Archivio Mensile: maggio 2009

Lo spagnolo senza sforzo

Su suggerimento di Aldo Busi, che lo ha letto e apprezzato, segnaliamo volentieri il libro di Gabriele Pedullà “Lo spagnolo senza sforzo” (Einaudi, pp. 181, euro 14).

Sono cinque racconti che in comune hanno il tema dell’intesa e dei malintesi che nascono dalla condivisione (o dall’imposizione) di un linguaggio privato. Cinque variazioni agrodolci sull’incomunicabilità tra esseri umani, scritte in un italiano fresco, godibilissimo.

BUSI. Lo sguattero in colonia con i vip

ALDO BUSI

Intervista a cura di Gian Antonio Stella, originariamente pubblicata sul Corriere della Sera il 10 luglio 1996, pagina 27. La riproponiamo oggi 27 maggio 2009.

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“Ho fatto il barista per Ira Furstenberg. Ma oggi il più bello e il più bravo sono io”

“USCIO. Dopo tre ore che parliamo mi fa: “È stato davvero un piacere conoscerla, sa?”. E io: “Ma cara, noi ci eravamo già incontrati”. Dice: “Ah sì ? E dove è stato? A Biarritz? Porto Cervo? Kitzbuhel? A casa di Mimmi? A un cocktail da Cicci?”. “Ho avuto il piacere di servirle una cioccolata a Cortina”. Gelo. Ho visto passare nei suoi occhi un lampo di panico: Oddiiiio! Aveva parlato tre ore con un barista!”. Ogni volta che racconta quella scenetta con Ira Furstenberg, Aldo Busi ride fino alle lacrime. La storia della sua vita in fondo è tutta lì, in quello scambio di battute: la povertà di una famiglia di campagna bresciana, la fuga, i mille mestieri, la voglia di riscatto, il successo, l’adozione nei salotti, la rivincita. Ed eccolo qua, incremato e impomatato e oliato e riccio come un putto, sdraiato languido di fianco sotto il sole tipo la Maja Desnuda del Goya, le mani agitate nell’aria come una svenevole madamina e un po’ di centimetri coperti dagli slip: “Si spogli anche lei, forza, è bellissimo”. No, grazie: mai di servizio. Nella Colonia della salute Arnaldi, immersa tra i pini e i ciliegi sui colli di Uscio, un paese a una trentina di chilometri da Genova separato dal mondo da un milione di curve a gomito, lo scrittore bresciano viene appena ha qualche giorno libero: “Anche perché mi ospitano gratis. Ci mancherebbe: lo considero un onore, per loro. C’è gente che mi offre dei soldi per andare lì a far le vacanze. Gli dico: ok, ma costo sette milioni e mezzo al giorno. E la chiudiamo lì, non faccio ‘ste marchette. Ma qui mi piace così tanto che verrei perfino pagando”. Al suo buen retiro, dedicò pure un libro, Le persone normali. Una vertiginosa girandola di ciacole tra la Donnacannone, la Vanderbilt, l’Imbrogliona, la Cleptomane, la Signorina Grandi Forme e il nano Camillao. Tutti personaggi ospiti di questo centro che, fondato ai primi del secolo dal mitico farmacista Carlo Arnaldi, è il più antico e forse prestigioso d’Italia: “Ci venivano solo gran dame e gran signori, a quei tempi, arrivavano su con le mule, per i sentieri, si immagina quei piumoni qui in giro portati in groppa a quelle povere bestie? (…) Venivano anche le principesse Melegatti, sa, così squinternate povere donne, ma così brave ad aprire le cosciotte e larghe, tanto larghe anche di manica”. Adesso ci vanno Enrico Beruschi, Carla Gravina, Memo Remigi, Umberto Eco, Luciano Pavarotti… E poi industriali, contesse, finanzieri, onorevoli… Attirati dallo shiatsu, dai massaggi, dalla fisiochinesiterapia, dai confetti fitoterapici, dalle saune e tutto quanto può rallentare un po’ l’impietoso scorrere del tempo. A partire dalla “pozione magica” che a differenza di quella di Panoramix non fa venir voglia di mangiar cinghiali come ad Obelix, ma di accomodarsi sulla tazza per millenarie sedute di meditazione lassativa. La stessa parola “colonia” per Aldo Busi rievoca la rivincita: “Da piccolo no, non sono mai andato in colonia. Eravamo troppo poveri, a casa. Non facevo le vacanze. Dalla