Archivio Mensile: luglio 2009

La civiltà in vacanza

17.7. Sul traghetto x l’Isola di San Pietro. Viaggio estenuante, ma mai quanto i segni di punteggiatura. 18.7. Carloforte. Solo famigliole e coppie di uomini e donne troneggianti ovunque nel loro nulla solidale, mi sento così alieno e me ne sto talmente per conto mio – sono così affollatamente solo, ecco – che mi sembra di essere in un villaggio gay. Per fortuna che il filo a spasso in bocca di una gengiva ricucita a seguito dell’estrazione di un molare mi distrae non male, mi ci vorrebbe un sacchetto di ghiaccio sulla guancia, ah, lì c’è una farmacia… e poi, se mi si riduce il dolore, come tiro sera? Presto nevicherà comunque. 19.7. Il lusso più proibito è vivere in posti e in abitazioni dove non si sia costretti a subire i rumori delle attività altrui. La civiltà sarebbe tenere le finestre aperte e non udire niente. Io sarei per tagliare la lingua già a chi parla nel vano delle scale di un condomino, figuriamoci cosa non farei a chi fa il karaoke in piazza cantando “Uno su mille ce la fa”, a meno che non sia un incitamento al suicidio di massa con immediato effetto a grappolo. 20.7.Troppa gente continua a andare in giro a leccare gelati o a mettere e farsi mettere incinta senza neppure aver mai letto “Don Chisciotte” di Cervantes. E, non appena mi passa il mal di denti, baci. A.B.

Scrivere alla cieca

Pubblichiamo oggi, 18 luglio 2009, una lettera scritta da Aldo Busi il 12 marzo 1999. Il testo è stato gentilmente concesso dall’autore a Marco Cavalli, il quale l’ha pubblicato nel suo “Busi in corpo 11″, il Saggiatore, Milano 2006, pp. 99-100.

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12 marzo 1999

Nessun autore è mai stato pubblicato a sue spese da un editore, ma tutti gli aspiranti autori, i velleitari, i mitomani, i fanatici, i sentimentali hanno pagato un truffatore (che agli occhi degli sciocchi soltanto, per l’appunto, è scambiato per editore) perché inchiostrasse della carta con il loro nome, e le foreste pluviali hanno subito rovine insanabili innanzitutto da costoro, non dagli altri che pubblicano attraverso canali ortodossi: si rassegni.

Lei si fa avanti con me in quanto aspirante autore, non in quanto cieco a tutti gli effetti: a me che lei sia cieco, con tre gambe, focomelico e addirittura normale non fa né caldo né freddo, io sono addirittura me stesso e non è facile per nessuno essere se stesso e basta e inoltre essere uno Scrittore (non un autore: uno Scrittore) e per soprammercato Aldo Busi. A ognuno i suoi vezzi: lei ha la cecità, io ho il genio, e pazienza. Quello che a me sta a cuore non è se Lei per svista rischi o meno la vita ogni volta che va al lavoro (a me hanno tentato di uccidermi intenzionalmente due volte), ma se Lei vuole o no, se Lei ne è capace o no di diventare uno scrittore, almeno con la esse minuscola. Per me la letteratura non è consolazione: è disciplina, simmetria, cieca ideologia alla verità delle verità senza maschere con se stessi e il mondo attraverso la parola scritta e strutturata in una prospettiva sintattica, non è mai questione di trama e basta (di per sé i racconti non mi dicono nulla, anzi, li detesto: hanno tutti un fine, devono sempre andare a finire – proprio come sono cominciati, quasi sempre, ahiloro). Se per lei scrivere è una consolazione ai mali della vita, va benissimo, ma allora deve rivolgersi a Susanna Tamaro, non a Aldo Busi.

Guardi, un paio di anni fa mi scrive una mia vecchia, vecchissima ex vicina di casa della mia età che da ragazza era vuota come una zucca appassita. Be’, a causa di un incidente, aveva trascorso gli ultimi vent’anni su una carrozzella e io non l’avevo mai più rivista; la donna, madre e moglie e paralitica, mi fa sapere di avere scritto un romanzo. Io penso: certo, chissà che prospettiva da quel dolore, chissà che nuove agnizioni con la vita di tutti i giorni. Insomma: me lo manda e si tratta di un romanzo rosa senza capo né coda, farcito di luoghi comuni, in cui veniva dimostrato che tanto quanto era cretina prima dell’incidente tanto lo era rimasta anche dopo. Gliel’ho, ovviamente, spiegato per lettera, alla quale lei mi ha risposto che ci sono molti modi per affrontare la scrittura, non solo il mio. Voleva anche avere ragione, la sciagurata, pensava di aver scritto Cime tempestose!

