Archivio Mensile: marzo 2009

Se Londra mi dà tanto

Lettere inglesi

Raccolta di sms scritti da Aldo Busi da Londra tra febbraio e marzo 2009, già pubblicati su Altriabusi.

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Piombo sprecato

Sms da Londra, 6.2.09

Pioggia, neve, neve, pioggia, gli interessi bancari scivolati ieri all’1% e oggi azzerati allo 0%, e c’è una fila di masochisti piccoli risparmiatori davanti a un teatro che mette in scena tale “Three days of rain”: e perché non “Tre anni di inflazione e di disoccupazione e di guerra civile e di umidità al 100%”? La lettura degli strafatti fatterelli italiani (Eluana, costretta dai bigotti a subire la sindrome di Lazzaro, Genchi e le intercettazioni, la Chiesa che si pronuncia su ogni scoreggia parlamentare e giudiziaria, il negazionismo a cucù, l’obbligo dei medici di denunciare i malati clandestini ecc.) su un superfluo giornaletto milanese (con un ridicolo fondo, da piccolo ostello dell’ordine dei giornalisti, a difesa dell’eroica buonafede e onestà e intransigenza di un paio di direttori di testate sbruffone, esemplari per modestia intellettuale e culturale e di tiratura, tacciati di lobbismo nella memoria processuale contro alcuni tipici immacolati Angelucci anche, ovviamente, editori di gazzette) dà il colpo di grazia alla mia storico-enciclopedica nausea: come spiegare a questo finto ingenuo che firma il fondo che il lobbismo giornalistico si fa non per intromissione ma per omissione? Non è necessario lodare o difendere un imprenditore/editore impuro o la sua produzione o impresa non cartacea, basta tacerne le magagne! Tuttavia, un’utopia a lieto fine: se Fini, Soru, Di Pietro, Bonino e Bersani insieme fondassero un partito, indifferentemente di destra liberale o di sinistra non cattolica, per essere tutti più sicuri che non prevalga alcun ego i discorsi glieli scrivo io. A.B.

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Londra – Parigi via Italia, con l’Europa in testa

(sms da Londra del 7.2.09 a un italiano residente in Francia che mi fa notare la crescente rabbia politica, travestita da amenità, dei miei ultimi goal in rete)

Carino, l’Italia ha bisogno di una Riforma finalmente interna, quindi busiana, e di un movimento antifascista che per essere credibile oggi deve muovere da una destra europeo-liberale, perciò anticlericale e antiberlusconiana, la Sinistra esistente essendo morta per sempre. Siccome dare il Nobel per la Pace a Englaro rischierebbe di essere un boomerang tra le dentiere parlanti dei malpensanti e dei papalini in generale (”Sì, per la pace eterna!”), propongo di dare quello per la Pace a me e a lui quello per la Letteratura. Baci da Portobello Road anche a Sarkozy per la dura e circonstanziata strigliata a Brown che ha abbassato la VAT ovvero l’Iva di due punti (con un danno erariale di 12.000 milioni di sterline e relativo fallimentare indebitamento pubblico) nell’illusione di ridare vita ai consumi. La crisi è epocale e strutturale, non è del momento, ed è  incorreggibile perché non sta nella roba (che qui e altrove nessuno vuole neanche gratis), ma nel cervello della gente; se si fanno debiti sia per investire nelle infrastrutture e nelle nuove energie, nella scuola, nella ricerca: questo ha detto S., un Presidente con le palle – basti vedere con che languore nelle spossate, penetratissime membra Carlà reclina la testa sulla sua spalla, e come se lei, che premeditatamente è scivolata di un bel po’ sulla sedia, fosse bassa uguale. E se recita, è amore doppio, e triplo il valore dell’amante che porta ogni donna a modellarsi a tanto. A.B.

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A distanza di poche ore, Busi ha inviato una seconda versione del messaggio: Londra – Parigi via Italia, con l’Europa in testa (inviato sempre il 07.2.09 ). La pubblichiamo qui sotto così come ci è pervenuta, a dimostrazione del modo di comporre dello scrittore.

Londra – Parigi via Italia, con l’Europa in testa

(sms da Londra del 7.2.09 a un italiano residente in Francia che mi fa notare la crescente rabbia politica, travestita da amenità, dei miei ultimi goal in rete)

