Archivio Mensile: aprile 2009

Odia il padre e diventerai grande. Parola di Busi

Miguel Angel Martín, "With mum on mum's day", tempera, 1998, copertina del "Manuale del Perfetto Papà (beati gli orfani!)", Mondadori, Milano 2001.

Miguel Angel Martín, "With mum on mum's day", tempera, 1998, copertina del "Manuale del Perfetto Papà (beati gli orfani!)", Mondadori, Milano 2001.

Pubblichiamo oggi 28 aprile 2009 una recensione del Manuale del perfetto papà (beati gli orfani!), di Aldo Busi, a cura di Serena Zoli, apparsa originariamente il 21 marzo 2001 sul Corriere della Sera, pagina 37.

**

PROVOCAZIONI Anatomia del capofamiglia in sessantatré capitoli. Ricordando il proprio passato

Quale sia per Aldo Busi l’ideale del «perfetto papà» lo si capisce chiaro e subito dal sottotitolo del «Manuale» che gli dedica: Beati gli orfani. Come il generale Sherman non si fece problemi a dichiarare che l’indiano migliore era quello morto, così l’esuberante scrittore qui scrive in esplicite e ripetute lettere che è padre modello chi si toglie di torno alla nascita del figlio. O anche prima. Il suo purtroppo, non lo fece. I padri sono qui trattati come genere, ma il prototipo descritto nei dettagli è Busi senior, uomo bellissimo, detto «El Negher», il negro, per la pelle scura, «una pasta d’uomo» per quelli fuori casa, un tiranno «bestiale», picchiatore «crudele e spietato» per quelli di casa: lui, la madre e due fratelli (il quarto fratello, pare di capire, non subì la stessa sorte). Un padre, morto nell’ 82, tuttora odiato a mente fredda e serena. L’unico merito che il figlio Aldo gli riconosce è, paradossalmente (ma i paradossi sono spesso l’architrave del Busi-pensiero), l’odio viscerale che gli ha ispirato e che gli ha dimostrato; un odio così totale da aver fatto «di me un essere tagliente e lucente come la punta di un raro diamante». Un’anteprima di questo volumetto era già contenuta nel Manuale della perfetta Mamma uscito nel settembre scorso, dove, al di là del linguaggio pirotecnico e spesso crudo com’è nel suo stile, Busi disegnava un inno alla donna e alla sua capacità di darsi senza limiti e senza remore nella maternità. Allora era sua madre a far da modello: donna oppressa, sfruttata, negata, ma sempre accanto ai figli, sempre con loro, a qualunque costo. Di contro già allora era accennata la figura del padre: gaudente, violento, sfruttatore del lavoro della moglie e dei figli (patetica, qui, l’immagine della sorella mandata pressoché bambina a far l’inserviente in un istituto per sordomuti e «derubata» ogni mese fino all’ultima lira della paga). Oggi, accanto al racconto autobiografico, Aldo Busi sviluppa una teoria sulla perniciosità dell’uomo padre che farebbe la felicità di molte femministe (o tout court di molte mogli e soprattutto ex mogli) e che per certi tratti si incontra con le analisi dei migliori studiosi del mondo infantile e adolescenziale quando discettano del «padre assente» o, peggio, malamente presente. «Un uomo non annulla mai e poi mai la sua virilità nella paternità», scrive Busi. Ne deriva che «o i figli la possono solo esaltare (questa virilità) o l’ uomo annulla piuttosto i figli». Ancora: se la femminilità è una civetteria che la donna può indossare e smettere, secondo le circostanze e secondo le necessità di sopravvivenza, «la virilità è un cappio al collo»: l’uomo non riesce a prescindere dall’essere maschio, soprattutto dal doverlo apparire. E per lui, dunque, l’apparire è l’essere. Condanna più feroce non poteva essere espressa da questo autore che ha come prima scelta l’etica. E come primo comandamento dell’etica, essere se stessi, autentici. Apertamente Busi tira in ballo la sua omosessualità, si chiede anche – secondo quanto psicologia insegna – se metterla o no in connessione con l’odio per il padre, ma anche qui quel che soprattutto gli preme è fissare i paletti della consistenza etica. Etero, omo, femmina, bisessuale o quant’altro, il nocciolo è uno solo: essere persona integra, non umiliarsi né umiliare mai. Del Gay Pride scrive: «L’orgoglio non è di essere gay, ma di essere cittadino e basta». L’obiettivo dell’«omosessuale maschio intelligente», afferma, non è la seduzione di altri uomini, bensì «la seduzione e la conquista di se stesso come soggetto politico principe della società». In 63 capitoletti, lunghi poche righe o parecchie pagine, com’è suo costume, Aldo Busi salta da un argomento all’altro, acchiappa temi di attualità e ne ride con metafore antiche, si infila in tenerezze e compassioni di intensa sensibilità poi colpisce duro con frasi hard o spietati giudizi. Scandalizzare gli piace, ma per rendere frizzante la superficie e smuovere una normalità d’apparenza (la sua «apparenza», nell’ultima di copertina, è con cappellino e veletta). Sotto preme, e spunta sempre, la sua tempra di moralista: ciascuno si assuma la responsabilità di se stessi. Busi qui si assume anche la responsabilità del suo odio, un sentimento oggi negato, «indecente», non parliamo poi se rivolto verso il proprio padre. Per motivarlo adduce – ma non ci si sofferma – scene strazianti di lui bambino maltrattato. Allora perdonare – come è di moda – perché? Lui il suo odio lo coltiva come giusto, «dovuto».

