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Cordialità.

Redazione Altriabusi.

E la morale è: scrivere la recensione di un libro di Busi non è difficile, difficile è farla stampare.

Articolo di Marco Cavalli sulla recensione del racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, di Aldo Busi.

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C’è una piccola storia che forse merita di essere conosciuta dietro la recensione del racconto Il Casto, sua moglie e l’Innominabile.

Scritta a distanza ravvicinata dalla riedizione di Sentire le donne (novembre 2008, NdR), si è vista negare la pubblicazione dai quotidiani e dai periodici con i quali intrattengo collaborazioni esterne. Prima di essere accolta nel presente sito, è stata inviata senza esito a più di mezza dozzina tra quotidiani e settimanali. Non posso dire che sia stata respinta per espressa antipatia ideologica o per motivate insufficienze di scrittura. Presumo che chi l’ha ricevuta l’abbia lasciata cadere nel cestino oppure nel novero degli articoli prorogabili – figurarsi una recensione, articolo per sua natura prescindibile. Sondaggi e solleciti tra il circospetto e lo spazientito, effettuati una settimana dopo l’altra per oltre un mese e mezzo, hanno ottenuto come risposta il genere di rassicurazione burocratica che sortisce l’effetto di prolungare l’attesa anziché darle un termine.

Nel tentativo di uscire dall’impasse ho inviato la recensione – convenientemente riscritta – al sito di Roberto D’Agostino, “Dagospia”, con preghiera di pubblicazione. Accompagnava l’allegato il seguente cappello introduttivo:

Caro Dago, dal momento che hai la bontà e il buon gusto di postare i testi che Aldo Busi di quando in quando deposita in rete in risposta al veto pronunciato contro di lui dal cartello della stampa, spero non ti dispiacerà se ti chiedo la cortesia di ospitare nel tuo sito questo minuscolo intervento che forse sarebbe troppo chiamare recensione. È la segnalazione di un libro di Busi (Sentire le donne, Bompiani, pp. 427, euro 19,50) da poco riedito, che i mass media hanno unanimemente ignorato. Considerala una maniera di ricordare a tutti, utenti di Dagospia inclusi, che Busi in fin dei conti è e resta uno scrittore. Le sue esternazioni internettiane, se meritano ogni lode, è perché procedono da un’opera letteraria ancor prima, forse, che dal blasone di un personaggio pubblico che fa molto parlare di sé. Grazie in anticipo, se non dell’ospitalità, dell’attenzione.

Queste righe sono state anche le uniche che Dagospia ha giudicato opportuno postare. Le logiche del giornalismo off line mi sono troppo familiari perché io possa biasimare quelle, identiche, del giornalismo on line – ma D’Agostino mi scuserà se a questa sua iniziativa non faccio tanto di cappello.

Una cosa vorrei fosse chiara: la mia non è l’ennesima invettiva contro l’oscurantismo e la cattiva coscienza della stampa italiana. Se l’articolo mi fosse stato contestato in modo esplicito, mi sarei sentito a posto con me stesso come se me l’avessero pubblicato. I giornalisti italiani, se mai sono colpevoli di qualcosa, lo sono soprattutto di trasandatezza, disorganizzazione, qualunquismo.

Purtroppo per me non sono un principiante. Lavoro nel settore da oltre 20 anni. Ho perfino un nome come critico di Busi, dal momento che ho scritto e pubblicato due libri sulla sua opera letteraria. La vicenda prova soprattutto che il mio credito non ha la larghezza che gli immaginavo. Si estende fino a un certo punto – non molto in là, a quanto pare, visto che non arriva al punto di assicurare la pubblicazione alla recensione di un libro di Busi. È triste constatare che la propria reputazione nell’ambiente di lavoro è il risultato di un accomodamento tra le due parti di cui una – guarda caso la più debole – ignara di averlo sottoscritto.