Carino, l’Italia ha bisogno di una Riforma finalmente interna, quindi busiana, e di un movimento antifascista che per essere credibile oggi deve muovere da una destra europeo-liberale, perciò anticlericale e antiberlusconiana, la Sinistra esistente essendo morta per sempre. Siccome dare il Nobel per la Pace a Englaro rischierebbe di essere un boomerang tra le dentiere parlanti dei malpensanti e dei papalini in generale (”Sì, per la pace eterna!”), propongo di dare quello per la Pace a me e a lui quello per la Letteratura. Baci da Portobello Road anche a Sarkozy per la dura e circonstanziata strigliata a Brown che ha abbassato la VAT ovvero l’Iva di due punti (con un danno erariale di 12 mila milioni di sterline  e relativo fallimentare indebitamento pubblico) nell’illusione di ridare vita ai consumi. La crisi è epocale e strutturale, non è del momento, ed è incorreggibile perché non sta nella roba (che qui e altrove nessuno vuole neanche gratis), ma nel cervello della gente; se si fanno debiti sia per investire nelle infrastrutture e nelle nuove energie, nella scuola, nella ricerca: questo ha detto S., un Presidente con le palle – basti vedere con che languore nelle spossate, penetratissime membra Carlà reclina la testa sulla sua spalla, e come se lei, che premeditatamente è scivolata di un bel po’ sulla sedia, fosse bassa uguale. E se recita, è amore doppio, e triplo il valore dell’amante che porta ogni donna a modellarsi a tanto. A.B.

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Dalla letteratura all’amore: che film! (Fantascienza, figurarsi)

Londra 8.2.09

Mi ero dimenticato di come può essere emozionante l’amore, almeno virato su pellicola: sono andato a vedere “The reader”, e malgrado la disturbante incongruenza del Tedesco sostituito dall’Inglese non solo nell’apparente doppiaggio mai avvenuto, ma nelle scritte sulla lavagna e nella prosa dei libri, ogni scena di nudo tra il ragazzino che (nel 1958) legge romanzi ad alta voce e l’attempata ex kapò che si vergogna di essere analfabeta mi ha commosso al ritmo di una quasi lacrima per ogni carezza, per ogni sguardo, per ogni colpo di reni, per ogni silenzio tra i due, per ogni schiaffo, per ogni lacerante ricordo, per ogni pagina che li incolla insieme sino alla morte. Tante sono le morali del film, ma a me adesso preme solo fare questa domanda ai miliardi di giovani che sciupano la loro vita su Internet o guardando gli espliciti amorazzi tra gli arroganti ignoranti televisivi e che in tutta la vita non leggeranno nemmeno tante pagine quante ne comportano le poesie di Catullo: come potrà conoscere l’amore chi non ha conosciuto l’amore per la Letteratura? Anche se poi il miracolo erotico consisterebbe, appunto, nel condividerlo con qualcuno questo amore per la qualità della parola e detta e scritta… Ecco perché, infine, “The reader”, come tutti i film incredibilmente realisti e civili in senso ampio, altro non è che un ruffiano, per quanto bellissimo, film di fantascienza. Ma, per sole 9 sterline, che sospiri da zia piena di odio però senza rancore, e che rimpianti per tutti i ricordi che non mi è stato permesso avere! A.B.

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Rientro con scasso

Stansted Air. 15.2.09

Be’, ho fatto in modo di non avere più granché da fare a casa, a parte rientrare ora, ma con tutto comodo, per perfezionare la denuncia (ah, che superflua formalità: se li prendono è più umiliante che se non li prendono) per furto con scasso – auto nuova, dei lingottini d’oro, o forse solo placcati, vecchio dono di una persona riconoscente, e chissà cos’altro, anche se di valore per un incettatore spiccio non ho davvero nient’altro. Sono stati dei ladri molto gentili, a quanto mi è stato riportato al telefono, tutti i cassetti a soqquadro ma nessun vandalismo, niente oggetti rotti tanto per fare. Spero che con il ricavato della refurtiva un padre di famiglia possa finanziare un master in filologia romanza in quel di Oxford a un piccolo rom o a una sfortunata piccina leghista. Senza alcun rancore, davvero, e mille grazie se ritroverò le tre cuffie sferruzzatemi da mia madre nel pieno dell’Alzheimer, che a lei arrivò  comunque solo a 89 anni, mentre a voi arriverà molto, molto prima. Parola di Scrittore – per “voi” mica intendo solo questi di ladri! A.B.

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Italia ovunque

Londra 11 marzo 2009

Globalizzazione del bigottismo: dietro richiesta di alcuni studenti di tutte le nazionalità del mio corso di Inglese, sono appena stato allontanato dalla scuola (privata, e a Londra!) per aver espresso la mia contrarietà verso gli eufemismi usando termini a citazione quali “nigger” e “faggot” e “(Dr) Down” e “Paki” e dato vento al mio disprezzo e per ogni religione e per i troppi miliardi in più di umani che le donne e gli uomini, invece di farsi sterilizzare per i prossimi vent’anni e di fatto distruggendo il pianeta, continuano a sfornare alla cazzo di cane per dare un senso alle loro stupide e irresponsabili esistenze senza vita. La direttrice, medio orientale color nocciola non spelata, era pallida di terrore: ha ripreso un po’ di colore quando le ho garantito che non avrei fatto storie e che poteva tranquillamente ritornarsene nel rassicurante abbraccio dei suoi protetti nemici naturali. Mica ha capito: guai difendere le vittime, specialmente se di mestiere. Ormai è Italia ovunque. E baci, darwiniani con moderazione – una scimmia non sarà davvero troppo? Aldo Busi

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Lezioni talmente private che chi le riceve è ancora colui che le dà. E gli costano.