Ed è qui che Lei e quella là vi sbagliate. La sua non sarà mai letteratura se non vuole misurarsi con quella sfida cui le accennavo e che già era balenata in lei e di cui ha così terrore. Scriverete cose da ciechi da paralitiche, ma non andranno mai al di là della diaristica; scriverete cose da uomini, e a me non interessano. Scriva una cosa da Scrittore e io ci sarò, altrimenti dovrei aprire un asilo, un’infermeria, una posta del cuore e dell’handicap: dovrei diventare un editore tipo quello al quale Lei si è rivolto. Dovrei frodarla, e Lei, ovviamente, ne sarebbe contento. Ma prima della sua consolazione viene la mia integrità, e io non potrò consolarla; oltretutto Lei sarà anche cieco ma ha doti intellettuali e una penna (e una capacità autocritica: deve solo decidersi a schiacciare il pedale fino in fondo) che quelli che ci vedono se le sognano. Niente sconti, please. Io non la consolerò, ma almeno non la tradisco.

Stia bene.

Aldo Busi

Aspettando l’ennesima sentenza politica

15.7.2009 Ieri sera, al telegiornale del Tg3 della sera si aspettava, in diretta da Arezzo, la sentenza dei giudici che dovevano deliberare contro il poliziotto che sull’autostrada ha sparato, uccidendolo, a un ragazzo romano al seguito della sua squadra del cuore. Tralascio volutamente i nomi dell’accusato e dei famigliari della vittima e le circostanze della tragedia, soprattutto giudiziarie e quindi interpretative pro o contro il capo d’accusa principale, perché non intendo affatto entrare nella veridicità o accettabilità o giustizia/ingiustizia del verdetto che, constato stamattina, manda assolto il poliziotto quanto a intenzionalità dell’omicidio e che viene quindi condannato per il solo omicidio colposo ovvero accidentale, voglio solo riportare una generica riflessione mentre andavano in onda le immagini della cronista in attesa davanti all’ondulata architettura del, suppongo, tribunale di Arezzo: “Ma che aspettano tanto a fare, che bisogno c’è di sapere nero su bianco quale sarà la sentenza? La sappiamo già tutti, qui mica la passi liscia come condannare un mafioso di tanto in tanto!”, e nel pensare questo ho però ricordato con profondo cordoglio i giudici Borsellino e Falcone, e pochi altri. E infatti, al poliziotto sono stati dati (non mi sento di usare “inflitti”) sei anni. Vi immaginate un tribunale (dei giudici italiani in carne e ossa) che condanna un poliziotto all’ergastolo per qualsivoglia ragione ragionata e prova inconfutabile e guidizio terzo? Vi immaginate le ritorsioni personali dal mondo politico, religioso, massmediatico, dalla corporazione stessa, innanzitutto, degli addetti alla pubblica sicurezza? Potrebbero mai giudici tanto stravaganti e coraggiosi essere più sicuri di fare rientro incolumi a casa? E poi: quanti precedenti abbiamo? Stanno in una mano, dal dopoguerra a oggi. Per una sentenza del genere occorre una sfumatura politica che manca del tutto nel nostro paese; la democrazia, e la democrazia è tale solo quando l’unica paura delle istituzioni è contribuire al suo declino, allorché qui l’unica paura è contribuire a farle alzare la testa rimettendoci, se non la propria, la propria prebenda statale. Quante volte avete sentito di un politico, di un poliziotto, di un industriale, di un truffatore anche internazionale, di un frate puttaniere assassino, di un giudice e di un presidente del consiglio stesso, per non parlare di un prete pedofilo, davvero condannato e, se condannato, davvero finito dietro le sbarre e, se finitovi mai, finitovi per un tempo non simbolico, non tanto per gradire e non per far digerire al popolo bue un po’ di rigorosa demagogia intanto che defeca l’unica specialità della patria casa madre, un altro pezzo di oblio, un altro pezzo di democrazia andato in culo? Io stesso, a suo tempo, dopo aver querelato un prete che mi aveva diffamato per pedofilia (peggio: per apologia della pedofilia) e dopo che le mie rimostranze l’avevano avuta vinta in ben entrambi i gradi di giudizio (dove compaiono uomini, dove ci sono scontri, dibattiti, prove e riprove addotte, opere di genio, disamina di comportamenti decennali eticamente o impeccabili o viziosi – e i miei erano e sono impeccabili – e non solo carte riassuntive), mi sono illuso che la Cassazione avrebbe definitivamente sancito la mia ragione e il torto che mi era stato fatto dal fanatico omofobo che faceva di tutte le erbe un fascio: sentenza ribaltata! All’italiana: io non di certo condannato perché, purtroppo per loro, assolutamente non condannabile nemmeno aggrappandosi agli specchi, ma il prete assolto e rimandato in sagrestia con tante scuse. (Se volete farvi due sonore risate, nemmeno più amare ma ormai crasse e basta, trovate questa sentenza – “esemplare” sia per tristezza sia per ridicolaggine, nonché per l’astrusità del linguaggio brandito dai dotti estensori citati per nome e cognome a imperitura memoria – in “Busi in corpo 11″, di Marco Cavalli, Saggiatore Ed.) Democrazia significa che non esistono sentenze politiche, e in Italia altro non vi è. E morta lì.

