Intervista a cura di Gian Antonio Stella, originariamente pubblicata sul Corriere della Sera il 10 luglio 1996, pagina 27. La riproponiamo oggi 27 maggio 2009.
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“Ho fatto il barista per Ira Furstenberg. Ma oggi il più bello e il più bravo sono io”
“USCIO. Dopo tre ore che parliamo mi fa: “È stato davvero un piacere conoscerla, sa?”. E io: “Ma cara, noi ci eravamo già incontrati”. Dice: “Ah sì ? E dove è stato? A Biarritz? Porto Cervo? Kitzbuhel? A casa di Mimmi? A un cocktail da Cicci?”. “Ho avuto il piacere di servirle una cioccolata a Cortina”. Gelo. Ho visto passare nei suoi occhi un lampo di panico: Oddiiiio! Aveva parlato tre ore con un barista!”. Ogni volta che racconta quella scenetta con Ira Furstenberg, Aldo Busi ride fino alle lacrime. La storia della sua vita in fondo è tutta lì, in quello scambio di battute: la povertà di una famiglia di campagna bresciana, la fuga, i mille mestieri, la voglia di riscatto, il successo, l’adozione nei salotti, la rivincita. Ed eccolo qua, incremato e impomatato e oliato e riccio come un putto, sdraiato languido di fianco sotto il sole tipo la Maja Desnuda del Goya, le mani agitate nell’aria come una svenevole madamina e un po’ di centimetri coperti dagli slip: “Si spogli anche lei, forza, è bellissimo”. No, grazie: mai di servizio. Nella Colonia della salute Arnaldi, immersa tra i pini e i ciliegi sui colli di Uscio, un paese a una trentina di chilometri da Genova separato dal mondo da un milione di curve a gomito, lo scrittore bresciano viene appena ha qualche giorno libero: “Anche perché mi ospitano gratis. Ci mancherebbe: lo considero un onore, per loro. C’è gente che mi offre dei soldi per andare lì a far le vacanze. Gli dico: ok, ma costo sette milioni e mezzo al giorno. E la chiudiamo lì, non faccio ‘ste marchette. Ma qui mi piace così tanto che verrei perfino pagando”. Al suo buen retiro, dedicò pure un libro, Le persone normali. Una vertiginosa girandola di ciacole tra la Donnacannone, la Vanderbilt, l’Imbrogliona, la Cleptomane, la Signorina Grandi Forme e il nano Camillao. Tutti personaggi ospiti di questo centro che, fondato ai primi del secolo dal mitico farmacista Carlo Arnaldi, è il più antico e forse prestigioso d’Italia: “Ci venivano solo gran dame e gran signori, a quei tempi, arrivavano su con le mule, per i sentieri, si immagina quei piumoni qui in giro portati in groppa a quelle povere bestie? (…) Venivano anche le principesse Melegatti, sa, così squinternate povere donne, ma così brave ad aprire le cosciotte e larghe, tanto larghe anche di manica”. Adesso ci vanno Enrico Beruschi, Carla Gravina, Memo Remigi, Umberto Eco, Luciano Pavarotti… E poi industriali, contesse, finanzieri, onorevoli… Attirati dallo shiatsu, dai massaggi, dalla fisiochinesiterapia, dai confetti fitoterapici, dalle saune e tutto quanto può rallentare un po’ l’impietoso scorrere del tempo. A partire dalla “pozione magica” che a differenza di quella di Panoramix non fa venir voglia di mangiar cinghiali come ad Obelix, ma di accomodarsi sulla tazza per millenarie sedute di meditazione lassativa. La stessa parola “colonia” per Aldo Busi rievoca la rivincita: “Da piccolo no, non sono mai andato in colonia. Eravamo troppo poveri, a casa. Non facevo le vacanze. Dalla seconda alla quinta elementare, quando finiva la scuola, andavo a passare le estati allo stabilimento di giocattoli. Lavoravo lì dalle otto alle sei di sera. Facevamo cestini per bambini con grandi strisce di plastica di tutti i colori. Prendevo 20 lire al giorno. Una miseria. Quando parlano di sfruttamento minorile io so cos’è. Per me fare le vacanze era andare da Montichiari a otto chilometri di distanza da parenti di mia madre. Stavo lì qualche giorno, giravo per i campi, mangiavo pollo”. La prima volta che vide il lago di Garda fu portato da una vicina