seconda alla quinta elementare, quando finiva la scuola, andavo a passare le estati allo stabilimento di giocattoli. Lavoravo lì dalle otto alle sei di sera. Facevamo cestini per bambini con grandi strisce di plastica di tutti i colori. Prendevo 20 lire al giorno. Una miseria. Quando parlano di sfruttamento minorile io so cos’è. Per me fare le vacanze era andare da Montichiari a otto chilometri di distanza da parenti di mia madre. Stavo lì qualche giorno, giravo per i campi, mangiavo pollo”. La prima volta che vide il lago di Garda fu portato da una vicina di casa dalle parti di Desenzano: “Andammo in corriera, lei aveva una marmitta con dentro coniglio con aglio e prezzemolo e la polenta. Ricordo che mi diede la coscia. La coscia! Era una cosa impensabile, allora. Perché la carne si dava solo ai grandi, non ai bambini”. Andò via di casa per far lo “sbarazzatavoli” a Sirmione che aveva 14 anni, tornò che ne aveva 42, dopo aver girato tutto il mondo, fatto tutti i mestieri, imparato tre lingue straniere, studiato da privatista fino alla maturità, preso la laurea in lingue e letterature straniere: “Ho provato anche a fare qualche marchetta ma purtroppo alla fin fine mi sottraevo sempre al mio dovere: per questo ho una grande ammirazione per i prostituti, perché sono una cosa che io non sono riuscito mai ad essere. Li ammiro quanto potrei amare uno scrittore che scrivesse meglio di me”. Ma come: si abbassa ad ammettere l’ipotesi? “Che scriva meglio di me no, ma alla pari qualcuno c’è stato”. Quello che più si avvicina alla sua perfezione? Si passa il dito sulla boccuccia: “Melville, direi”. La prima volta arrivò qui a Uscio, anni fa, per un servizio giornalistico. Amore a prima vista: “Anche perché qui si raccolgono moltissime storie. Non ci sono diversivi. Si parla. Una volta mi intrigava molto, adesso meno. Gli uomini e le donne sono tutti uguali, finiscono per raccontare tutti la stessa storia, nella quale non hanno capito nulla e di cui alla fine si sentono tutti vittima. È raro trovare chi ti racconta la sua vita prendendosi la responsabilità di incolpare se stesso. Sono pochissime queste conteuses alla De Sade che hanno superato il confine tra il pudore e l’autoanalisi. Forse non ce ne sono più “. Carmen Llera? “Non ne voglio parlare… Sono qui per parlare di me stesso. Per fare a me un po’ di pubblicità”. Ne ha troppo poca? “Non mi lamento. Per averla però sono stato costretto ad essere molto più intelligente e geniale di quanto avrei potuto permettermi. Diciamo la verità: i miei libri sono un dono di Dio. Sono dei fenomeni naturali, come un fulmine, un diluvio, un cataclisma. Così impossibili per gli umani che dovrebbero essere lanciati su Marte. Il loro destino è extraterrestre”. Ma come mai uomo di così innata e smisurata modestia si è fatto la fama d’essere eccessivamente eccessivo? Il putto si accende una sigaretta succhiandola voluttuoso alla Marlene Dietrich: “Eccessivo io? Ma se sono la persona più riservata del mondo…”. Sarà, però è l’unico che va a presentare i libri nudo: “Ma perché posso permettermelo. Mi guardi: io vado per i 49. Dove lo trova in tutto l’Occidente uno scrittore che a 49 anni sia bello, potente, grande e pazzo come me? Bevilacqua non lo fa perché non ha mai potuto permetterselo. E Maurizio Costanzo? La sua massima ambizione credo che sia davvero di dirci finalmente qualcosa di sincero spogliandosi. Fatta salva la Maria De Filippi, che ha il gusto dell’orrido, farebbe venire un infarto a tutti. È il desiderio di tutti i brutti, essere belli come me. Ma l’ha letto Luigi Malerba sull’Espresso? “Sicuramente Busi è uno scrittore di grande talento, peccato che sia uno scialacquatore delle sue qualità”. Non è vero? “Ma e’ un grandissimo complimento! Chi può scialacquare? Chi ha molto. Io posso svendermi, sdarmi, non ce n’è mai abbastanza”. Vuol negare che