Sms 12.3.09

(ricevuto ieri, lo pubblichiamo oggi venerdì 13 marzo 2009)

Ormai ho riposto ogni speranza in Brighton – da domenica in poi -, qui a Londra è pressoché impossibile fare una chiacchierata estemporanea non a pagamento con un inglese che non sia un senzatetto con un pidocchioso passato eterosessuale e un presente di pisciasotto – quindi spiccioli per una birretta e, desumo, relativo pannolone. È concepibile una checca homeless? Chi non ha un superattico va a donne, chi ce l’ha va con chi vuole. Siccome scrivere implica scrivere ancora e sempre di umani me compreso e fare di una storiella una storia (quella capitata a degli umani mai “come me” e pertanto obsoleti sé come tutti),  smettere di scrivere non è che una mezza soluzione: se vivi più del dovuto perché non sai che fare delle dodici ore giornaliere che prima passavi a scrivere, loro ti capitano addosso ovunque. L’insegnante, ormai privato, di Inglese mi ha chiesto, tanto per ingrassare un idiomatismo, se, svegliandomi regolarmente alle 5 ed essendo quindi un early bird (per gli interessati: “un uccello mattiniero”), a quell’ora ero di cattivo o di buon umore. Gli ho detto che bisogna essere almeno in due per dire se sei di umore così o cosà, che io, svegliandomi e anche vivendo perennemente da solo, non ho un umore, che a pensarci bene non mi sembrava di averne avuto uno da anni, e che non c’era niente che volessi fare tanto quanto non volessi fare. Lui sovrappensiero ha tirato una linea retta, rettissima, sul foglio dicendo, “Una vita piatta, insomma”. Che ingenuo. A.B.

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Tempo andato in fumo e tumori di competenza

Londra 14.3.09, h 07,15, H.P., nei giardini di Peter Pan.

“Ti sei mai chiesto quanto tempo hai sprecato a fumare?”, avverte il solito cartellone anticancro ai polmoni, anche se il cancro più gettonato qui è quello alla cervice, peculiare alle donne, forse a causa della millenaria fatica di sopportare tanto peso inutile. E non ti sei mai chiesto quanto tempo hai sprecato a non dire quello che pensavi e a dire quello che non pensavi per non pensarci più? O a perfezionare un’illusione d’amore che con l’amore c’entra come un finocchio canterino in un acquario sospeso tra le stanghe di una gabbietta? E dove lo metti il tempo sprecato  dentro e fuori e avanti e indietro in qualche stupida carne incapace di suscitarti una sola parola di qualità per rompere la solitudine almeno l’istante dopo? A ognuno il suo cancro di competenza, tuttavia mica è quello visibile il più mortale, per male che ti vada sai dove porta, ma quello invisibile che ti arresta per sempre? E il tempo sprecato a metterlo a frutto, allora, e non allorché ti è andata male, ma allorché ti è andata bene? Mi fai accendere, per favore, se ci riesci? C’è un vento… A.B.

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Venire al dunque in Occidente, o solamente a Brighton

15.3.09

Brighton, faccia al mare e al sole, in attesa che mi diano la camera; già il primo litigio dopo 5 min. (più degli imprenditori gay mi stanno sui coglioni solo i gay che non sono nemmeno imprenditori: le arie doppie che si danno per schivare il soffocamento in agguato!). I transfert non abitano più qui, sono stati trasferiti tutti presso popolazioni più cattoliche o più musulmane, meno progredite, più miserevoli e miserabili, più africane e filippine e messicane tuttora in balia della criminale e totalitaria propaganda teocratica di cui noi evoluti, civili, democratici e indefessi lottatori  contro il Male (la Verità Rivelata, la verità in tasca) possiamo meritatamente fregarcene e ridere per deridere e mandare al (loro) diavolo. Per esempio, “Non desiderare la donna d’altri” è un comandamento oggi che potrebbe al massimo calzare a pennello alle lesbiche, e solo a quelle antiche che ancora devono darsi la pena di fare le rovinafamiglie perché per loro una moglie sarebbe più desiderabile in quanto più “proibita” di una vigilessa single di media stazza e quindi più femminile, proprio come lo è un marito per una veterochecca che scambia per il non plus ultra della virilità un surplus di depressione e di crudeltà mentale (spesso psichiatrica, sempre tricologica – caduta dei capelli). Oggi, logorati i cari sensi di colpa e quindi le mediazioni, i succedanei, le tortuosità pineali (i transfert, insomma), a nessun uomo mediamente intelligente verrebbe più in mente di perdere tempo a desiderare la donna del suo migliore amico col rischio che ci stia: si fa l’amico, punto. A.B.