Ritratto di Aldo Busi. Dalla data del disegno sono trascorsi molti anni e non ci risulta possibile risalire al suo autore, ce ne scusiamo (NdR).

Ritratto di Aldo Busi. Dalla data del disegno sono trascorsi molti anni e non ci risulta possibile risalire al suo autore, ce ne scusiamo (NdR).

Nuovi sviluppi

Pubblichiamo oggi 24 aprile 2008, ore 14:30, una serie di lettere e sms a proposito del testo di Busi Stringi stringi, Berlusconiani lo siamo tutti. Le lettere dei lettori sono giunte alla redazione di Dagospia, le pubblichiamo nell’ordine in cui le abbiamo trovate.

1 – Lettera di Aldo Busi a “Dagospia”
Lettera sms 23.4.09 Un tuo lettore, cioè un non lettore mio e quindi un italiano mediamente alfabetizzato, protesta perché ho scritto che “siamo tutti berlusconiani” mentre lui non lo sarebbe, poveretto. Se preso alla lettera, l’enunciato mi obbliga a delle scuse, sì, tuttavia il tuo non lettore tipo, incapace di leggere oltre la distanza fisica del proprio naso, avrebbe dovuto leggere, non solo tra le righe ma tra le altre righe, ciò che io ho in effetti scritto: “Siete tutti berlusconiani, io escluso”.
Colgo l’occasione per rammentare ai tuoi grafomani di riferimento senza grammatica né sintassi (e in generale ai disperati lettori di tutta Italia che invano continuano a rivolgersi alle librerie Feltrinelli) che, per esempio, presso la magnifica libreria della Stazione Termini a Roma possono trovare, e a pile quanto spesso rimpolpate, pressoché tutti i quaranta e passa titoli pubblicati da Aldo Busi.

2 – Lettera di un lettore a “Dagospia” (22.4.09)
Siamo tutti berlusconiani? Gentile Busi, i suoi deliri per favore li tenga per sé. non tutti i romanzieri dovrebbero parlare di politica.
Alex

3 – Lettera di una lettrice a “Dagospia” (23.4.09)
Caro Dago, vorrei ringraziare Aldo Busi per la sua dolente e condivisa idea dell’Italia di oggi, la sua è una delle poche voci di intellettuali italiani che senza politichese senza se e senza ma, dice le cose come purtroppo stanno. Per quello che può contare , ad Aldo Busi che seguo da sempre e che qualche volta mi ha fatto arrabbiare per certe inutili scurrilità, oggi dico , grazie di esistere.
Lilly Nardi