scrive un po’ troppo? “Ma ceeeerto! Di quello che scrivo io non ce n’è mai abbastanza”. Lo stesso Dante si è accontentato di scriverne una, di Divina Commedia… “Ma per fortuna! Qualche taglio lì andava proprio fatto”. Lo stesso Manzoni un solo Promessi sposi… “Uno di troppo. Il punto non è scrivere molto o poco. È scrivere. E al corpo si sostituisce lentamente, nei decenni, un corpus. Non mi interessa l’opera unica. Mi interessa il corpus”. E ti pareva… “Non faccia lo spiritoso, non faccia la Marta Flavi. Per me Henry James è uno scrittore, minore ma bravo, perché credo abbia prodotto qualcosa come 120 romanzi”. Allora il suo ideale è Simenon, che ne ha scritti centinaia… “No, perché lui non è uno scrittore”. Hemingway arrivò a dire che era tra i più grandi del secolo… “Non mi meraviglia, perché  Hemingway è sicuramente tra i meno importanti. Truman Capote in confronto… Come paragonare la Tina Pica alla Valeria Marini”. Mica male la Marini… “Piace a lei perché è un provinciale. Ma si rende conto? Resuscitare Tina Pica. Quella lì ti sodomizza per tre mesi. Sono le bruttine scatenate che vincono a letto. E quindi nella vita”. Anche lui ha vinto nella vita: “Ho fatto la fame. Onorata ma fame. Fino ai 35 anni. I primi soldi che ho visto sono stati l’anticipo per Vita standard di un venditore provvisorio di collant. Si sa che all’Adelphi, dove mi avevano pubblicato Seminario sulla gioventù, ti davano la gloria ma i soldi se li tenevano loro. Avevo un Maggiolino di quinta mano. Era più il tempo che passavo io a spingere lei che lei a portare me. Ero magro. Pallido. La prima vera vacanza della mia vita l’ho fatta in Marocco che già viaggiavo verso la quarantina. I luoghi mitici delle vacanze li conoscevo tutti, ma perché ci avevo lavorato come lavapiatti o cameriere. Spiluccando per la fame nei piatti che portavo a tavola tra la cucina e la sala ristorante. A Venezia dividevo la camera con un macellaio che poi saltò fuori che ne aveva ammazzati tre, a Baden Baden dormivo in una camerata di 30 persone…”. Che rapporto aveva con la controparte di cumenda, matrone ingioiellate e rampolli fighetti con la Porsche? “Li odiavo. Erano così ricchi, sfrontati, tracotanti. Ancora oggi mi è rimasto dentro l’astio per i ricchi. Loro mi invitano, mi coccolano… Ma è troppo facile essere gentili con me perché sono Aldo Busi. Dove io misuro la civiltà di una persona, invece, è nel modo in cui tratta i camerieri. Se uno fa il cafone, faccio delle scenate indimenticabili. Mi alzo e pianto tutti in asso. Odio quelli che trattano male i camerieri. Mi ricordo una volta che facevo lo sguattero al “Bellevue” di Cortina. Era l’anno di Satisfaction, dei Rolling Stones, avevo 16 anni, vedevo questi ragazzi ricchi ballare così goffi… E io, che ero cresciuto andando alle cavalchine, quelle serate di lissio paesano che non finivano mai dopo l’una di notte, ed ero un grande ballerino…”. Tanghi e valzer? “Ma per carità, ho sempre odiato i balli dove ci si allaccia. I toccamenti mi danno molto fastidio. È una cosa che non farei neanche con un uomo, si figuri con una donna. Ma nel Cha cha chá e nel Boogie woogie ballavo come un Dio. E così, una sera…”. E così una sera il giovane sguattero del “Bellevue” Busi Aldo si tolse la giacchettina e decise di andare a ballare: “Una botta di vita che mi sarà costata quindici giorni di stipendio. Stipendio, si fa per dire… Mi pagavano in nero, delinquenti. Me li ritrovai tutti, in pedana, i figli di papà che servivo durante il giorno. C’erano anche (non conoscevo il cognome, sapevo solo che erano proprietari della fabbrica di scatolette) quelli che io chiamavo i “figli della Simmenthal”. Cominciai a ballare e tutti si fermarono. Avevo un modo molto africano di muovermi. E ballai tanto e sudai tanto per ore e ore. Il giorno dopo, rimessa la giacchettina bianca, non mi riconobbe nessuno”.