Il pellegrinaggio porta a porta della mia recensione insegna – non solo a me – che quanto più ci si fa danneggiare dal conservatorismo della stampa italiana, tanto più lo si consolida. Vent’anni di giornalismo presuppongono che si conosca la profondità del baratro senza bisogno di caderci dentro. Non si entra nella grotta del drago con una spada di cartone. Il racconto dell’ottusa ferocia del mostro è roba vecchia, già sentita e arcisentita; per tornare a renderla interessante è bene aggiungerle la descrizione del braccio di pezza del San Giorgio di turno.

Pertanto io qui denuncio in primo luogo la mia pochezza. Lo faccio pubblicamente affinché mi serva di lezione e serva di lezione. Volendo, c’è anche una corrispondenza spassosa con il testo recensito, Il Casto, sua moglie e l’Innominabile. Tutti i Casti d’Italia pensano di somigliare all’Innominabile perché vedono l’apparenza di giustizia e di buon senso che regna nel Paese esattamente come la descrive lui. Ma di quell’apparenza loro sono corresponsabili, l’Innominabile no. C’è una bella differenza – bella perché non la si coglie d’acchito, occorre ragionarci su leggendo e rileggendo il testo busiano.

E la morale è: scrivere la recensione di un libro di Busi non è difficile, difficile è farla stampare.

Il Casto, sua moglie e l’Innominabile

Recensione a cura di Marco Cavalli del racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, di Aldo Busi. Spedito a diversi quotidiani, tra nazionali e locali, a novembre del 2008, il presente testo non è mai stato pubblicato.

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Al di là delle sue attrattive intrinseche la nuova edizione di Sentire le donne (Bompiani, Milano 2008, NdR) merita un giro in libreria per il nuovo testo che Busi vi ha inserito in apertura di volume: Il Casto, sua moglie e l’Innominabile.

Ne è protagonista il personaggio che nel testo dice “io”, il Casto, sintesi dei vizi privati e delle pubbliche virtù dello uomo politico italiano. La carica pubblica del Casto, imprecisata, gli assicura una posizione di prestigio, una dignità esteriore, un non so che di sovraoccupato e di ufficiale che intimorisce: “posso essere un Primo Ministro, un Ministro con Portafoglio, pingue, un Capo Partito, un Governatore della Banca d’Italia, un Proprietario di Reti Televisive e di Gruppi Editoriali con ambizioni monarchiche o di colpo di Stato, ma anche un Presidente di Regione, un Giudice di Corte d’Assise o di Cassazione e, perché no, un semplice patentato Banchiere di Dio”.

Sulla sessantina, pingue, attorniato da guardie del corpo, a braccetto di una moglie da parata e d’apparato, il Casto entra in una galleria d’arte che ospita una mostra fotografica. Incuriosito dai soggetti delle foto, giovani preti in sottana nera, il Casto, che è cresciuto in seminario, si aggira tra la deferenza generale, finché scopre un suo ritratto da giovane in una delle foto esposte. Quasi simultaneamente si accorge della presenza in galleria di uno Scrittore che, per la sua disubbidienza ideologica, si è meritato l’epiteto di Innominabile.

Mentre osserva in silenzio la foto di un se stesso irriconoscibile, il Casto rifà a mente il suo personale tirocinio di corruzione. Ripercorre le stazioni del graduale inaridimento morale, dall’ingresso nel brefotrofio dei preti alla decisione di “prendere i voti”, espressione di micidiale ambiguità che qui sta a significare la rinuncia a una collocazione nella gerarchia ecclesiastica in vista di una fulgida carriera politica nel mondo secolare – carriera che il Casto intraprende incominciando col prendersi per moglie una donna dello schermo.

Con la violenza di linguaggio di un Riccardo III, il Casto snocciola la teoria e la pratica di un progetto di sistematico ladrocinio materiale e spirituale ai danni della società italiana, avviato e consolidato con la partecipazione attiva delle vittime, impazienti di farsi complici.

Bisogna leggere e rileggere queste pagine per rendersi conto della loro perenne attualità. Sembra di sentire la voce di un Leviatano mentre con ardore machiavellico ricostruisce la storia di un colonialismo interno alle menti e alle istituzioni, il parassitismo della Chiesa e della mentalità clericale pervenuti a un tale trionfo da suscitare, seppur sottobanco, il rimpianto di un avversario all’altezza, di un incorruttibile.