4 – Lettera (pubblicata il 23.4.09, cancellata il 24.4.09 mattina e rimessa online il 24.4.09 la sera, NdR)
I paradossi di Busi. Come si fa a interpretare Busi con la lente della filologia? Ci vuole un po’ di elasticità. Siamo tutti berlusconiani, è vero. Per il semplice fatto che manca l’Antiberlusconi. E se non c’è l’Anticristo (quello vero) significa che, chi più, chi meno, siamo tutti con Cristo. Anche quando lo bestemmiamo. Per il solo fatto di ammetterne l’esistenza. La stessa cosa facciamo con Berluschiere.
Chi potrebbe mai essere, del resto, l’Antiberlusconi? Il povero Franceschini che stava coi peggiori democristiani? Beppe Grillo che lascia un programma a metà bava, dopo aver parlato venti minuti non interrotto? Lasciando basita la povera ilaria? Un monologo in piena regola, al pari di berluskaz da Vespa ai tempi del contratto. O Santoro che fa di uno schermidore una giornalista? O Di Pietro, che si incazza come un pero appena viene contraddetto? Sono tutti antiberlusconiani, ma per esserlo veramente, guardacaso, hanno tutti dovuto trapiantarsi un po’ di geni berlusconiani.

p.s. anniversario di Montanelli: si vadano a sentire le cose turpi che il grande indro diceva di Di Pietro ad Alain Elkann. ci sarà da ridere. su you tube.

Giuseppe Giustolisi

5 – Lettera di Addo Busi dopo aver letto la posta (“Addo” si trova scritto così presso Dagospia, NdR)
Non basta essere “a mio favore” per non essere una piccola creta mal sagomata comunque. Non c’è niente da fare, “certe inutili scurrilità” e “grazie di esistere” aumentano e il degrado italiano e le mie pulsioni suicidali. Ribadisco che più uno non ha niente da dire e meno lo sa dire, più lo scrive a te, che manica di imbecilli infila la tua posta! Non ci sarà mai più un mio commento a tale riguardo, mi faccio bastare la nausea pregressa. (Puoi pubblicarlo o no).
A.B. 24.4.09 h19,36 (questa data non è corretta, ieri era il 23.4.09, NdR)

Sms di Busi a Dagospia inviato il 24/04/09 mattina, non pubblicato da Dagospia
24.4.09 E’ scorretto e offensivo verso me e il tuo scrivente che tu metta in fondo il mio ultimo sms quale commento alla “posta letta”, visto che io non potevo tenere conto nel mio sms delle h19,36 di ieri della nuova, e mai vista prima,  lettera che lo precede (e che è oltretutto l’unica sensata letta in anni, scritta in modo decente e firmata con nome e cognome, Giuseppe Giustolisi, verosimilmente autentico). Dovresti essere querelato solo per la sciatteria, ammesso non si tratti di  idiozia psichiatrica comodamente irreversibile. Manipolati pure Pizzi e pizzetto, non me. Puoi pubblicarlo o no, da me non ne avrai altri se non chiederai pubblicamente scusa almeno al signor Giustolisi. Aldo Busi

Sms di D’Agostino a Busi 24.4.09
Ho tolto la lettera di Giustolisi – Amen

Sms di Busi a Dagospia 24.4.09

Getto la spugna: togliere quella lettera è davvero la peccia più sciocca che potevi mettere. Amen davvero. A.B.

Sms di D’Agostino a  Busi 25.4.09 h 17,35
Molto simpatico  far pubblicare i miei sms sul sito Altriabusi

Sms di Busi  a D’Agosino 25.4.09 h 17,45
Non permetterti di dare lezioni di correttezza a me. Togliere (e rimettere!) dal tuo sito quella lettera, troppo civile per i tuoi gusti fognari, è stato davvero ignobile. Ma forse neppure te ne rendi conto. Tu fa’ come credi, io continuerò, a differenza di te, a essere simpatico. Aldo Busi

Amore offresi, astenersi offerenti

Pubblichiamo oggi, 23 aprile 2009, un testo di Aldo Busi che reca la data 23 febbraio 2002. Il testo non è edito in alcun volume di Aldo Busi ed è stato gentilmente concesso dall’autore a Marco Cavalli, il quale l’ha pubblicato nel suo “Busi in corpo 11″, il Saggiatore, Milano 2006, pp. 86-87.