P.s. E i baci nooo? Quelli sempre.

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Carne intelligente, cotta a puntino, che mette in conto la morte fin dentro la vita

18.3.09

Che sensazione strana, deve essere la compressione di un nervo nell’ernia cervicale, tutta la costata di manzo che gira improvvisamente sul soffitto mentre mi sento sprofondare e come se il cuore si arrestasse per qualche secondo, devo stare attento a non morire, a prendere fiato, anche cadendo e sbattendo la testa su uno spigolo di mobile dozzinale finto provenzale o conficcandomi in un’orbita il coltello sporco di  mostarda, ma poi, piuttosto che mi venga una paralisi, mi sembra tanto di guadagnato. Niente è più uggioso del dolore, mi stufa subito, sono in grado di apprezzare ben altro. E adesso cos’è tutta questa ventata di freschezza non piagata e già marcia che prende posto di sbieco davanti a me?

Due morosini! Che carine le coppiette di post-adolescenti che parlano fitto fitto faccia faccia al minuto tavolino di un ristorantino francese dall’altra parte della Manica e dunque qui in questo preciso istante, lei, seriosa per intensità di sguardo fisso negli occhi altrettanto azzurri di lui, ovale imperfettibile, i capelli biondo miele arruffati come appena saltata fuori dal letto, in apparenza senza trucco però le palpebre nerissime e lunghissime una separata dall’altra, le belle braccia nude e lui, biondo rosato, di una educata rudezza, virile con scioltezza, una peluria a pizzetto sul mento, il profilo elegante, irregolare, le labbra carnose quasi violacee, tumefatte e screpolate di recente, ecco, lui che ora con una mano pilucca una patata e con l’altra sotto il tavolino va a farle il grattino al gomito! E che equilibrio tra il prendere e il dare, che rispettosa generosità, che armonioso sentimento di appartenenza. Chissà che letture hanno fatto. Questi due mica spinellano o sniffano, sono troppo semplici e ben allevati, questi non hanno bisogno di un vuoto di memoria per tirare avanti rompendo i coglioni al mondo perché se li rompono loro, questi due erano già sfuggiti alle trappole di massa ognuno per conto suo prima di incontrarsi, questi due stanno bene insieme perché starebbero bene anche ognuno per sé. Oh, come sono splendidi, e rari! Dunque la vita avrebbe potuto essere un po’ così, almeno il tempo di arrivare in due dalla bistecca alla panna cotta. Ah, come mi incanta l’amore, come mi rallegra che esista in qualche carne intelligente ciò che fa per me solo a parole!

Morirò in viaggio, dopo aver perfezionato un esperanto mai usato e mille modi di dire per pepare una conversazione mai fatta? Mica pretendevo il grattino.  Quando ripenso alle mie ultime “amicizie”, romane, mi sembra di aver ricevuto forfora in cambio dello scalpo. Siccome non so mai se il servizio è compreso, visto che mi dà sui nervi guardare qualsiasi altra voce che non sia la somma in fondo, lascio sempre la mancia. Non posso sbagliare proprio adesso, magari come mi alzo stramazzo a terra e poi devono pure chiamare l’ambulanza per uno stronzo che non ha lasciato neppure il 10% di regola. (Mi sono retto benissimo in piedi – e la sirena continuo a farmela da me.) A.B.

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Allocuzione per la giornata delle sante missioni

9 ottobre 2006

Riproponiamo oggi  28 marzo 2009 questo testo di Aldo Busi inviato originariamente a Dagospia.

Continuare a essere vivi per intero, cioè il minimo, è l’impresa più ardua; mi fa venire in mente un volontario che passi la sua esistenza – il suo essere vivo – nell’assistere un altro in coma ventiquattro ore su ventiquattro, nutrendolo, pulendolo, curandolo senza mai ricevere in cambio un segno di vita e comprandogli oltretutto tutto lui di tasca sua, flebo, medicine, pannoloni, senza alcun fondo o donazione o contributo esterni. Ovviamente i due non sono parenti né amanti né amici, i due non si sono mai conosciuti prima, non si conoscono ora ed è quasi da escludere che si possano conoscere in futuro.
Dove trovi questo volontario la costanza di rinnovare la sua energia vitale e pragmatica e organizzativa – e che non ha una pur remotissima ombra di afflato mistico o filantropico – per fare quello che fa avendo come unico scambio sensibile la fissità di qualcuno che né è vivo né è morto né dà segni di miglioramento è un mistero, oltre che un miracolo nervoso dal quale è esclusa l’ostinazione, l’ambizione di farcela, e la stessa speranza (la speranza si stanca presto, meglio tenerla fuori: spegne le forze, mica le rianima) di riportare alla coscienza un essere umano ridotto a una sussistenza vegetativa che non dà risposta alcuna da una vita.