Gian Antonio Stella

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LE PERSONE NORMALI

Questa è la copertina della seconda edizione del libro Le persone normali (La Dieta di Uscio), Oscar Mondadori, Milano 1994. Dovrebbe uscire una nuova edizione di questo titolo, insieme ad altri di Aldo Busi, nel mese di luglio prossimo. Speriamo non riceva, da parte dell’editore, lo stesso trattamento riservato a Vita standard di un venditore provissorio di collant, la cui distribuzione è a dir poco insufficiente, e contrariamente a quanto avevamo annunciato non è facilmente reperibile nella maggioranza delle librerie.

Aldo Busi al ParmaPoesia Festival

Martedì 23 giugno, nel monumentale complesso del Palazzo della Pilotta di Parma, la Corte del Guazzatoio apre eccezionalmente al pubblico per le letture di Aldo Busi, che propone un’esilarante “Vispa Teresa” allungata da Trilussa. Per ulteriori dettagli circa il programma del Parma Poesia Festival è possibile consultare il comunicato stampa del Comune di Parma.

La sacra famiglia

Riceviamo e pubblichiamo una serie di commenti dei lettori di Altri abusi, a proposito del recente carteggio tra una lettrice e Aldo Busi.

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Roberto Pascale da Facebook 24.05.09

“È capace di farmi vedere le cose da un’angolatura completamente inedita. Mi costringe a strappare qualche velo di ipocrisia che indosso.
Grazie, Marcella.”

Laura Facchin da Altri abusi 24.05.09

Signor Busi e Signora R., in questo Paese dove tutto sembra andare a quel paese, sapere che esistono scrittori così Scrittori e lettori così Lettrici, voglio dire civiltà così Civili, rende la vita di noi tutti italiani/e molto più Vita. Grazie, Grazie, Grazie ancora, perché vivere in Italia sapendo che in giro ci siete anche Voi, rende la vita di noi tutti/e più Vita. Un abbraccio a entrambi/e. Laura Facchin

Salvatore da Facebook 24.05.09

Lo devo ammettere Grande Aldo Busi, perché dare una risposta del genere a quella signora tornata al suo paese di origine, dopo aver sacrificato altrove oltre trent’anni della sua vita, ha in sé un qualcosa di umano, di riconoscimento dei sacrifici che le donne oggi assumono per allevare i propri figli e fornire loro un sicuro avvenire, alla fine di un’intensa giornata lavorativa. E premio finale per tanta dedizione a tali valori risulta essere l’invidia, la gelosia e la discriminazione dei compaesani, allorché un giorno lei ritorna al paese di origine. E alla sua disperazione per tale atteggiamento lo Scrittore giustamente la invita a far ritorno, dove aveva trovato felicità e serenità, lasciando definitivamente la sua casa originaria, perché solo loro devono disperarsi della loro solitudine e grettezza di vedute, della loro ipocrisia e volontà di voler soggiogare chiunque a determinate situazioni-trappole, da cui per molti risulta oltremodo difficile riuscire ad evadere.”
Salvatore

Mariela De Marchi da Altri abusi 24.05.09

La lettera alla ex bambina stuprata è un testo che ha toccato più nervi dolenti di quanti immaginassi di avere. Non succede sempre con i testi di Busi, che pur essendo sempre acuti e brillanti, e trattando argomenti che riguardano tutti, non sempre mi “spostano il pavimento”, come dice un’azzeccata espressione boliviana. Così, credo, è capitato anche con la lettera della bruttina intelligente e credo di non essere la sola a reagire in questo modo. Resta l’amarezza di scoprire che si è più inclini a reagire, ad assorbire con i pori ben aperti, solo quando le cose vengono dette in modo esplicito: ciò che Busi ha scritto in questa lettera è già presente nei suoi libri, la bruttina lo sa e proprio per questo scrive a Busi, perché sa di poter trovare conferme e rassicurazioni sulla sua comprensione di una realtà palese – la famiglia come associazione a delinquere, come combriccola di vampiri bulimici.