La voce narrante ha un timbro di compiacimento mefistofelico che non riesce a nascondere una certa rigidità, una certa forzatura. In realtà il compiacimento si sdoppia in due registri diversi, dei quali l’uno resta nei termini del trionfalismo televisivo dell’uomo di potere, mentre l’altro lo scavalca per elaborare considerazioni meno superficiali, venate di ripensamento, di recriminazione. Sono i passaggi nei quali il Casto, dopo aver evidenziato l’abisso tra la sua condizione a quella dell’Innominabile, si avvicina di soppiatto al nemico. Alcune colpe che gli fanno chiamare Innominabile il suo nemico sembrano al Casto colpe rubate a lui. Per esempio egli riconosce all’Innominabile un grande spirito d’osservazione, una scienza e un’indole da patologo morale che gli permettono di denudare i caratteri a prima vista, penetrare nell’intima codardia delle persone, toccare le molle segrete delle loro viltà. Anche il Casto ha queste capacità ma le usa per segnare le carte con cui gioca e barare con il prossimo. La mancanza di carità del Casto è la stessa dell’Innominabile, con la differenza che costui la volge contro di sé per fraternizzare con il potere dall’interno della sua essenza animale e intellettuale.

Il Casto e l’Innominabile, l’Uomo di Potere e lo Scrittore di Nessun Potere, si distinguono e si scontrano, sì, ma dentro la stessa tensione della mente e del cuore verso un fine imperscrutabile ai più. L’uomo di potere e lo scrittore sono due cervelli, due volontà indurite nella disciplina, precocemente invecchiate. Entrambi sono a modo loro degli orfani, entrambi hanno fatto, sia pure con accezioni diverse della parola, il seminario. Rotti all’autoeducazione più spietata, sono nature annodate, confuse fino alla vanità di specchiarsi ciascuna nel suo antipodo morale e trovare che in fondo tutte e due si fanno da architrave a vicenda, sono una palla di cannone dimidiata. Ma se questo proiettile non fa centro è perché, in definitiva, il discorso che il Casto tiene a se stesso, discorso che include il verdetto di condanna contro l’Innominabile, è quest’ultimo a scriverlo.

Nel mondo che è in mano agli uomini di potere, lo Scrittore non ha nome, non ha identità, non ha volto; è preso di spalle, alle spalle; tutt’al più lo si cancella dalle fotografie con la tecnologia informatica. La sua dirittura, il suo spirito combattivo, sono ammirati ma da chi fa di tutto per fiaccarli e svalutarli. Lo Scrittore in Italia è solo e rappresenta a malapena se stesso; ma è sua l’ultima parola, persino quella che decreta il suo proprio esilio.

Marco Cavalli

Indagate sul delitto, non sul cuore

Segnalatoci da Aldo Busi, pubblichiamo questo articolo di Alessandro Piperno, apparso sul Corriere della Sera di oggi, 19 dicembre 2009, a pagina 11.

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Qualcuno ricorda il processo intentato a Mersault, il famoso protagonista de Lo straniero di Albert Camus? Mersault ha ucciso un arabo con cinque pistolettate, senza alcun motivo, ammesso che il caldo feroce di una spiaggia africana non sia una ragione valida per ammazzare qualcuno.

E tuttavia l’accusa, in aula, invece di concentrarsi sui fatti (per altro inequivocabili), invece di chiedere conto a Mersault del suo atto dissennatamente criminoso (da lui per altro ammesso), punta il dito indice sui comportamenti dell’imputato le settimane precedenti il crimine. Chiama un mucchio di testimoni che attestino che l’imputato, il giorno dopo il funerale della madre, non ha trovato di meglio da fare che andare a divertirsi sulla spiaggia, poi al cinema a vedere un film comico, per chiudere la giornata in bellezza con una notte di sesso con una sciacquetta appena conosciuta.

Quando l’avvocato difensore di Mersault, esasperato dalla capziosità dell’accusa, chiede: «Ma insomma costui è accusato di aver seppellito la madre o di aver ucciso un uomo?», il pm risponde con enfasi rivoltante: «Accuso quest’uomo di aver sepellito sua madre con cuore di criminale».