Il continuare a essere vivo di questo volontario esclude, nel caso fortunato in cui il malato si desti dal coma, il sentirsi bravo, ripagato, il cantare vittoria sulla pregressa vanità del nostro sforzo finalmente non più a vuoto. Ma anche chi si ridesta dal coma è altrettanto raro che attribuisca il merito a chi, se è saggio, non si attribuisce niente: l’unico modo per continuare a sentirsi vivi è continuare a assistere un essere umano in coma (profondo, quanto profondo!) vada come vada – la massima delle ricompense, del tutto intima e che non si può certo sfoggiare impunemente, è la poco consolante congettura che dedicarsi anima e corpo a un essere umano in coma è la mera condizione per non diventare comatoso come lui.

In generale direi che continuare a essere vivi sarà pertanto un continuare a essere vivi per un principio di necessità più che di convenienza, per l’ineffabile pneuma della vita in sé senza conseguenze visibili, palpabili, condivise, remunerative, rassegnandosi più al dissenso e all’indifferenza che non contando su un qualche consenso e solidarietà; sarà un continuare a essere vivi non certo per i risultati che ciò comporta a te o all’essere umano in coma su cui ti impunti, non certo per la soddisfazione che se ne trae: si è vivi esattamente, e crudelmente, come l’altro in coma.

Assistente (ma si fa per dire: di sicuro assiste se stesso) e assistito, ognuno è vivo e allo stesso tempo morto e disattivato rispetto all’altro, ognuno con le stesse possibilità dell’altro sia di piombare improvvisamente nel sonno della mente sia di risvegliarsi alla vita – con la rara eventualità di potere per una frazione di istante far sapere all’altro l’esistenza dell’uno che li unisce o che li ha uniti in una vera e propria guerra di cui non c’è, e non resta, traccia (mi sembra di vederlo, questo essere umano che dal letto del coma balza in su col busto, scende con scioltezza e si regge saldamente in piedi e si allontana dalla stanza nel pieno delle sue ritrovate facoltà senza rendersi conto che forse non ha fatto da solo tutto quel percorso dal nulla al qualcosa e senza neppure che il volontario, ai piedi del letto, si frapponga sul suo passo per ricevere quantomeno il saluto finale che gli dia la certezza che lui c’è stato o che almeno ha fatto il possibile per esserci, anche se al risveglio da quel coma di quell’essere umano ciò che potremmo chiamare la spinta esterna non è servita né tanto né poco).

Chi continua a vivere solo perché trae da un suo sacrificio una risposta e una gratificazione che lo faccia sentire utile umanamente o professionalmente è meno vivo di chi continua a sacrificarsi (espressione alquanto impropria: anche il più strenuo sacrificio dopo un po’ diventa un banale e abitudinario respirare) senza ricevere in cambio niente, né da sé né da altri e né per sé né per l’altro – non dico il sorriso che dischiuda un minimo orizzonte per l’assistito, ma almeno una falange che a un tratto si muove, una parola improvvisamente biascicata dopo anni di torpore, un segno qualsiasi di vita che rompa il coma totale. Continuare a parlare a qualcuno che non risponde al fine di sollecitargli una comunicazione almeno tra sé e sé nel proprio cervello – che non dà segni palesi di essere ancora in funzione – richiede di continuare a essere vivi infinitamente di più che se si ottenesse un effetto positivo per ogni nostro gesto per quanto frutto di resistenza alla fatica e allo scoramento patiti in segreto non importa da quanto a lungo.

Se non c’è differenza tra un essere umano in coma profondo e un altro essere umano in coma profondo, c’è però una differenza – di vitale importanza – tra volontario e volontario anche se sembrerebbe che entrambi facciano la stessa cosa per lo stesso tempo con la stessa competenza, sacrificio di sé, dedizione, dispiegamento – e spreco apparente – di energie ecc.: il solco incolmabile tra i due volontari sta tra neutralità intellettuale fine a se stessa (il che è una tale conquista umana di per sé che non può essere poi volta a ulteriore raggiungimento e perfezione di alcun altro fine fuori da sé) e interesse ideologico strumentale a un fine ulteriore; la neutralità intellettuale mira, se mira a qualcosa, all’autonomia dell’altro, l’interesse ideologico mira a creare dipendenza istituzionale individuale e collettiva, fosse pure a sacrificio della vita stessa del volontario in missione; la neutralità intellettuale perde potere – non quello politico, cui non aspira, ma il potere delle sue forze vitali stesse, e non accumulando potere perde perfino credibilità -, l’interesse ideologico del volontario ma missionario il potere lo accumula o lo fortifica.