Quando ho letto lo scambio epistolare ero fresca di una mancata lite con i miei. Mancata per mia volontà, o forse perché non ho avuto la prontezza per capire quale strategia adottare nei loro confronti dopo aver scoperto una cosa lapalissiana: loro non mi conoscono, non sanno come sto, non sanno quanti sacrifici devo fare per aiutarli. Non solo i miei non sanno chi sono, non sanno come mi organizzo, non si chiedono se possono fare qualcosa per sollevarmi dal loro peso, ma io stessa per molto tempo non ho saputo niente di loro, perché semplicemente non mi interessava. Rincaro la dose: non ho fatto molto perché loro sapessero di me, della mia situazione passata o attuale. Ma loro non si sono mai chiesti niente su di me, o se lo hanno fatto non hanno voluto guardare in faccia le risposte? La sostanza è che mi sono disinteressata e loro pure. Solo che io mi sono svegliata e loro sono ancora dei sonnambuli. Inizialmente avevo voglia di prenderli tutti in riunione e giù a dire tutto. Ma poi? Cambierebbe qualcosa? No, l’unica cosa che posso fare è spingere di qua e di là per ottenere alcuni piccoli cambiamenti IO, costringere io i miei fratelli a fare ciò che i miei non sono in grado di esigere da loro (sarebbe il loro compito), essere io a porre i limiti e imparare a respingere i miei parenti quando è il caso.

Alcune frasi di Busi sembrano uscite dal mio cervello l’altra sera, subito dopo uno pseudodialogo con mio padre – fatte salve le abissali differenze di articolazione, è chiaro. I parenti che ho, i miei genitori e i miei amati e odiati copartoriti, non sono per niente diversi da quelli degli altri. E io, che sono arrivata fin qui, non senza colpe, sono stanca di lamentarmi e stanca di non avere la situazione nelle mie mani. La lettera di Busi, dunque, sembra scritta per me. Ma lo so che non è per me ma per le tante persone in una situazione come la mia: è una specie di schiaffo per chi lo sa capire, solo i ciechi la vedranno come un mero consiglio dato a una persona intelligente ma chissà come mai in una situazione spiacevole che si è procurata da sola. La lettera, per quanto mi riguarda, è arrivata nel momento giusto, quando io avevo gli occhi per leggerla sul serio, un anno fa non avrei potuto apprendere veramente ciò che dice. Ora non ho più dubbi su cosa sia la famiglia, questa grande truffa (anche l’Italia è una truffa madornale, non a caso è così familista e clericale), questa macchina che divora tutto e tutti se non si hanno gli occhi aperti e la mente sveglia – e il cuore che batte, ché induriti come siamo non ci accorgiamo nemmeno delle tonnellate di catrame con cui ci schiacciano i parenti, catrame che cola e si insinua dappertutto. I parenti sono degli sconosciuti che si avvinghiano a te per succhiarti il sangue, l’anima, la forza solo perché hai lo stesso cognome. Ma ci può essere qualcosa di più assurdo?

Capisco, eccome, la bruttina intelligente! Capisco come sia riuscita a tornare dai parenti, capisco la debolezza, la voglia di affetto pur sapendo che non c’è, non lì, forse da nessuna parte. Lei non chiede chiarimenti a Busi, chiede conferme perché purtroppo conosce le risposte. Avendo paura di dover ammettere che ha sbagliato a tornare, che si è cacciata da sola in quel viperaio, vuole che sia Busi a dirglielo, come se lei non lo sapesse già. E Busi è stato gentilissimo nella fermezza e decisione con cui ha risposto, delicato ma non troppo, andante con moto. Caro e spietato allo stesso tempo.

In quanto a me, invece, rifletto molto sul mio modo di ricevere questi testi. Penso al perché dei miei atteggiamenti nei confronti dei miei (miei!), perché non sono ancora riuscita a essere attiva anziché maldestramente reattiva. Nel resto della vita, in particolare nel lavoro e nei compiti casalinghi, di solito sono pignola e scrupolosa, perfezionista, ossessiva con l’ordine e l’organizzazione, imparo in fretta, sono curiosa e attenta… Quelli sono però i miei modi di possedere qualcosa, di sentire che posso controllare qualcosa, visto che il controllo della mia vita intima mi è sempre sfuggito o anzi il tipo di controllo che ho esercitato su di me è completamente contorto, controproducente e dissociativo. Ora mi trovo nel passaggio dalla quasi passività al bisogno estremo di essere soggetto politico.

In poche parole il testo di Busi ci lascia nudi davanti allo specchio, ma di solito nemmeno ci accorgiamo di essere noi quelli lì, non vediamo lo specchio, non vediamo affatto.

Bruttine intelligenti & parenti serpenti

Pubblichiamo qui di seguito una lettera indirizzata ad Aldo Busi e la risposta dello scrittore.

