, dell’inutile esercito italiano che ci ruba trentamila miliardi all’anno, dei trucchi delle compagnie di assicurazioni, di come fare causa al datore di lavoro: la vita, insomma. Silenzio assoluto. Il consiglio è impietrito. Non ho sentito un refolo d’intelligenza vibrare in quell’aula. Poi, con mille scuse, mi hanno congedato. E a questa gente, agli idioti del villaggio globale, è consegnata la formazione delle masse. Contano più dei ministri della Pubblica istruzione. La missione è cancellare dal video ogni forma di cultura e riempire le ventiquattro ore di programmazione con giochini, il demenziale Bonolis, Pariette che straparlano di storia e altri sciagurati come quello lì, l’ecologista, il Celli, grazie al quale ho preso a odiare i fringuelli”. Prima o poi, si spera, arriverà “l’inevitabile reazione allo stupidario nazionale”. Nell’attesa, il rimedio è l’antico, ormai clandestino e ancora più sensuale piacere della lettura. “Leggere, leggere romanzi. Aiuta a sviluppare il sense of humour, indispensabile per sopravvivere di questi tempi. Serve a uscire da se stessi, dalla contemplazione del proprio ombelico, dall’ossessione per la piccola storia personale. Il sense of humour e il romanzo sono la stessa cosa. Non è un caso che in Italia manchino entrambi. Perché il grande oggetto di indagine del romanzo borghese è l’inestirpabile stupidità umana. Il resto è letteratura, o peggio retorica, sentimentalismo e altre porcherie. Perdite di tempo. Allora, molto meglio le letture politiche. Massì, un consiglio posso darlo. Ragazzi, è ora di leggere Karl Marx. Non è mai stato tanto attuale”.

 

Curzio Maltese

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La gioventù è un gran seminare

Novembre 18, 2009 · Lascia un Commento

Pubblichiamo oggi, 18 novembre 2009, un’intervista ad Aldo Busi a cura di Sergio Facchetti, originariamente apparsa sulla rivista Babilonia, n. 15, giugno 1984, pagg. 22-23.

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“Incontro con Aldo Busi, l’autore di “Seminario sulla gioventù”, un’opera prima che ha vinto il Mondello ed è diventata un “caso letterario” perché propone una caustica disamina della scrittura e dell’omosessualità”

a cura di Sergio Facchetti

Edito dalla casa editrice italiana più “chic”, l’Adelphi, il libro di Aldo Busi Seminario sulla gioventù, è ormai diventato il “caso” letterario come non se ne sentiva da chissà quanti anni. E se lui se la prende con giornali e televisione che accusa di interpretare il libro unicamente nella cifra dell’autobiografia, è perché anche il personaggio Busi è per certi versi eccezionale: prima cameriere a Milano, dove va a spasso con Montale, di cui diventa amico, poi vagabondo in mezza Europa, dove impara l’inglese, il francese, il tedesco, con un programma di autoeducazione certo non casuale, ma giocato sul filo della sopravvivenza, lucido e determinato, con degli scopi e un piano precisi. Poi in un anno il diploma, e in seguito la laurea e il mestiere di traduttore, il romanzo covato da vent’anni, scritto e riscritto (Busi appartiene alla categoria flaubertiana degli scrittori ossessivi, che si macerano sulla pagina scritta, non è certo né sauvage, né naïf). E su questa materia autobiografica inusuale, ma per certi versi esemplare e sintomatica di una generazione, è costruita la tensione emotiva della sua narrazione, che non è solipsismo, astrazione puramente letteraria, ma ha il valore della testimonianza, è conoscenza e vita, per cui il romanzo ritrova una delle sue funzioni originali, propria del mito e della narrazione religiosa, essere paradigma, esempio, creazione di nuove forme di vita, di nuovi modelli culturali.

Nella società italiana, dove prosperano venduti al potere “eterocrate”, gli artisti omosessuali “importanti”, che rimuovono la propria sessualità spacciata come irrilevante, e dove l’elaborazione culturale di pochi militanti “gay” rimane confinata nel ghetto omosessuale, Busi colma questo discrimine, afferma la propria identità d’artista senza rimuovere quella di omosessuale, ed è un atto importante perché il suo libro è un prodotto d’arte non confinabile né riducibile ad un prodotto di cultura marginale, ma è lì, stupendo, ingombrante, inevitabile, e tutti dovranno tenerne conto.

E ai futuri sociologi non sfuggirà la felice congiunzione di essere omosessuale e proletario: chi non ha nessuna dignità borghese da difendere può affermare orgogliosamente l’infamia omosessuale. Quando mai questo è successo in Italia, piena solamente di letterati di estrazione piccolo borghese, o alto borghese nel migliore dei casi? Ma non è quello di Busi il prodotto di un individualismo “maudit”, al contrario c’è la precisa coscienza di appartenere ad una generazione che ha operato questa transazione culturale.