Perché c’è successo e successo, c’è sconfitta e sconfitta, c’è solitudine e solitudine, c’è, infine, un continuare a sentirsi vivi in sé e un sentirsi vivi per delega: ecco la differenza sostanziale tra un volontario laico e un volontario confessionale, e non capirò mai perché si parli esclusivamente del secondo e mai del primo – lo capisco, ovvio, ma la cosa mi avvilisce: il volontario confessionale gode della grancassa promozionale di una chiesa e di un sistema economico inerente la beneficenza, il volontario laico è considerato un pericolo sociale perché antieconomico, un esempio infido e viene pertanto addirittura rimosso da ogni possibile riferimento e memoria.

Quanto agli esiti dell’operato del volontario in generale, chi fallisce al minuto ma ha una causa superiore da portare avanti è ripagato infinitamente di più di chi riporta un successo immanente non passibile di esulare dalla sua momentaneità per confluire in un fine ulteriore e atemporale col conforto aggiunto di tutta una burocrazia dell’opera di bene da monte e a valle, e figuriamoci quanto sia ripagato chi riporta non solo un successo al momento ma in più può già incanalarlo in quel suo fine superiore a maggior gloria di una causa e di una chiesa (è già tanto se costui già che c’è ogni tanto si dimentica del suo fine superiore e non gli dà ogni precedenza sul fine immediato verso l’afflitto che sarebbe tenuto a curare). Il volontario laico, inoltre, se opera da solo è da solo sempre, e spesso isolato se non proprio ostacolato e deriso, mentre il volontario missionario è più che mai insieme a una moltitudine, idealmente se non di fatto e tanto più di fatto quanto più idealmente, per quanto si trovi da solo.

E’ tanto se entrambi non si ricevono in cambio del loro sacrificio infezioni, torture, pugnalate, pallottole, ma mentre il laico ci rimette la vita, il missionario ci guadagna una morte – penso a una certa volontaria laica che in Africa è stata ammazzata dopo trent’anni che assisteva genti ammalate di tubercolosi abbandonate a se stesse: un volontario laico in trasferta (e lo è anche stando a casa sua, non necessariamente in Uganda) è più vivo, più intelligente, più coraggioso di un volontario religioso in missione, perché il laico deve trovare in sé e per sé la forza di fare ciò che fa attimo per attimo, con o senza risultati ed escludendo da subito dalla sua visione l’interferenza di un’eco e di un premio di stima, senza contare sulla lungimiranza propagandistica per il bene di una chiesa, mentre al religioso non importa di fallire lui di volta in volta se il trionfo finale di un’istituzione fideistica è pur sempre il suo punto di vista energetico, la ragione che lo anima.

Un volontario laico vive e muore in sé e lo sa e ha solo fini primi e immediati, sincronici al suo operato e alla sua abnegazione; un religioso, per quanto bravo e costante e amorevole, è corroborato dal fanatismo psichico – una vera e propria ingenuità intellettuale dalle devastanti conseguenze morali – di fare ciò che fa per un ulteriore fine, un bene ideologico superiore. Il missionario vince anche quando perde, non gli può andare che meglio non si può, il laico perde e basta e gli sta bene così; il missionario, anche se è sconfitto sul campo del momento, accumula sconfitta dopo sconfitta la certa speranza di una vittoria altra e conclusiva che travalica il suo sacrifico personale al minuto, mentre il laico valuta di volta in volta e se perde anche la vita niente e nessuno – nemmeno gli stessi ammalati nemmeno se una volta guariti – può avvalersene per fare incetta di propaganda pro domo sua e sentire accresciuto il proprio potere politico.
Quando noi restiamo ammirati da certi preti o suore sul cui innegabile sacrificio sappiamo tutto – mentre del sacrificio dei laici non veniamo a sapere mai niente, nemmeno che sono esistiti e che tuttora esistono – dovremmo dirci almeno che è un sacrificio a metà, un sacrificio con un enorme tornaconto non meramente subliminale, e che se fossero stati davvero in gamba come ce li dipingono avrebbero fatto quello che hanno fatto facendolo per intero, cioè facendolo senza che direttamente o indirettamente ne traesse beneficio nessun altro, ente o chiesa o istituzione che sia, a parte gli afflitti su cui si sono piegati mantenendo per il resto la schiena dritta. E la domanda che dobbiamo farci è: se questi benemeriti missionari avessero agito fuori da quella chiesa, da quella fede, da quel fine superiore avrebbero saputo fare quello che hanno fatto, visto che, se anche non hanno fatto niente o non sono riusciti a niente, sapevano che alle lunghe avrebbero preso infinitamente di più di quanto non hanno dato? Mediocri nell’aiuto come sono, visto che prestare aiuto è spesso un fine secondario come tanti rispetto al fine primario cioè superiore, è probabile, senza tutta quell’impalcatura dietro e sotto e Sopra, che questi volontari religiosi sarebbero riusciti sì a portare in scena tutti gli afflitti, i lebbrosi, gli immunodeficienti, i menomati, i deboli che assicurano audience ma non una sola benda per avvolgere almeno la piaga del decubito prescelto.

