
Miguel Angel Martín, "With mum on mum's day", tempera, 1998, copertina del "Manuale del Perfetto Papà (beati gli orfani!)", Mondadori, Milano 2001.
Pubblichiamo oggi 28 aprile 2009 una recensione del Manuale del perfetto papà (beati gli orfani!), di Aldo Busi, a cura di Serena Zoli, apparsa originariamente il 21 marzo 2001 sul Corriere della Sera, pagina 37.
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PROVOCAZIONI Anatomia del capofamiglia in sessantatré capitoli. Ricordando il proprio passato
Quale sia per Aldo Busi l’ideale del «perfetto papà» lo si capisce chiaro e subito dal sottotitolo del «Manuale» che gli dedica: Beati gli orfani. Come il generale Sherman non si fece problemi a dichiarare che l’indiano migliore era quello morto, così l’esuberante scrittore qui scrive in esplicite e ripetute lettere che è padre modello chi si toglie di torno alla nascita del figlio. O anche prima. Il suo purtroppo, non lo fece. I padri sono qui trattati come genere, ma il prototipo descritto nei dettagli è Busi senior, uomo bellissimo, detto «El Negher», il negro, per la pelle scura, «una pasta d’uomo» per quelli fuori casa, un tiranno «bestiale», picchiatore «crudele e spietato» per quelli di casa: lui, la madre e due fratelli (il quarto fratello, pare di capire, non subì la stessa sorte). Un padre, morto nell’ 82, tuttora odiato a mente fredda e serena. L’unico merito che il figlio Aldo gli riconosce è, paradossalmente (ma i paradossi sono spesso l’architrave del Busi-pensiero), l’odio viscerale che gli ha ispirato e che gli ha dimostrato; un odio così totale da aver fatto «di me un essere tagliente e lucente come la punta di un raro diamante». Un’anteprima di questo volumetto era già contenuta nel Manuale della perfetta Mamma uscito nel settembre scorso, dove, al di là del linguaggio pirotecnico e spesso crudo com’è nel suo stile, Busi disegnava un inno alla donna e alla sua capacità di darsi senza limiti e senza remore nella maternità. Allora era sua madre a far da modello: donna oppressa, sfruttata, negata, ma sempre accanto ai figli, sempre con loro, a qualunque costo. Di contro già allora era accennata la figura del padre: gaudente, violento, sfruttatore del lavoro della moglie e dei figli (patetica, qui, l’immagine della sorella mandata pressoché bambina a far l’inserviente in un istituto per sordomuti e «derubata» ogni mese fino all’ultima lira della paga). Oggi, accanto al racconto autobiografico, Aldo Busi sviluppa una teoria sulla perniciosità dell’uomo padre che farebbe la felicità di molte femministe (o tout court di molte mogli e soprattutto ex mogli) e che per certi tratti si incontra con le analisi dei migliori studiosi del mondo infantile e adolescenziale quando discettano del «padre assente» o, peggio, malamente presente. «Un uomo non annulla mai e poi mai la sua virilità nella paternità», scrive Busi. Ne deriva che «o i figli la possono solo esaltare (questa virilità) o l’ uomo annulla piuttosto i figli». Ancora: se la femminilità è una civetteria che la donna può indossare e smettere, secondo le circostanze e secondo le necessità di sopravvivenza, «la virilità è un cappio al collo»: l’uomo non riesce a prescindere dall’essere maschio, soprattutto dal doverlo apparire. E per lui, dunque, l’apparire è l’essere. Condanna più feroce non poteva essere espressa da questo autore che ha come prima scelta l’etica. E come primo comandamento dell’etica, essere se stessi, autentici. Apertamente Busi tira in ballo la sua omosessualità, si chiede anche – secondo quanto psicologia insegna – se metterla o no in connessione con l’odio per il padre, ma anche qui quel che soprattutto gli preme è fissare i paletti della consistenza etica. Etero, omo, femmina, bisessuale o quant’altro, il nocciolo è uno solo: essere persona integra, non umiliarsi né umiliare mai. Del Gay Pride scrive: «L’orgoglio non è di essere gay, ma di essere cittadino e basta». L’obiettivo dell’«omosessuale maschio intelligente», afferma, non è la seduzione di altri uomini, bensì «la seduzione e la conquista di se stesso come soggetto politico principe della società». In 63 capitoletti, lunghi poche righe o parecchie pagine, com’è suo costume, Aldo Busi salta da un argomento all’altro, acchiappa temi di attualità e ne ride con metafore antiche, si infila in tenerezze e compassioni di intensa sensibilità poi colpisce duro con frasi hard o spietati giudizi. Scandalizzare gli piace, ma per rendere frizzante la superficie e smuovere una normalità d’apparenza (la sua «apparenza», nell’ultima di copertina, è con cappellino e veletta). Sotto preme, e spunta sempre, la sua tempra di moralista: ciascuno si assuma la responsabilità di se stessi. Busi qui si assume anche la responsabilità del suo odio, un sentimento oggi negato, «indecente», non parliamo poi se rivolto verso il proprio padre. Per motivarlo adduce – ma non ci si sofferma – scene strazianti di lui bambino maltrattato. Allora perdonare – come è di moda – perché? Lui il suo odio lo coltiva come giusto, «dovuto».