*

Invecchiando, è strana la sicurezza che ti dà il fatto di non essere stato amato da bambino e di essere stato respinto da adulto, puoi continuare a fare a meno dell’amore e non succede niente, senti la possibilità di essere finalmente amato come la minaccia a una costruzione ormai perfetta e resti di sasso fino a che la minaccia non ha smesso di guardarti e se ne va a tentare altrove crete più bisognose e più plasmabili alla sua architettura. Tu hai la tua, è disabitata persino da te, ma sta in piedi come ogni altra che a modo suo ha la sua vita allocata o traslocata che sia, ma sempre inquilino è. Non accetti più modifiche, ecco. Te ne piace il pensiero ma che pensiero resti, non rimessa in opera. È tardi sia per vivere che per morire per un estraneo che non sia quello che già ospiti tu. Ormai, tutto ciò che vuoi è tutto ciò che puoi: non dartene pace, e sorriderne.

Comunque, sentirsi scartato da bambino da ogni affetto – ben sapendo che quelli che non ti amano adesso sono anche coloro con cui avrai a che fare in seguito per tutta la vita, ben sapendo che dietro le spoglie di quei pochi punti di riferimento di te bambino stanno via via prendendo corpo tutti gli esseri umani del mondo, tutti gli esseri umani con cui da adulto avrai a che fare anno dopo anno – fa solo bene, se non all’amore che ricevi, all’amore che hai da dare. È come se invece di rimpicciolire ingigantisse, assume a suo tempo le sembianze contratte della vendetta intima e quelle distese della compassione pubblica, e entrambe questo amore tiene per sé e sotto controllo, perché vuole restare amore, non diventare il suo contrario o un’immagine di comodo per celare un vuoto di cattiveria, solo evapora dalla tua emotività e dal suo tenere pronto e il rendiconto e il tornaconto, e il tuo sperare di essere ricambiato – almeno per vedere com’è, per farti un’idea di come sarebbe stato o avrebbe potuto essere, anche solo per scrivere quella riga che così come stanno le cose non ti verrà mai – non arranca più da nessuna parte, si smaterializza da te e dal tuo passato di respinto, per il quale ti sei fatto una ragione: sei stato respinto da gente a sua volta respinta da bambino, che non ha saputo dare amore perché nessuno gliel’aveva dato a loro volta, sei stato respinto da gente mai stata amata e che mai ha potuto amare, gente votata a perpetuare quel maleficio di disamore che tu vuoi rompere, e gliene sei grato, perché se non fosse stato per l’insistenza con cui ti hanno respinto da bambino e da adulto non avresti capito quanto sono stati respinti loro, con la differenza – ora che hai capito – che tu sei e resti speciale, amoroso, e sei ben deciso a non essere, non almeno fino in fondo, segnato come loro dalla disperazione o dalla rassegnazione di fare a meno del tutto dell’amore, specialmente dell’amore da dare.

Sì, è inevitabile che chi non ami per sé e per saldo d’amore personale, sia un bel po’ inaridito, e svuotato di ogni credibilità nel suo dare amore, visto che non vuole riceverne, ma a me ciò che importa non sono le opere di bene eclatanti da incanalare a maggior gloria di un potere costituito o addirittura verso un culto della mia stessa personalità, importa il mio atteggiamento generico verso gli altri, di chiusura aperta, che è sempre meglio di una chiusura chiusa, tipica dei giovani per tutto, o di un’apertura aperta, tipica dei vecchi per niente.

Sono chiuso per me, e lo ammetto, sono aperto agli altri, e lo taccio.

Nessuno deve scoprire per me ciò che è scoperto per tutti me compreso e rimane inalterato come la mia indifferenza al ricevere amore se non da me stesso, ma devono scoprirlo loro per sé ciò che ai più è coperto per decenza, e anche per vulnerabilità. Come dire, si può ricevere amore da me ma senza mai chiamarmi in causa, ecco.

Non posso più ricevere amore perché non ho sedia dove farlo sistemare, ma posso certamente inviarlo ovunque ci siano delle sedie troppo vuote. Solo non mi si deve chiedere di portare anche le gambe e lo schienale, quelli servono a me e per fare visita, se richiesto, anche in uno qualsiasi dei modi infiniti di non richiedere alcunché, e per restare dove sono.