E’ innegabile che un volontario laico della vita sia più vivo di un volontario missionario della chiesa, cui basta essere vivo a metà, pensare a metà, sentire a metà, dire a metà, offrire a metà: mentre il laico vuole per l’altro suo simile l’interezza della vita come vuole continuare ad averla per sé, il missionario, avendone già metà per sé, non può che aspirare alla metà della metà per ogni altro – e il resto al mostro onnivoro della sua ideologia di potere.
Ecco perché i veri criminali dell’umanità sono proprio quei rari santi e i martiri e i beati di ogni religione che, armati di bontà, altruismo e autentico sacrificio di sé, col loro encomiabile e fulgido esempio vanno a ingrassare, consapevoli o no, i vizi obbrobriosi e le tenebre politiche di una gerarchia di crapuloni debosciati scrocconi sanguinari che li annette per farsene scudo, esibirli alla pubblica ammirazione e credulità e così perpetuarsi unti da un Dio senza né colpo ferire né, ovviamente, l’incomodo di un dio né l’intralcio di un umano che, malgrado tutto, continua a restare vivo per intero anche per chi, se non è in coma, è vivo a metà o anche meno.

Aldo Busi

Ultimissime – più una citazione (commentata) – su laicità e omosessualità

31.8.2005    Montichiari
Riproponiamo oggi  26 marzo 2009 il testo del fax  inviato originariamente al giornale la Repubblica e mai pubblicato.

Aldo Busi per  la Repubblica, rubrica lettere, s.v.p., si può pubblicare quale articolo a titolo gratuito solo oggi su domani e solo se integralmente.

Desidero commentare due articoli apparsi ieri sul Vs quotidiano: il primo è a firma di Giuliano Amato, “Che cosa vuol dire esser laici oggi”, che non ho letto dato che mi basta l’emicrania precedente di aver letto altri suoi interventi in materia, e il secondo è “Omosessuali si nasce o si diventa?”, che non ho letto dato che mi ripugna già nel titolo. Quanto al primo, dirò che essere laici oggi, e qui in Occidente, significa essere areligiosi per sé in senso generale e del tutto indifferenti (democratici per convinzione o faute de mieux) alla religione altrui, in senso personale e costituzionale, esattamente come lo si può essere verso i capelli ricci o lisci per strada o in privato a patto di essere drasticamente e tempestivamente anticlericali ogni qual volta dei ministri di un dato dio si insinuino nelle istituzioni di uno Stato e pretendano di sovrapporsi ai ministri del bene pubblico imponendo alle capigliature dei cittadini una permanente etica, unica per tutti (rapati a zero sulla pubblica piazza i criniti recalcitranti) e, divina tautologia tricologica, per l’appunto sempiterna (eppure i capelli cadono anche ai preti che governano i preti mancati che ci governano); quanto al secondo (legatissimo al primo, ovvio) sulla cosiddetta omosessualità e, soprattutto, sulla sempre più demente (reazionaria, misogina, omofoba, neo/teo con ecc.) tendenza a far dire a una certa scienza quanto sulla sessualità umana non oserebbe più dire nemmeno il più idiota del villaggio globale, trasmetto qui di seguito l’epigrafe, con commento, al libro di viaggi che ho appena terminato, “Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo”, in uscita chissà quando: “E, così, dov’è considerata brutta cosa compiacere agli amanti, ciò si deve alla malizia dei legislatori, alla prepotenza dei dominanti e alla viltà dei soggetti”, Il Convito, Platone, 182, nella traduzione (1922, Sansoni ed.) di Emilio Martini, davvero oscura per i non addetti ai lavori, e che a me piace dispiegare come segue malgrado la sottolineatura didascalica di certi concetti, impropriamente attualizzati, col rischio di apparire tendenziosi, al fine di escludere ogni possibile apologia della pedofilia e nell’originale e nell’interpretazione che ne do: “Ovunque e ogni qual volta si stabilisca che è riprovevole per un maschio adulto essere coinvolto in una relazione sessuale o sentimentale o entrambe le cose con un altro maschio adulto, noi cittadini non dobbiamo farci distrarre dalla speciosa necessità mondana di emettere un nostro qualsivoglia giudizio sulla colpa o sull’innocenza, sul vizio o sulla virtù della relazione in sé, ma dobbiamo concentrare la nostra vigilanza politica su chi con la sua propaganda sessuofobica, inventandosi finti delitti e colpe artefatte, ci sta mostrando un falso bersaglio per distrarci da quello triplicemente vero che dovrebbe preoccupare noi cittadini e metterci in uno stato di allerta civile: la maligna volontà dei legislatori, il dispotismo dei governanti – politici & preti & loro longa manus massmediatica – e la viltà dei sudditi, i quali per paura, ipocrisia, servilismo vivono nelle tenebre ciò che sarebbe loro libertà vivere alla luce del sole poiché ciò afferma un diritto senza lederne alcuno per nessuno. Il finto problema dell’attentato alla moralità pubblica e quindi all’intera società che costituirebbe la sessualità umana nelle sue espressioni di reciprocità tra persone adulte dello stesso sesso e no è brandito dal tiranno in ogni luogo e tempo per occultare il vero problema di chi se lo pone – lui – per imporlo a noi cittadini che volentieri ne faremmo a meno: soffocare la democrazia il più possibile al fine di ingrossare sempre più i proventi della sua tirannia con il nostro servaggio”. Già che ci sono e ringraziando in anticipo: può la Repubblica, con le sue conoscenze, farmi invitare a Rimini al prossimo meeting di Comunione & Liberazione?