L’aver ovviato una tantum alla regola per lui intrasgredibile di non rispondere mai a chi gli scrive, significa soltanto che Busi reputa la presente lettera un documento esemplare, la testimonianza di un’umanità alle prese con problemi di integrazione e disintegrazione in seno alla famiglia. L’appello personale rivolto a Busi diventa quindi, per sua volontà, una lettera aperta a tutti, di universale interesse. La risposta dello scrittore lo è sempre e comunque.

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T. 14/5/2009

al Sig. Aldo Busi

Sig. Busi

Mi rivolgo a Lei, perchè gradirei una spiegazione logica a tutto quello che mi è successo, e, penso che proprio Lei sia in grado di giudicare con lucidità di pensiero una questione di discriminazione.

Anch’io sono stata discriminata dalla società e dalla mia famiglia. Per cosa?
Io ho purtroppo una faccia non molto intelligente, poco espressiva, e questo mi ha comportato tante umiliazioni, senza descriverle Lei può immaginare, ma non me ne sono curata mai più di tanto, anche perchè sono riuscita a mantenermi con il mio lavoro, da sola, lontana dalla mia famiglia, per circa trent’anni, vivendo di poco; ma serena, e, nei momenti più tristi, mi consolavo pensando alla mia famiglia, pensando che fosse una bella famiglia.

Quando sono tornata al paese, vivendo sempre da sola nella mia casa, in compagnia della mia solitudine e della mia dignità, ho cominciato a percepire la sensazione che i miei copartoriti mi tenevano a distanza, perchè non gradivano tanto la mia presenza. Dopo due anni di questa pietosa situazione insostenibile per me, ho chiesto loro una spiegazione, sperando di sbagliarmi, invece non mi sbagliavo, mi hanno confermato i miei dubbi.

Mi sento svuotata completamente, senza più punti di riferimento,a volte penso di essere impazzita e non accorgermi,perchè è difficile rimanere lucidi,ecco perchè le chiedo un giudizio su di me e sui miei copartoriti.

Lei che è così irriverente verso i criminali che hanno la faccia di perbenismo e invece sono assassini di anima, e poi dalla tv canale 5 si commuove ricordando quel vero galantuomo di CALLIPARI, elogiando il suo equilibrio, la sua rettitudine, quando avevo visto in TV la faccia di Callipari lo avevo giudicato proprio come Lei lo ha descritto, ecco una ragione di più per cui io le chiedo un aiuto, e, penso che avrò una risposta giusta.

La prego mi aiuti, mi aiuti a difendere la mia dignità, nella vita non ho mai preteso molto, mi accontentavo di poco, questa è la prima battaglia della mia vita,mi aiuti a difendere la mia dignità così calpestata.

Io ho una grande stima di Lei, e Lei, potrà mettermi fra i seicento intelligenti su un milione di idioti? (dal libro: E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?

sperando in una sua risposta la saluto cordialmente

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22.5.2009 Montichiari

Aldo Busi per R.L, T., rif. Vs lettera

La domanda non è: perché mai Le è saltato in testa di ritornare tra i suoi copartoriti dopo trent’anni, bensì, che cosa sperava di trovarci? La loro avversione verso di Lei, così per nulla incinta e cattolica e praticante, così bruttarella e indipendente, serena e fieramente da sola è di natura ideologica, non etica o estetica, e questa natura è così predominante e prepotente da azzerare qualsivoglia naturale o artefatto slancio affettivo in loro, che, presumo, così incinta, corporativamente e famigliarmente insieme, ipocriti come tutti nella loro religiosità, incapaci di stare da soli un’ora, incattiviti nella falsa compagnia che si prestano, oberati da mille doveri che odiano espletare, livorosi, sessualmente e socialmente frustrati si vedono messi a nudo dalla Sua mera presenza e, anziché guardare ai loro propri fallimenti uno per uno, si sono coalizzati per puntare tutti l’indice verso di lei, la criminale per eccellenza, criminale non perché abbia commesso qualche delitto ma perché anche stando zitta denuncia i loro – non ultimo, il delitto di omissione di soccorso.