Vedete bene quanto Lo straniero sia un libro profetico.

L’impressione è che, nella nostra epoca e nel nostro Paese, alcuni pm si occupino troppo del cuore degli imputati, tralasciando le azioni da essi compiute. Il caso Garlasco lo testimonia in modo esemplare. Non si può dimenticare il modo in cui la pubblica accusa ci ha illustrato con dovizia di dettagli letterari il cuore di Alberto Stasi, abbozzando il ritratto di un gelido pervertito reo, tra l’altro, proprio come Mersault, di non aver pianto abbastanza e in maniera convincente per la morte della sua ragazza. Né si può dimenticare come la pubblica accusa, su tutto il resto, sia stata fumosa, sciatta e imprecisa. Qualcuno obietterà che tra i molti compiti dell’accusa (tanto più in un caso di omicidio in cui mancano l’arma del delitto, movente e prove inequivocabili) c’è anche quello di tratteggiare un ritratto dell’imputato che risulti insieme fosco e plausibile.

«Il processo – scrive Milan Kundera – celebrato dal tribunale è sempre assoluto; cioè: non riguarda un atto isolato, un reato specifico (furto, frode, violenza carnale) ma l’intera personalità dell’accusato». E lo scrive con angoscia, come di una cosa inevitabile e spaventosa allo stesso tempo, commentando Il processo di Kafka. Mi pare che la riflession di Kundera si attagli perfettamente al «caso Garlasco». In cui la personalità dell’accusato è stata scandagliata minuziosamente. Sappiamo tutto delle passioni feticiste di Alberto Stasi. Delle sue internettistiche divagazioni pornografiche. Dell’imperturbabilità mostrata, nella famosa telefonata al 118, in cui denunciava il ritrovamento del cadavere di Chiara. Sappiamo tutto della sua vanità nel vestire. Delle sue ambizioni professionali. I suoi occhi gelidi sono diventati persino un cliché per certe trasmissioni televisive di quart’ordine. La cosa incredibile è che queste cose ci siano state presentate come disumane, e quindi come indizi determinanti per dimostrare la colpevolezza di Alberto Stasi.

Non so questi pm quale idea elegiaca abbiano del mondo in cui vivono. Non so a quale virtuoso ideale umano si ispirino. Per quel che mi riguarda non ho ravvisato alcuna inumanità nel contegno di Stasi. Non c’è niente che lui abbia fatto o che lui non abbia fatto che non possa essere spiegato.

Quando si interroga l’interiorità di un uomo è facile incorrere in errori madornali. Quando si parla di psicologia vale tutto e il contrario di tutto. Si potrebbe dire, per esempio, che la famigerata impassibilità di Alberto non fosse altro che il segno della sua riservatezza e della sua pudicizia. D’altronde non credo che il suo computer ingolfato di materiale pornografico sia molto diverso da quello della maggior parte dei maschi contemporanei.

In quanto al suo cuore, al cuore di Alberto Stasi, beh, come ogni altro cuore, è un mistero banale che non andrebbe semplicemente indagato.

Alessandro Piperno

Sentire le Donne

Recensione apparsa su Bresciaoggi, il 20 novembre 2008, a pagina 38.

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Rimaneggiato e riletto nel corso del tempo – sono passati diciassette anni dalla prima redazione – continua a rivelare una bellezza imbarazzante il Busi di “Sentire le donne” (pagg. 422, € 19.50), che Bompiani ha appena rimandato in libreria.
Miscellanea di racconti, réportages, inchieste, cronache, conversazioni, interviste e altro ancora, il volume si presenta ora raddoppiato, divenendo, da libro occasionale qual era in origine, una miniera in fieri, arricchita di sempre nuovi materiali di prima qualità e giunta sugli scaffali nelle vesti di un’opera completamente trasformata dalla geniale versatilità dello scrittore monteclarense.