E mi richiedo e non mi richiedo, ma tant’è: l’amore è fatto.

Stringi stringi, Berlusconiani lo siamo tutti

Sms 21.4.09

Ormai vivo fuori dall’Italia da dicembre e, per strategia nei confronti di un eventuale turista in più o in meno, tutto sommato non parlo malissimo della classe al governo, dico che Berlusconi non è una persona né fisica (egli, odiando il proprio corpo, è polimorfo, come la morale civile di 9 italiani su 10) né politica di per sé ma una proiezione delle debolezze e bassezze e furbizie e sublimità nazionali, è il delta di un Sistema esistenziale verso cui tutto confluisce, come prima di lui lo sono stati solo Mussolini e Andreotti, e Hitler in Germania; scivolo via, e se mi citano Mangano, io ribatto Silvana, ben sapendo che questo non era neanche il nome d’arte del famigerato stalliere o della più atipica delle tate, anche se, a ben vedere, se resto neutro, e dolorosamente collaborazionista, un medio turista potenziale resta in Italia tre giorni ma una settimana se sparo a zero contro, per esempio, la mafia, creazione di lunga data degli uomini delle istituzioni, “beltà” che all’estero, soprattutto in climi freddi, ha una sua fiammata di fascinazione e quindi un pacchetto vacanza in agguato. La sinistra del dispotere non è tema da nessuna parte. Dico che è troppo tardi per remare controcorrente, si ritarda il precipizio, e la corrente è tutta contenta di prendersela comoda. Penso che per ogni turista in meno ci sia una infelicità italiana in più, mando giù il rospo e appena posso e per quanto posso indico luoghi e alberghi e musei e ristoranti italiani. Siamo tutti berlusconiani, e se lo dico io che avevo già pronto il cappio per piazzale Loreto bis… certo, prima di Berlusconi bisognerebbe passare per le armi (Corte marziale) almeno Bertinotti, D’Alema, Rutelli e quel sindacalista con tutti quegli appartamenti e quei quadri comprati coi soldi sottratti alla Cassa dei lavoratori. Vota pure un altro o non votare affatto: alla fine hai votato Lui, un Divo, un italiano. Deve essere la Sindrome della Sabina saltatami addosso un mese fa: dopo un’ora di spettacolo bollivo, nella poltrona dell’Ambra Jovinelli ci stavo a malapena, mal di schiena, di gambe, il riscaldamento a mille, e non c’era intervallo e non potevo certo far alzare tutta una fila, un’ora e mezza, la Guzzanti non accenna minimamente a chiudere, applaudo così, per i contenuti, non certo per la forma prolissa, ma a uno spettacolo chi se ne frega dei contenuti condivisi o no, quelli li ho già di mio, vorrei gridare “Grazie, ma adesso basta, lasciaci andare, pietà!”… due ore e mezza, due ore e trentacinque… e ho provato l’irresistibile afflato di stringermi a Mastella, a Dell’Utri, alla Toffanin… e da allora ho deposto il cappio e capitolato, fino a che per senso di giustizia di cappi non ne appronto una sessantina di milioni o niente, secoli e secoli di vita, uh, i calli, e sarebbe pur sempre un’autoimpiccagione. La darei vinta alla morta estetica belpaesana che mi vuole o morto o qualunquista. Uno come me deve vivere, non ha scelta. E neanche l’Italia. A.B.

Sodomie in corpi vari

Pubblichiamo oggi, 21 aprile 2009, un testo di Donato Domenico Curtotti, apparso ieri sulla bacheca di un gruppo di Facebook dedicato ad Aldo Busi.

“Sarei così denso da amare: per esempio dalle labbra mieteresti grappoli di sferee umidità vocali e con il battito dattilografico del vecchio organo potresti trascorrere molte notti ad ascoltare concerti di pura retorica non dissimili da temporali di primavera. E pensa cosa questi globuli assenti potrebbero per te focalizzare sulla carta incendiando l’accademia della lontananza, l’arcadia delle tristezze pratiche nell’attesa che nuove architetture di cispa crollino sotto il rubinetto aperto d’improvviso da ogni risveglio. Non ti parlerei semplicemente d’amore, non si tratta solo d’amore: è coinvolto in questa storia il fluire circostanziato del sangue che si fa inchiostro e lui si racconterebbe attraverso la pressione dei polpastrelli sulla carne di cellulosa.” 