La grazia a Sofri: un colpo di grazia al grafomane di successo

Pubblichiamo,oggi mercoledì 25 marzo, dal libro “Nudo di madre (Manuale del Perfetto Scrittore)” un brano esemplare che riguarda Adriano Sofri e la sua iperattività pubblicistica.
Anch’io, se fossi malizioso, gliela concederei, così, una volta fuori dal carcere, superaccessoriato, la smette di sentirsi Socrate e Seneca e Pier delle Vigne e Gramsci insieme pur di battere abbastanza articolesse da inviare a destra e a sinistra; tuttavia bisogna essere privi di cuore… e io non lo sono… per impetrare la grazia per Sofri col rischio che, alla fine, gli venga concessa sul serio in modo irrevocabile: una volta liberato dai ceppi dell’autopromozione a vita e per niente, potrebbe rendersi conto anche lui, come ormai anche i più pazienti dei suoi firmatari, di non essere uno scrittore mancato ma un grafomane di successo e potrebbe venirgli un coccolone – e farà qualsiasi cosa pur di ritornare dentro a godere dei passati fasti di martire del mouse: quindi tanto vale, per il suo bene e amor proprio, che in galera ci resti.

Aldo Busi, Nudo di madre, Oscar Mondadori 2003.

Corsera, casa albergo dell’ovvio e del ristagno

17.4.2006 Montichiari

Riproponiamo oggi 23 marzo 2009 il testo del fax inviato originariamente al Corsera e mai pubblicato.


Aldo Busi per Paolo Mieli, Corsera, s.v.p.; si può pubblicare.


È davvero un peccato che, malgrado Le abbia dato la possibilità, Lei non si avvalga della mia collaborazione – non come scrittore, non scriverei mai lì sopra per com’è ora – per cambiare un po’ l’aria allo stantio quotidiano che dirige. È davvero uno scialo di cellulosa tutto quel vecchiume, dagli articoli di fondo alla cultura alla pagina televisiva, quelle lenzuolate di letterarietà senza alcun aggancio col paese che non sia autoreferenziale, tutto un ciarpame di amor proprio liricheggiante e fasciò: fra “Repubblica” e “Corsera” non saprei a chi dare la palma del rinsecchimento. Lei sa che, fra nonnette dell’elzeviro, veline uguali dappertutto e stile, io non riesco a dedicare più di dodici minuti complessivi a un numero standard? Ne parlavo di recente con alcuni docenti universitari – di taglio davvero laico, non alla Amato o alla Pera – e la sintesi è “Corsera, Casa Albergo dell’ovvio e del ristagno”. Basta revisionismo e papismo, La prego: non ha mai pensato di fare un po’ di scoutismo fra aspiranti firme che non abbiano superato i venticinque anni? E dico venticinque, ben sapendo che ormai anche a quest’età, in Italia, e a causa di giornali come il Suo, si pensa e si scrive in modo obsoleto e fideistico come a sessanta per compiacere l’Ordine, ma ciò servirebbe ogni tanto a noi lettori (il Corsera, che da un decennio sfoglio, lo leggevo dall’età di sette anni) per tirare il fiato e non inalare sempre il lezzo dannunziano dei Suoi centenari male imbalsamati. Guardi che se non mi dà ascolto, finirà per emanare come loro – e uso il futuro per mera delicatezza.

Cordialità:

Aldo Busi

P.s.: dimenticavo: a proposito di sciatteria firmata (strenuamente perseguita, eh!), circa un mese fa è stata riportata dal Corsera una frase, un’unica frase, del mio fax a Capezzone a sostegno della Rosa nel Pugno; sorvolando sullo squallore del contesto in cui veniva pubblicata una mia foto, come se Busi, prima che scrittore e coscienza della nazione, non fosse assimilabile che a trans e a gay, la frase, che in originale recita “Che me ne faccio di una sinistra clericale?”, sul Suo gazzettino è diventata “Che me ne faccio di una sinistra radicale?”. Ricucci è vivo e lotta con voi!