Tuttavia non si può non sottolineare come lo spazio nuovo sia aperto dalla sua sapienza di scrittore, che opera anche soluzioni formali inedite di narrazione: la terza persona e il tempo passato nella prima parte del libro, dedicata ai ricordi d’infanzia, la prima persona e il presente nella seconda parte, la vita del protagonista a Parigi, in cui si inserisce il diario dei giorni milanesi (con l’episodio ormai famoso dell’incontro con Montale). E all’interno del filo della storia principale, gli incastri di altre storie, i propri flash di ricordi, le narrazioni degli altri personaggi. Con un colpo di genio viene violata una delle regole della narrazione, la coerenza e l’unità della “persona”. L’io dell’infanzia, della famiglia, così lontano nel ricordo, diventa una terza persona, l’io diventa finalmente tale quando entra nel mondo. Una scrittura complessa (che tuttavia non traspare faticosa al piacere della lettura) e che configura Busi come un anti-Proust proletario e padano, niente Madeleine, ma piatti di cipolle, non intere pagine dedicate al bacio della buona notte, ma una madre contadina e arcigna, non i salotti della duchessa di Guermantes o di Odette, ma i cessi delle stazioni di Parigi, e la vita di un povero cristo marchettaro, sifilitico, lucido e folle, tenero e incontaminato, puro nonostante tutto.

Domanda: Solita domanda che immagino ti han fatto tutti, quanto c’è di autenticamente autobiografico nel romanzo, quanto invece di apocrifo e inventato?

Risposta: Nella prima parte mi servo di elaborazioni scritte quando avevo quindici-sedici anni, tutta la parte dell’infanzia. Però se si tien conto delle quattordici stesure e i vent’anni che ho impiegato a fare questo libro, l’autobiografia scompare, a forza di scriversi e riscriversi quello che tu credi “sé” scompare, diventa scrittura. Come dice Borges, se tu ricordi una seconda volta un fatto, non ricordi il fatto, ma il ricordo. La memoria è memoria della memoria non della realtà.

D: L’importanza del libro… l’immagine che tu dai dell’omosessualità è senz’altro nuova nel panorama della letteratura e della cultura italiana, anzitutto mi sembra strettamente collegata ad un discorso di classe, o mi sbaglio?

R: Sì, questo è vero perché l’Italia è stata al di fuori dei movimenti europei e americani di liberazione omosessuale, tranne quello che si è fatto negli anni 75-76. Esiste da noi tutto un tipo di subcultura che ci si trascina dal Rinascimento, quando questi grandi omocrati, grandi perché erano artisti, musicisti, scrittori, legati al potere della Chiesa o del Principe, avendo la possibilità di trovarsi il cazzo proletario a letto, non avevano nessuna necessità di fondare su questa loro diversità una problematica sociale e politica, quindi non hanno assolutamente avuto né innanzitutto l’intenzione, né la necessità, né si sono sentiti in dovere di creare un modello di vivibilità omosessuale per i non borghesi, per l’uomo di tutti i giorni… L’omosessuale è tuttora la fotocopia di una fotocopia, perché non credo che esista una copia, è decisamente il prodotto di un certo tipo di società, fatta di eterosessuali mediocri. L’omosessuale non può che rispettare questa mediocrità ed adeguarvisi. L’omosessuale è sempre un prodotto di riporto, mi vengono in mente le colline di Charleroi, in Belgio, fatte coi detriti delle miniere; sono coperte da un piccolissimo strato di verde, e sotto c’è l’aridità più totale… il proletario omosessuale è stato il più espropriato… l’ultima generazione soprattutto, quella che senza un minimo di coscienza culturale, si è abbandonata al modello perpetrato da sarti, stilisti, Amanda Lear, e questi stronzi di cantanti rock, da cui la nevrosi, la non-identità, e il non avere una propria sessualità, ma una di riflesso, che in qualche modo si vuole che abbiano. Sessualità è affermazione di autonomia, di libertà, sessualità è libero arbitrio e caso. Se non c’è libertà non si scopa bene.

D: Quindi il tuo libro vuole essere anche l’elaborazione di nuovi modelli culturali per l’omosessuale.

R: Certamente, io per primo ho sofferto di questa carenza. Chi ci ha dato dei modelli culturali agibili, nel regno del possibile, non in quello dell’aulico o della sublimazione o della degradazione, nella cultura, nello sport, nell’industria italiana? Non certo Pasolini, non Penna, non Gadda. Nessuno. Sono discorsi di omosessualità legata a lobbies di potere dell’industria o della sartoria. Il ragazzo di quattordici anni del profondo sud o della campagna veneta o lombarda, che si scopre omosessuale adesso, a che santa checca deve votarsi? È un trauma, un trauma non risolvibile.