 

La copertina è rossa di un rosso intenso, chiaro e vivido. Al centro, più che emergere dall’acqua, un profilo latino d’uomo sembra starsene beatamente a bagno in un’improbabile attesa, come se da un orizzonte lontano, da un deserto al di fuori del libro stesso o da un altro etere, qualcosa o qualcuno dovesse prima o poi giungere. M’aveva attratto il titolo davvero curioso, e che nulla aveva a che fare con quello che lì ero venuto a comprare…

Era il 1994, ed ero entrato nella libreria Loffredo a Napoli per cercare un manuale di viaggi: sì m’ero detto, un bel viaggetto all’estero mi farebbe benino, adesso che i miei attributi sembrano aver preso definitivamente l’uno la tinta del verde, l’altro quella del rosso e con un bianco in mezzo che completava il bel quadretto.

… ‘Sodomie in corpo 11’: ecco il solito titolo a effetto dell’ultimo arrivato che cerca così di farsi strada nel mercato e sistemare la propria bancarella. Ah, quanti me ne erano capitati fra le mani… nomi altisonanti, che poi puntualmente e monchi nel loro penoso tentativo di farsi leggere avevano presto raggiunto il posto sulla mensola più alta. E già da tempo avevo detto stop alle banalità trite e ritrite, mi affido a quei libri che il tempo non ha consegnato all’oblio o a quelli che l’uomo ha cercato di eclissare nelle periodiche ellittiche del cosiddetto progresso, libri piazzati ben lontani dalla Top Ten, nei pressi di Plutone magari, dio degl’Inferi. Quell’incipit però mi incuriosiva.

Ne sfoglio a caso le pagine. “Qui in Marocco il rituale della miseria umana è lo stesso che a Berlino: droga, sesso e soldi” – ma che parla, di viaggi?… “Mia madre, con dieci ali di pollo, non vuole sottrarre i petti e le cosce a nessuno, ma fornire un pollo intero a cinque commensali per allenarli alla perentorietà del libero arbitrio” – e questa cosa sarebbe, gastrosofia?… “Arriva un ragazzo con un cazzo da tanto di cappello. Non che la grossezza conti, basta che non venga mai meno” – pure frocio… Sfoglio altre pagine: sì, parla di viaggi, okay, ma non è un manuale anche se ci assomiglia. Non è nemmeno un romanzo o un saggio ma ha un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, sembrano divagazioni su un racconto autobiografico senza le date e con episodi incastonati su sagome spazio-temporali legate a cazzo di cane. E parla anche di letteratura, ma vedi tu: ”I numeri di trapezismo occidentale di Rimbaud nella mitologia culturale dei travet di penna sono concepibili solo perché, avendo avuto Rimbaud una gamba in cancrena e poi amputata e poi il paesaggio esotico, il travet di penna gli ha transferizzato entrambe le proprie che non usa” – e chi sei tu che osi parlare di Rimbaud, di Rimbaud dico, e crei neologismi e ti inventi pure uno stile?… E poi la prosa incalza, ora lapidaria ora tanto corposa quanto fluida, e dopo tre minuti lo tengo ancora fra le mani, strano. “Le palme sono saccheggiate dal vento e uno spolverio di luce verde si strappa dai rami e scende nell’oceano”. Incalza e comincia a premere stranendomi… “Io so i pensieri che solcano queste fronti oleate al sole, questi visi impassibili, i pensieri che pochi di loro sanno mai di possedere e che dimenticano subito dopo ogni volta”… “Quando mi sveglio è la prima immagine evocata. Adele ha due anni, è mia nipote. I miei amori sono infelici: penso di sporcarla per il solo fatto di pensarla”… “Chiaro che di una donna così un uomo, un imprenditore medio, si innamora e finisce per scambiare la bottega su due gambe per la passione”… “C’è qualcosa di così intrinsecamente squallido in chi preferisce i romanzi contemporanei di qualcun altro” – toh!… “Comperare il sesso col denaro è come comperare un chilo di bucce a forma di mele: il chilo è sempre un chilo, ma la polpa non è compresa nel baratto. Abulia da prepuzi delicious truffaldini. Per fortuna che le vitamine sono contenute solo nelle bucce”. E qui mi scappa una risata di quelle… Il proprietario mi guarda e mi fa: Eh, questo non è quello che sta cercando, ma forse può andar bene lo stesso per viaggiare. Mi rimangio la risata, sfoglio un altro po’ e poi rimetto il libro a posto guardando più in là. Faccio un giretto e mi dico: ma non ho letto come finisce però. Ritorno. Riapro e ora leggo due o tre pagine per intero. Denso e fluido, ridondante ma mai esagerato, per niente banale, fresco e spontaneamente lirico… “Come un fungo, una lumaca, un nanetto luminescente nel giardino subliminale dell’ANAS. E via che parto anch’io. Buio, bel buio, bella pioggia, gli istanti scivolano via da una parte all’altra dei tergicristallo, e anche questa faccenda del vivere, una poesia senza attributi, la poesia senza perché. E anche il cuore che batte, batte meglio se batte per niente.”