di casa dalle parti di Desenzano: “Andammo in corriera, lei aveva una marmitta con dentro coniglio con aglio e prezzemolo e la polenta. Ricordo che mi diede la coscia. La coscia! Era una cosa impensabile, allora. Perché la carne si dava solo ai grandi, non ai bambini”. Andò via di casa per far lo “sbarazzatavoli” a Sirmione che aveva 14 anni, tornò che ne aveva 42, dopo aver girato tutto il mondo, fatto tutti i mestieri, imparato tre lingue straniere, studiato da privatista fino alla maturità, preso la laurea in lingue e letterature straniere: “Ho provato anche a fare qualche marchetta ma purtroppo alla fin fine mi sottraevo sempre al mio dovere: per questo ho una grande ammirazione per i prostituti, perché sono una cosa che io non sono riuscito mai ad essere. Li ammiro quanto potrei amare uno scrittore che scrivesse meglio di me”. Ma come: si abbassa ad ammettere l’ipotesi? “Che scriva meglio di me no, ma alla pari qualcuno c’è stato”. Quello che più si avvicina alla sua perfezione? Si passa il dito sulla boccuccia: “Melville, direi”. La prima volta arrivò qui a Uscio, anni fa, per un servizio giornalistico. Amore a prima vista: “Anche perché qui si raccolgono moltissime storie. Non ci sono diversivi. Si parla. Una volta mi intrigava molto, adesso meno. Gli uomini e le donne sono tutti uguali, finiscono per raccontare tutti la stessa storia, nella quale non hanno capito nulla e di cui alla fine si sentono tutti vittima. È raro trovare chi ti racconta la sua vita prendendosi la responsabilità di incolpare se stesso. Sono pochissime queste conteuses alla De Sade che hanno superato il confine tra il pudore e l’autoanalisi. Forse non ce ne sono più “. Carmen Llera? “Non ne voglio parlare… Sono qui per parlare di me stesso. Per fare a me un po’ di pubblicità”. Ne ha troppo poca? “Non mi lamento. Per averla però sono stato costretto ad essere molto più intelligente e geniale di quanto avrei potuto permettermi. Diciamo la verità: i miei libri sono un dono di Dio. Sono dei fenomeni naturali, come un fulmine, un diluvio, un cataclisma. Così impossibili per gli umani che dovrebbero essere lanciati su Marte. Il loro destino è extraterrestre”. Ma come mai uomo di così innata e smisurata modestia si è fatto la fama d’essere eccessivamente eccessivo? Il putto si accende una sigaretta succhiandola voluttuoso alla Marlene Dietrich: “Eccessivo io? Ma se sono la persona più riservata del mondo…”. Sarà, però è l’unico che va a presentare i libri nudo: “Ma perché posso permettermelo. Mi guardi: io vado per i 49. Dove lo trova in tutto l’Occidente uno scrittore che a 49 anni sia bello, potente, grande e pazzo come me? Bevilacqua non lo fa perché non ha mai potuto permetterselo. E Maurizio Costanzo? La sua massima ambizione credo che sia davvero di dirci finalmente qualcosa di sincero spogliandosi. Fatta salva la Maria De Filippi, che ha il gusto dell’orrido, farebbe venire un infarto a tutti. È il desiderio di tutti i brutti, essere belli come me. Ma l’ha letto Luigi Malerba sull’Espresso? “Sicuramente Busi è uno scrittore di grande talento, peccato che sia uno scialacquatore delle sue qualità”. Non è vero? “Ma e’ un grandissimo complimento! Chi può scialacquare? Chi ha molto. Io posso svendermi, sdarmi, non ce n’è mai abbastanza”. Vuol negare che scrive un po’ troppo? “Ma ceeeerto! Di quello che scrivo io non ce n’è mai abbastanza”. Lo stesso Dante si è accontentato di scriverne una, di Divina Commedia… “Ma per fortuna! Qualche taglio lì andava proprio fatto”. Lo stesso Manzoni un solo Promessi sposi… “Uno di troppo. Il punto non è scrivere molto o poco. È scrivere. E al corpo si sostituisce lentamente, nei decenni, un corpus. Non mi interessa l’opera unica. Mi interessa il corpus”. E ti pareva… “Non faccia lo spiritoso, non faccia la Marta Flavi. Per me Henry James è uno scrittore, minore ma bravo, perché credo abbia