D: Però anche il personaggio del libro insegue un modello di partner ricco e potente.

R: Guarda, io posso parlare in termini letterari del libro, certamente nel protagonista c’è innanzitutto una grande confusione di modelli esistenziali anche se lui intellettualmente è molto consapevole, e in questo non ho peccato di presunzione, perché io ero così, una grande emotività ed esaltazione psichica, che raggiungeva la mitomania, cioè tutto il corollario del narcisismo schizofrenico del povero cristo disperato e solo. Tutti i traumi che io ho vissuto sulla mia pelle, “io” come frutto generazionale. Se tu guardi bene, però, nel romanzo questo “io” è molto particolare, si ritorna a questo diaframma tra scrittura-autobiografia. Sono assolutamente consapevole che io come persona sono assolutamente insignificante, se fotografassi pari pari, su una pagina, me stesso, a livello scritturale non ci sarebbe niente di interessante. Oggi sono una persona, allora cercavo di diventarlo, di prendere forma; è un discorso tipico della gioventù. Nel protagonista c’è ancora un residuo di desiderio borghese come espressione di sé, perché vede che nella borghesia, soprattutto nella media e alta, l’omosessualità gode di una convenzione, che a lui come proletario manca. Perché anche il modello culturale della doppia vita è un modello; uno schema di vita non è riducibile a sola ipocrisia, è uno schema con delle regole, dei traguardi e delle ricompense sociali.

D: Però al di là dell’omosessualità, il tuo è un romanzo di una transizione culturale, che non è mai stato fatto in Italia, i traumi culturali della generazione del dopoguerra, della famiglia contadina inurbata, dei figli che non riproducono la cultura subalterna dei padri.

R: Il mio è un romanzo dell’affermazione di un sé, con tutta la violenza degli schemi culturali imposti da altri, sia che si tratti di schemi sessuali o sociali. Ho riflettuto a lungo su questo… sul proletario di genio che esce dalla sua classe e diventa “qualcuno”. Noi abbiamo davanti agli occhi (qui nel bresciano soprattutto) decine di persone, di grandi industriali, che si sono fatti, come si suol dire, dal “nulla”, perché per loro, il lavoro degli altri è stato nulla, o quelli che si sono “fatti da sé” scavalcando cadaveri di morti bianche dicono che si sono fatti da sé perché i “sé” cadaveri degli altri non avevano nessuna importanza. Quindi il problema non è tanto uscire dal gregge, ma uscirci con un certo stile, dicendo al resto del gregge “guardate, voi siete pecore”, e rielaborando un nuovo modello culturale che non sia asservito, non tradire le proprie origini. È un grosso sforzo di creatività intellettuale, di composizione e ricomposizione di sensibilità, di rigetto di valori coatti, di frammenti di cultura pesati sulla bilancia del gioielliere prima di essere introiettati. I valori della mia famiglia erano valori agresti, ma erano valori. Io penso che mia madre sia una delle più grandi aristocratiche che io abbia mai conosciuto.

D: Anche se, come dici nel libro, amava scoreggiare rumorosamente.

R: Certo è aristocratica perché non ha mai avuto complessi di inferiorità piccolo borghesi. È una donna integra. Questo mi piace. Questo non deve andare perso. Per cui il proletario che rincorre il successo di qualcun altro sbaglia, perché lui deve imporre se stesso, come entità culturale, esistenziale e politica, solo così può cominciare ad avere forza contrattuale e politica.

D: In questo senso tu dicevi che il tuo è un romanzo di educazione civile.

R: Sì, non un Bildungsroman come è stato scritto, non sono mica l’Emile che ha sempre qualcuno che tira per lui lo sciacquone. Un romanzo di civiltà, perché non è un romanzo di scandalo, non vuole essere tale, non mi disturbo per divertire. È un romanzo invece propositivo, di un nuovo modello culturale omosessuale, se vuoi, ma soprattutto generazionale. Basta riportarsi a modelli culturali irraggiungibili, perché quattro stronzi di omocrati l’avevano stabilito per la moda, per il cinema, per il teatro.

Che cosa ci hanno dato Zeffirelli e Visconti? dei grandi arredamenti; non hanno pensato che a se stessi. Io volevo fare un dono a qualcuno, il dono di cui io avevo maggiormente bisogno da giovane; un minimo di schema esistenziale autonomo, che fosse più eversivo e nello stesso tempo propositivo. In modo che l’individuo possa davvero nutrire fiducia in se stesso.

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Quel cartello di Montichiari

Novembre 16, 2009 · Lascia un Commento

Pubblichiamo oggi, 16 novembre 2009, una lettera di Aldo Busi originariamente apparsa sul Corriere della Sera il 3 luglio 1993, a pagina 31.