In questa ultima (ma, c’è da giurarci, non definitiva) edizione, il colto e arguto mix fra la tradizione letteraria e quella giornalistica giunge al suo acme. Fra prediche antifrastiche, parodie avveniristiche, avventure estive ai monti e al mare, rivelazioni al fulmicotone (“Non ho mai sfiorato una donna nemmeno con un fiore”), Busi governa sapientemente le pagine che scorrono avvincenti perorando la causa – forse non ancora persa come per l’uomo – dell’autonomia della donna dalla proiezione favolistica che tanto ama farsi di sé.

Da un altrove indefinibile pure dal lettore più avveduto, l’autore passa in rassegna il variegato catalogo delle sventure italiane, dei mali più cronici che cronachistici della nazione, incontrando e descrivendo quel che rimane di un catalogo che il degrado antropologico ha ormai ridotto al lumicino, da Giovanni Spadolini a Dario Bellezza a Francesca Dellera a Franca Valeri a Lauretta Masiero a Marta Marzotto a Gae Aulenti a Susanna Agnelli a Tinto Brass. Sono,  sia le donne che gli uomini che le inseguono, invecchiati anzitempo alla rincorsa di una giovinezza mai posseduta.

Chi si salva o (siamo sinceri) sembra salvarsi? Juliette Gréco che esibisce orgogliosa un sobrio epicureismo, forte di un senso del lavoro quasi calvinista, peraltro da sempre proprio anche di un Busi che ha fatto della Beruf la propria ragione di vita. La Magi con la sua bicicletta, “decana dei mediatori della Bassa”, materialista per convinzione che abbindola un cliente via l’altro ritmando gli affari con pedalate d’altri tempi anche per la nostra operosa provincia. Una vecchia prozia dello scrittore, Amabile, che tutti in famiglia considerano matta (ma non pericolosa), da quando da giovane diede buca sull’altare per tre volte allo stesso uomo, restandosene poi nubile nel culto di una borsa di pelle nera “mai aperta una sola volta davanti agli occhi di qualcuno”, celando un pieno che invece è vuoto come la borsa.

Le decine di ritratti offrono sciami di gag esilaranti,  connotate con acume senza pari in una teoria di costruzioni che procedono per vuoti: qui persino il pieno, anche della carne, è vuoto sia di senso che di sesso, come nel caso delle giovanissime attricette che, trasformando la trasgressione in codice, fanno la fila ai provini di Brass per una porticina nell’assai poco mozartiano “Così fan tutte”, sul set del quale pure Busi accorre, travestito da probabile donna.

E poi la perla, incastonata nonscialante in apertura: “Il casto, sua moglie e l’Innominabile”, un inedito che parla dell’Italia non solo come è ora, ma come è sempre stata. In scena il protagonista (la quintessenza made in Italy del Potere), sua moglie “damazza rotariana” e lui, l’Innominabile appunto. Teratologia pura. Decostruzione ad alzo zero di ogni forma di dominio, nella consapevolezza che oggi scriverne è il modo più illuminante di opporvisi. Un racconto provinciale scritto in una lingua civile come ormai solo quella di Busi sa essere in questo nostro malandato paese.

Flavio Marcolini

I Dialoghi del Ruzante

Recensione apparsa su Bresciaoggi, il 5 maggio 2007, a pagina 41.

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Impareggiabile questa traduzione de “I Dialoghi del Ruzante” curata da Aldo Busi e pubblicata negli Oscar Mondadori (con premessa di Marco Cavalli, pagg. 146, euro 8,40). Si tratta di due piccoli gioielli in cui la pirotecnia semantica del geniale scrittore si accosta con effetti mirabolanti alla lingua rustica di Angelo Beolco (1496?-1542), unanimemente riconosciuto come il vertice del teatro veneto rinascimentale, ripresentandoci in tutta la loro freschezza il “Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo” (1529) e il “Bilora” (1530).

Con questa versione, realizzata in vista di una moderna trasposizione teatrale dei due testi, Busi prosegue un personalissimo discorso di traduzione “da un italiano all’altro” delle opere maggiormente significative (quanto difficilmente accostabili oggi dal vasto pubblico in originale) della letteratura italiana, dal “Novellino” al “Decameron” di Boccaccio al “Cortegiano” del Castiglione.