Resto immobile, con qual vago timore che a volte ti prende quando non sai ma sai che potresti sapere se solo non ti sfuggisse. Rimetto ancora a posto il libro, e mi allontano muovendomi tra i vari reparti come se stessi in una cristalleria. Ecco qui quello viaggi e turismo: inclinando la testa scorro i vari titoli e poi afferro un manuale per il Brasile, ritorno sui miei passi e sollevo una volta ancora quel libro dalla copertina rosso intenso col tipo che guarda l’orizzonte e l’orizzonte che non si vede e io che mi dico tanto in Brasile non ci vado. Alla cassa la signora, dopo un me-li-incarta –per-favore, mi restituisce i due volumi e finalmente, finalmente esco. Nel caso, m’ero detto, sulla mensola più alta c’è ancora del posto.

Un po’ dopo, camminando verso casa, improvvisamente m’accorgo d’aver tralasciato di leggere l’ultima pagina. In genere lo faccio sempre: leggo l’incipit, il finale, qualche passo a caso e cerco così di farmene un’idea (cosa da sconsigliare a chi non ha esperienza). In quest’aspetto i libri non sono mica come le donne, dove non si capisce mai com’è cominciata ma si sa sempre come va a finire, e allora è meglio dare una controllatina, giusto per evitare spiacevoli sorprese. Ma non l’avevo fatto.

 

“Indagatelo voi, o maniaci dell’origine delle cose

se il mare rimbalza dall’estremità del mondo

tanto per strapazzarlo un po’ prima di abbandonarlo

o se dà i numeri perché sferzato in certe ore dalla luna

o se è il secco sole avido di onde e di vita

a farlo sbalzare alle stelle:

ma a me qualunque tu sia, o causa delle peripezie

fra dio e terra, non svelarti mai.”

 

 p.s.: Non so se lei, sig. Busi, leggerà mai quanto ho scritto (ma sì che lo leggerà…), ma desidero che si sappia che Sodomie è stato il suo primo libro che ho letto, e che mentalmente l’ho sistemato insieme a quegli altri che mi hanno aiutato ad aprire altri orizzonti in quel gioco infinito che è l’esistenza, nella mensola più bassa. Grazie a lei che ha avuto la forza di scriverlo e a me quella di leggerlo, ho cominciato a vedere con occhio diverso un po’ di cosette, ad ampliare la mia visione del mondo, a sentire la letteratura. Paradossalmente la mia eterosessualità ne è uscita arricchita, ma soprattutto il mio amore per le cose del mondo ha trovato nuovi conforti. L’odio circoscrive l’amore ma ne fornisce anche il passaggio per chi sa vederlo. Il sentimento dell’esistenza è ri-creazione, è poesia in un senso e nell’altro, e questa faccenda del vivere può mostrare i suoi attributi anche in quella bellezza che, grazie alla sua prosa, lei mi ha concesso di riconoscere.