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Ho notato di recente che il cartello stradale ‘Montichiari’ arrivando da Lonato porta la strana specificazione ‘Repubblica del Nord’ e desidero avere delucidazioni sulla delibera del consiglio comunale con cui si è deciso ufficialmente di arricchire di cotanta aura un luogo già abbastanza disgraziato per avermi dato i natali e che pertanto andrebbe salvaguardato da pesi che potrebbero schiacciarlo per sempre. Vorrei sapere inoltre se tale denominazione va pertanto aggiunta in ogni atto pubblico e privato, sulle buste e sulle cartoline, e se, nel mio caso del tutto non trascurabile, devo informare i miei biografi, e le voci enciclopediche che mi riguardano, della novità operatasi, ci giurerei, durante il sonno (della ragione) di un’intera cittadinanza. Molti restano gli interrogativi fra la gente contattata, che si proclama ignara e che sarebbe indignata se, proprio in questo momento, non avesse altro da fare e che, ci posso contare, non appena avrà tempo ci penserà. Sarò dunque grato al sindaco di Montichiari se vorrà pubblicamente informare questi ignari di mestiere quando è stata proclamata questa Repubblica del Nord, di cui non trovo traccia in alcun documento presente e passato, poiché delle due l’una: o il sottotitolo è stato passato sottosilenzio per ragioni di sottostato o è soltanto lo scherzo da prete (sì, sì: da prete) di burloni i quali, visto come gli è andata bene con questa sciocchezza, potrebbero sentirsi indotti a commetterne di ben più gravi con la sicurezza dell’impunità, nonché dell’ignavia di un’intera comunità non particolarmente sensibile ai guasti che il linguaggio improprio di alcuni causa alle cose di tutti. Aldo Busi

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Un pensiero per chi so io

Novembre 12, 2009 · Lascia un Commento

Mentre l’autunno incalza, pubblichiamo un breve intervento di Busi apparso su “Babilonia” (n. 38, Luglio/Agosto 1986, pag. 6) in risposta all’inchiesta “Estate balorda, con chi?…” in cui si chiedeva a personaggi pubblici di raccontare come avrebbero passato l’estate.

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Resto a casa quest’estate, continuo a: ultimare la revisione della traduzione francese de “Vita standard di un venditore provvisorio di collant”, dare gli ultimi tocchi a “La delfina bizantina”, il mio terzo romanzo in programma per l’inizio dell’anno (Mondadori, si presume), definire il contratto di “Sodomie in corpo 11” (Adelphi, presumibilmente, fine ’87), cercare una compagnia teatrale che abbia abbastanza soldi e coraggio e bravura per metter in scena la mia commedia “Pâté d’homme”, continuare il mio quarto romanzo “Casanova di se stessi” e tenere i contatti con i miei traduttori inglesi, svedesi e spagnoli. Mi alzerò alle sei come ogni giorno, lavorerò fino alle due ma interrompendo alle undici per un pasto frugale, alle due e un quarto sarò sulla spiaggetta più vicina, farò tre nuotate nel lago e pochissima conversazione, rientrerò verso un quarto alle quattro e riprenderò a lavorare fino alle sette, cenerò dalle sette fino alle sette e un quarto, fino alle sette e mezza e oltre (almeno fino a un quarto alle otto) se c’è gente; andrò a dormire alle nove, mi addormenterò alle dieci, mi sveglierò a mezzanotte e alle due e mezza per via di un incubo ma in verità per fumare una sigaretta in mutande sulla terrazza odorosa di geranio e di fico, cotto di buio e di splendidi pensieri che non darò a nessuno, nemmeno a uno dei miei personaggi; due volte la settimana andrò a battere, molto presto, dalle otto alle nove, se non ho trovato niente (e è sempre più difficile) mi masturberò su una panchina di marmo all’interno del parcheggio autostradale; il sabato pomeriggio andrò a Sirmione, dalle undici alle tre e mezza del pomeriggio, nuoterò quattro volte, dirò come va al posteggiatore di sdraio e ciao due volte agli stessi a cui dico ciao da anni. Al ritorno ci sarà la coda, mi fermerò in una serra sulla strada e comprerò l’ennesima piantina a buonmercato aspettando che l’ingorgo si sfiati; una volta al mese andrò alla discoteca qua vicino, resisterò dalle nove e trenta fino alle dieci e un quarto, sentirò alcune bugie, assisterò a alcuni spregi di mendicanti fra di loro e andrò a dormire. Prima di addormentarmi avrò un pensiero per chi so io.

Consigli? Fate come me, se ne siete capaci!

P.S.: Libri consigliati per un’estate sexy: “L’ora del re” di Boris Hazanov, Sellerio; “Freud e la letteratura” di Lavagetto, Einaudi; “La scoperta delle particelle subatomiche” di Weinberg, Zanichelli; i miei.

Aldo Busi

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