Nel primo dialogo (al quale il Beolco deve il nome che lo ha consacrato nella storia della letteratura) il protagonista, reduce deluso dalla guerra tra Venezia e la Lega di Cambrai, racconta al compare Menato le proprie vicende, contrassegnate dalla miseria che lo ha spinto a diventare soldato, senza nulla sapere dei campi di battaglia, fiducioso solo di farvi fortuna. Tornato a casa più povero di prima, vorrebbe riavere la sua donna, Gnua, ma lei gli preferisce il nuovo amante che ha almeno la possibilità di sfamarla. Dopo essere stato sonoramente bastonato dal rivale, Ruzante cerca di annegare l’ira disperata per l’amara sorpresa con spacconate vivacemente comiche, che ne rivelano tuttavia la dolente condizione di infelicità.

Bilora invece è un contadino tradito, che se ne va a Venezia per riavere la moglie Dina ormai convivente con l’anziano usuraio Andronico, ricco ma impotente. Pur amando il marito, la donna non accetta di tornare a far la fame a casa sua, rinunciando agli agi di Andronico e alla corte del suo servo Zane. Ubriaco di rabbia, Bilora assale il vecchio e lo uccide con una violenza cieca che assume nella furia del finale la valenza tragicomica di una vendetta sterile. Lo spettro della miseria domina sulla scena, nel quale la morale tutta materialistica della moglie assurge ad una dignità riconosciuta e rispettata dallo stesso marito tradito, anche se le convenzioni sociali di ogni tempo gli impongono di correre inutilmente a riprendersela.

Scombinati e goffi, questi personaggi lottano più per convenienza che per convinzione. Meno avvezzi a far torti che a patirli, nei loro desideri di rivincita sono grottescamente patetici: troppo abituati ad aver paura della realtà, istintivamente ne diffidano, preferendo millantare un coraggio e un eroismo che non hanno.

Maschere della condizione collettiva dei contadini che si erano progressivamente immiseriti e furono quindi costretti ad affacciarsi sulla scena della storia come classe sociale intruppati nelle cernite, gli antieroi ruzantiani motteggiano il rampantismo dei loro simili, impegnati a loro volta in improbabili scalate sociali puntualmente destinate a venire sepolte dalle slavine che la vita rovescia loro addosso con mala grazia.

Aldo Busi ha la sorprendente capacità non di tradurre, ma di reinventare la genuinità del babelico pavano nel quale il Ruzante narra questa calda drammaturgia della fame e della guerra. Alla lingua parlata nella campagna padovana nel ‘500 restituisce immediatezza con ininterrotti fuochi di fila fatti di locuzioni, doppi sensi, arguzie, oscenità, litanie, battibecchi, attinti direttamente dal nostro dialetto, con i suoi modi di dire, le espressioni salaci, le imprecazioni, i turpiloqui che hanno ormai piena cittadinanza anche nella lingua italiana grazie alle opere dello scrittore monteclarense.

La riuscita parodia dell’inarrestabile degrado culturale del nostro paese è da Busi ben sintetizzata nel finale della “Nota al capocomico”, laddove, spiegando il senso della sua sistematica storpiatura dei congiuntivi nel testo, spiega come oggi “di nessuno sia più possibile ridere alle spalle dicendo “parli come un libro stampato”, ma per milioni è finalmente meritato il complimento faccia a faccia “parli come un libro stampato oggi”.

Come il Beolco seppe contestare l’aristocratico mondo ormai al tramonto da cui proveniva calandosi nei panni laceri e scomodi di Ruzante, Busi sbeffeggia oggi una società in declino, fatta di formule altisonanti e vacue. Perennemente riottoso, le sfugge come una farfalla libera e creativa allo spillo che vorrebbe trafiggerne il vissuto, le emozioni, le aspirazioni, in una parola la lingua.

Flavio Marcolini

Lavori in corso

A un anno dalla sua nascita, Altriabusi si prepara per una nuova fase di vita. Al fine di consentire una diversa organizzazione dei contenuti del sito, saranno riproposte alcune recensioni. Ci sono altre novità in cantiere, ve ne daremo notizia a debito momento.

Cordialità.

Redazione Altriabusi