Amore offresi, astenersi offerenti

Pubblichiamo oggi, 23 aprile 2009, un testo di Aldo Busi che reca la data 23 febbraio 2002. Il testo non è edito in alcun volume di Aldo Busi ed è stato gentilmente concesso dall’autore a Marco Cavalli, il quale l’ha pubblicato nel suo “Busi in corpo 11″, il Saggiatore, Milano 2006, pp. 86-87.

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Invecchiando, è strana la sicurezza che ti dà il fatto di non essere stato amato da bambino e di essere stato respinto da adulto, puoi continuare a fare a meno dell’amore e non succede niente, senti la possibilità di essere finalmente amato come la minaccia a una costruzione ormai perfetta e resti di sasso fino a che la minaccia non ha smesso di guardarti e se ne va a tentare altrove crete più bisognose e più plasmabili alla sua architettura. Tu hai la tua, è disabitata persino da te, ma sta in piedi come ogni altra che a modo suo ha la sua vita allocata o traslocata che sia, ma sempre inquilino è. Non accetti più modifiche, ecco. Te ne piace il pensiero ma che pensiero resti, non rimessa in opera. È tardi sia per vivere che per morire per un estraneo che non sia quello che già ospiti tu. Ormai, tutto ciò che vuoi è tutto ciò che puoi: non dartene pace, e sorriderne.

Comunque, sentirsi scartato da bambino da ogni affetto – ben sapendo che quelli che non ti amano adesso sono anche coloro con cui avrai a che fare in seguito per tutta la vita, ben sapendo che dietro le spoglie di quei pochi punti di riferimento di te bambino stanno via via prendendo corpo tutti gli esseri umani del mondo, tutti gli esseri umani con cui da adulto avrai a che fare anno dopo anno – fa solo bene, se non all’amore che ricevi, all’amore che hai da dare. È come se invece di rimpicciolire ingigantisse, assume a suo tempo le sembianze contratte della vendetta intima e quelle distese della compassione pubblica, e entrambe questo amore tiene per sé e sotto controllo, perché vuole restare amore, non diventare il suo contrario o un’immagine di comodo per celare un vuoto di cattiveria, solo evapora dalla tua emotività e dal suo tenere pronto e il rendiconto e il tornaconto, e il tuo sperare di essere ricambiato – almeno per vedere com’è, per farti un’idea di come sarebbe stato o avrebbe potuto essere, anche solo per scrivere quella riga che così come stanno le cose non ti verrà mai – non arranca più da nessuna parte, si smaterializza da te e dal tuo passato di respinto, per il quale ti sei fatto una ragione: sei stato respinto da gente a sua volta respinta da bambino, che non ha saputo dare amore perché nessuno gliel’aveva dato a loro volta, sei stato respinto da gente mai stata amata e che mai ha potuto amare, gente votata a perpetuare quel maleficio di disamore che tu vuoi rompere, e gliene sei grato, perché se non fosse stato per l’insistenza con cui ti hanno respinto da bambino e da adulto non avresti capito quanto sono stati respinti loro, con la differenza – ora che hai capito – che tu sei e resti speciale, amoroso, e sei ben deciso a non essere, non almeno fino in fondo, segnato come loro dalla disperazione o dalla rassegnazione di fare a meno del tutto dell’amore, specialmente dell’amore da dare.

Sì, è inevitabile che chi non ami per sé e per saldo d’amore personale, sia un bel po’ inaridito, e svuotato di ogni credibilità nel suo dare amore, visto che non vuole riceverne, ma a me ciò che importa non sono le opere di bene eclatanti da incanalare a maggior gloria di un potere costituito o addirittura verso un culto della mia stessa personalità, importa il mio atteggiamento generico verso gli altri, di chiusura aperta, che è sempre meglio di una chiusura chiusa, tipica dei giovani per tutto, o di un’apertura aperta, tipica dei vecchi per niente.

Sono chiuso per me, e lo ammetto, sono aperto agli altri, e lo taccio.

Nessuno deve scoprire per me ciò che è scoperto per tutti me compreso e rimane inalterato come la mia indifferenza al ricevere amore se non da me stesso, ma devono scoprirlo loro per sé ciò che ai più è coperto per decenza, e anche per vulnerabilità. Come dire, si può ricevere amore da me ma senza mai chiamarmi in causa, ecco.

Non posso più ricevere amore perché non ho sedia dove farlo sistemare, ma posso certamente inviarlo ovunque ci siano delle sedie troppo vuote. Solo non mi si deve chiedere di portare anche le gambe e lo schienale, quelli servono a me e per fare visita, se richiesto, anche in uno qualsiasi dei modi infiniti di non richiedere alcunché, e per restare dove sono.

E mi richiedo e non mi richiedo, ma tant’è: l’amore è fatto.

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