Recensione a cura di Marco Cavalli del racconto “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, di Aldo Busi. Spedito a diversi quotidiani, tra nazionali e locali, a novembre del 2008, il presente testo non è mai stato pubblicato.
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Al di là delle sue attrattive intrinseche la nuova edizione di Sentire le donne (Bompiani, Milano 2008, NdR) merita un giro in libreria per il nuovo testo che Busi vi ha inserito in apertura di volume: Il Casto, sua moglie e l’Innominabile.
Ne è protagonista il personaggio che nel testo dice “io”, il Casto, sintesi dei vizi privati e delle pubbliche virtù dello uomo politico italiano. La carica pubblica del Casto, imprecisata, gli assicura una posizione di prestigio, una dignità esteriore, un non so che di sovraoccupato e di ufficiale che intimorisce: “posso essere un Primo Ministro, un Ministro con Portafoglio, pingue, un Capo Partito, un Governatore della Banca d’Italia, un Proprietario di Reti Televisive e di Gruppi Editoriali con ambizioni monarchiche o di colpo di Stato, ma anche un Presidente di Regione, un Giudice di Corte d’Assise o di Cassazione e, perché no, un semplice patentato Banchiere di Dio”.
Sulla sessantina, pingue, attorniato da guardie del corpo, a braccetto di una moglie da parata e d’apparato, il Casto entra in una galleria d’arte che ospita una mostra fotografica. Incuriosito dai soggetti delle foto, giovani preti in sottana nera, il Casto, che è cresciuto in seminario, si aggira tra la deferenza generale, finché scopre un suo ritratto da giovane in una delle foto esposte. Quasi simultaneamente si accorge della presenza in galleria di uno Scrittore che, per la sua disubbidienza ideologica, si è meritato l’epiteto di Innominabile.
Mentre osserva in silenzio la foto di un se stesso irriconoscibile, il Casto rifà a mente il suo personale tirocinio di corruzione. Ripercorre le stazioni del graduale inaridimento morale, dall’ingresso nel brefotrofio dei preti alla decisione di “prendere i voti”, espressione di micidiale ambiguità che qui sta a significare la rinuncia a una collocazione nella gerarchia ecclesiastica in vista di una fulgida carriera politica nel mondo secolare – carriera che il Casto intraprende incominciando col prendersi per moglie una donna dello schermo.
Con la violenza di linguaggio di un Riccardo III, il Casto snocciola la teoria e la pratica di un progetto di sistematico ladrocinio materiale e spirituale ai danni della società italiana, avviato e consolidato con la partecipazione attiva delle vittime, impazienti di farsi complici.
Bisogna leggere e rileggere queste pagine per rendersi conto della loro perenne attualità. Sembra di sentire la voce di un Leviatano mentre con ardore machiavellico ricostruisce la storia di un colonialismo interno alle menti e alle istituzioni, il parassitismo della Chiesa e della mentalità clericale pervenuti a un tale trionfo da suscitare, seppur sottobanco, il rimpianto di un avversario all’altezza, di un incorruttibile.
La voce narrante ha un timbro di compiacimento mefistofelico che non riesce a nascondere una certa rigidità, una certa forzatura. In realtà il compiacimento si sdoppia in due registri diversi, dei quali l’uno resta nei termini del trionfalismo televisivo dell’uomo di potere, mentre l’altro lo scavalca per elaborare considerazioni meno superficiali, venate di ripensamento, di recriminazione. Sono i passaggi nei quali il Casto, dopo aver evidenziato l’abisso tra la sua condizione a quella dell’Innominabile, si avvicina di soppiatto al nemico. Alcune colpe che gli fanno chiamare Innominabile il suo nemico sembrano al Casto colpe rubate a lui. Per esempio egli riconosce all’Innominabile un grande spirito d’osservazione, una scienza e un’indole da patologo morale che gli permettono di denudare i caratteri a prima vista, penetrare nell’intima codardia delle persone, toccare le molle segrete delle loro viltà. Anche il Casto ha queste capacità ma le usa per segnare le carte con cui gioca e barare con il prossimo. La mancanza di carità del Casto è la stessa dell’Innominabile, con la differenza che costui la volge contro di sé per fraternizzare con il potere dall’interno della sua essenza animale e intellettuale.
Il Casto e l’Innominabile, l’Uomo di Potere e lo Scrittore di Nessun Potere, si distinguono e si scontrano, sì, ma dentro la stessa tensione della mente e del cuore verso un fine imperscrutabile ai più. L’uomo di potere e lo scrittore sono due cervelli, due volontà indurite nella disciplina, precocemente invecchiate. Entrambi sono a modo loro degli orfani, entrambi hanno fatto, sia pure con accezioni diverse della parola, il seminario. Rotti all’autoeducazione più spietata, sono nature annodate, confuse fino alla vanità di specchiarsi ciascuna nel suo antipodo morale e trovare che in fondo tutte e due si fanno da architrave a vicenda, sono una palla di cannone dimidiata. Ma se questo proiettile non fa centro è perché, in definitiva, il discorso che il Casto tiene a se stesso, discorso che include il verdetto di condanna contro l’Innominabile, è quest’ultimo a scriverlo.
Nel mondo che è in mano agli uomini di potere, lo Scrittore non ha nome, non ha identità, non ha volto; è preso di spalle, alle spalle; tutt’al più lo si cancella dalle fotografie con la tecnologia informatica. La sua dirittura, il suo spirito combattivo, sono ammirati ma da chi fa di tutto per fiaccarli e svalutarli. Lo Scrittore in Italia è solo e rappresenta a malapena se stesso; ma è sua l’ultima parola, persino quella che decreta il suo proprio esilio.
Marco Cavalli