Il Suo destino è essere una reietta, una straniera, una diversa, una donna che pensa e che sente e pertanto una strega, ma solo lì: basta si sposti di un cento chilometri e loro sono e restano i veri reietti, con la differenza che, essendo in tanti, si spalleggiano l’un l’altro nelle proprie miserie mentre Lei, ridiventando lontana, dimenticandoli davvero (nemmeno per lettera o per telefono), ritorna a splendere di luce propria, abbandonandoli a se stessi. Con Lei lì, loro si sentono finalmente migliori di qualcuno e non rinunceranno mai a questo inaspettato e ingiusto privilegio e La soffocheranno senza pietà, perché da Lei traggono ora il sangue nuovo che alimenta la loro marcescenza da vivi.

Mia dolce R., venda tutto e se ne vada al più presto, lì non è vita per Lei, lo strappo sarà doloroso quanto dovrà essere ma Lei lì non ha scampo, Le stanno addosso e Lei è troppo intelligente per fargli da capretta espiatoria a vita. Sappia questo: non cambieranno mai, e la Sua vana speranza in questo senso, se insistita, La perderà: la tronchi all’istante, e torni a mettere le Sue energie nelle Sue mani, le loro non si porgeranno mai se non presentandoLe degli artigli.

Io ho attraversato tutto questo stagno di acque ferme, ovviamente sicuro che da qualche parte ci fosse una sorgente nascosta ma è secca e mi sono stufato di scorgervi i girini che mi immaginavo io, e ho misurato ogni parola prima di darle forma: non si affezioni ai loro figli, non pensi che troverà nei nipoti quanto non c’è nei loro padri, non dia loro una sola arma di ricatto in più. Le vere persone sole e inguaribilmente meschine e inespressive sono loro, Lei in confronto è una folla che dà e si dà allegria, il lavoro non Le fa paura, sono certo che ha cura della Sua persona in modo impeccabile come deve essere, che sa apprezzare ogni singolo respiro come un gran dono (e pazienza se non lo si può condividere con nessuno: alla fine è proprio un gran sollievo non avere animali umani troppo vicini), una che sa scegliere i cibi adatti e che sa cucinarseli con dovizia alla faccia di chi si rimpinza di grassi espansi e precotti veloci da preparare e di carogne surgelate, una che veste con sobrietà e semplice eleganza anche se non ha appuntamenti in vista, perché Lei, come me, il Suo autentico appuntamento ce l’ha con la Sua sopraffina autoironia. Tuttavia, deve anche compatirli, perché Lei non si rende conto di una cosa che li divora: essi La invidiano, ma pur di non ammetterlo La distruggeranno lentamente. Ne vale la pena? NO.

Via, via, via da lì, la smetta di vivere da esule a casa sua, cambi residenza e posto, non ha scelta, e magari pensano pure che tutto sommato quella Sua casa è più loro che Sua e ci avevano fatto un pensierino e ora Lei ci potrebbe anche fare la figura dell’usurpatrice. Sbrighi ogni cosa senza dare giustificazioni, senza dire niente a nessuno (non l’affitti, la venda: per poco che prenda guadagna il triplo in salute), e, se le trattative vanno per le lunghe, intanto si prenda un localino altrove avendo però prima esaminato che possibilità lavorative ci trova, prima trasloca meglio è, e non si lasci prendere da tristezza neppure momentanea, parta e non si volti indietro, non indugi nella malia dei sogni andati a male e di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, veda solo ciò che è bene per Lei, voglia di farsi male a parte, un bene definitivo e chiaro, magari modesto ma indubbio e cui ha diritto senza un istante di ritardo e di incertezza. Stare via trent’anni a lavorare e a fare sacrifici, a rinunciare a questo e a quello, a ingoiare umiliazioni e però fondando una dignità, un’onestà di sentimenti, una consapevolezza dei propri limiti e poi, per nostalgia di affetti mai ricevuti, ritornare al paese d’origine per buttare tutto questo patrimonio tra le fauci di parenti (di estranei a tutti gli effetti) per alimentare le fiamme del loro inferno pubblico e privato non è da noi. Finisco qui perché mi sto arrabbiando più con Lei che con loro e finirei per dirLe qualche sproposito. Va da sé che Lei non sprecherà un nanosecondo a recriminare se non contro se stessa, perché questa trappola se l’è costruita da sola, balzi fuori e prenda a correre, una volta arrivata altrove (che quindi non sia più un altrove lì) si fermi e faccia un bel respiro, punto e a capo, dritto.

Mi tenga informato, un abbraccio davvero fraterno, anzi, sorello:

Aldo Busi