prodotto qualcosa come 120 romanzi”. Allora il suo ideale è Simenon, che ne ha scritti centinaia… “No, perché lui non è uno scrittore”. Hemingway arrivò a dire che era tra i più grandi del secolo… “Non mi meraviglia, perché Hemingway è sicuramente tra i meno importanti. Truman Capote in confronto… Come paragonare la Tina Pica alla Valeria Marini”. Mica male la Marini… “Piace a lei perché è un provinciale. Ma si rende conto? Resuscitare Tina Pica. Quella lì ti sodomizza per tre mesi. Sono le bruttine scatenate che vincono a letto. E quindi nella vita”. Anche lui ha vinto nella vita: “Ho fatto la fame. Onorata ma fame. Fino ai 35 anni. I primi soldi che ho visto sono stati l’anticipo per Vita standard di un venditore provvisorio di collant. Si sa che all’Adelphi, dove mi avevano pubblicato Seminario sulla gioventù, ti davano la gloria ma i soldi se li tenevano loro. Avevo un Maggiolino di quinta mano. Era più il tempo che passavo io a spingere lei che lei a portare me. Ero magro. Pallido. La prima vera vacanza della mia vita l’ho fatta in Marocco che già viaggiavo verso la quarantina. I luoghi mitici delle vacanze li conoscevo tutti, ma perché ci avevo lavorato come lavapiatti o cameriere. Spiluccando per la fame nei piatti che portavo a tavola tra la cucina e la sala ristorante. A Venezia dividevo la camera con un macellaio che poi saltò fuori che ne aveva ammazzati tre, a Baden Baden dormivo in una camerata di 30 persone…”. Che rapporto aveva con la controparte di cumenda, matrone ingioiellate e rampolli fighetti con la Porsche? “Li odiavo. Erano così ricchi, sfrontati, tracotanti. Ancora oggi mi è rimasto dentro l’astio per i ricchi. Loro mi invitano, mi coccolano… Ma è troppo facile essere gentili con me perché sono Aldo Busi. Dove io misuro la civiltà di una persona, invece, è nel modo in cui tratta i camerieri. Se uno fa il cafone, faccio delle scenate indimenticabili. Mi alzo e pianto tutti in asso. Odio quelli che trattano male i camerieri. Mi ricordo una volta che facevo lo sguattero al “Bellevue” di Cortina. Era l’anno di Satisfaction, dei Rolling Stones, avevo 16 anni, vedevo questi ragazzi ricchi ballare così goffi… E io, che ero cresciuto andando alle cavalchine, quelle serate di lissio paesano che non finivano mai dopo l’una di notte, ed ero un grande ballerino…”. Tanghi e valzer? “Ma per carità, ho sempre odiato i balli dove ci si allaccia. I toccamenti mi danno molto fastidio. È una cosa che non farei neanche con un uomo, si figuri con una donna. Ma nel Cha cha chá e nel Boogie woogie ballavo come un Dio. E così, una sera…”. E così una sera il giovane sguattero del “Bellevue” Busi Aldo si tolse la giacchettina e decise di andare a ballare: “Una botta di vita che mi sarà costata quindici giorni di stipendio. Stipendio, si fa per dire… Mi pagavano in nero, delinquenti. Me li ritrovai tutti, in pedana, i figli di papà che servivo durante il giorno. C’erano anche (non conoscevo il cognome, sapevo solo che erano proprietari della fabbrica di scatolette) quelli che io chiamavo i “figli della Simmenthal”. Cominciai a ballare e tutti si fermarono. Avevo un modo molto africano di muovermi. E ballai tanto e sudai tanto per ore e ore. Il giorno dopo, rimessa la giacchettina bianca, non mi riconobbe nessuno”.
Gian Antonio Stella
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Questa è la copertina della seconda edizione del libro Le persone normali (La Dieta di Uscio), Oscar Mondadori, Milano 1994. Dovrebbe uscire una nuova edizione di questo titolo, insieme ad altri di Aldo Busi, nel mese di luglio prossimo. Speriamo non riceva, da parte dell’editore, lo stesso trattamento riservato a Vita standard di un venditore provissorio di collant, la cui distribuzione è a dir poco insufficiente, e contrariamente a quanto avevamo annunciato non è facilmente reperibile nella maggioranza delle librerie.