Aldo Busi

Contro la fame nel mondo. Anche a tavola.

Pubblichiamo oggi, lunedì 13 luglio 2009, un articolo di Aldo Busi apparso su il Manifesto l’8 agosto 2001.

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Da due mesi ho smesso di mangiare carne di ogni tipo, rossa e bianca, di bovino e di pollame e di maiale, e non parliamo poi del capretto e degli uccelletti allo spiedo, brrr, ma non sono diventato vegetariano, mangio pesce, perché se non lo mangio io pesce mangia pesce e finisce che si mangiano tra di loro, il mio cibarmene non intacca, per il momento, la catena alimentare fra animali e fra animali e altri umani, non riduce all’anoressia coatta alcun cormorano e alcun pescatore di perle; anche il pesce, però, non deve essere di allevamento, cioè non deve sottrarre proteine, cereali, farine – a chi non ha nemmeno una ciotola di riso o di soia o di frumento al giorno per sopravvivere (non deve trattarsi né di balena né di delfino, e ora mi sto lentamente allontanando anche dal mio pesce preferito, il merluzzo, in via di estinzione). Contribuisco così a ridistribuire le risorse agricole ora sottratte dal complesso bovino internazionale, che manduca e defeca mais a tutto spiano per il palato del ricco carnivoro occidentale a scorno di tutte quelle popolazioni indie e asiatiche e africane falcidiate dalla carestia e dalle epidemie a causa della crescente desertificazione di pascoli e foreste per allevare bestiame.

Da quando ho smesso di mangiare carne mi sento meglio, la mia funzionalità epatica è più attiva, m’è passata la stipsi quasi del tutto e ho dimenticato la gastrite, la pelle è una seta, e ho anche meno problemi d’erezione (altrui), sono più spiritoso e buontempone, ecco. Un toccasana meraviglioso, visto che consta nel fare a meno di qualcosa anziché sovrapporle qualcos’altro per lenire il danno a monte spesso raddoppiandolo.

Da circa due anni sentivo un che di nausea al solo vedere carne nel piatto, ma ancora non capivo bene che mi stava succedendo, ne stavo consumando sempre di meno e sempre più raramente, al ristorante m’è capitato di mandare indietro fiorentine e filetti, di per sé succulenti, o perché erano troppo cotti o perché troppo al sangue… perché troppo carogna, cicatrizzazione, sacrificio barbarico, infine, e vagamente tossico. Mi sentivo un cannibale nell’ombra, un pervertito del gusto per ignoranza.

Poi ho avuto il colpo di grazia, come sempre, dalla letteratura: è stato quasi senza accorgermene che mi sono avvicinato, e contemporaneamente, a Del mangiare carne di Plutarco (Adelphi) e a Ecocidio di J. Rifkin (Mondadori), e è stato tale il disgusto che ho provato per il mio passato di carnivoro che sono sicuro non avrò più alcun futuro in quel senso. Sono due testi davvero sacri per la sapiente profanità con cui articolano storia antica e prassi moderna del rapporto uomini e animali, a cominciare dal toro e dalla vacca prima deificati e poi fatti perno del crescente sfruttamento capitalista, testi che non devono assolutamente mancare nello zaino di alcun anarchico attivista di piazza e nel tinello del rivoluzionario in pantofole e tuttavia non meno determinante del primo nell’ottica militare del “mondo migliore”.

È incredibile il danno che si può fare al sistema contestandolo senza colpo ferire, non facendo qualcosa contro ma cessando di fare qualcosa pro, astenendosi dal fare alcune cose per automatismo tribale, per esempio, dal comprare alcune merci e cibarie, dal guardare la televisione o dal trarne argomento di conversazione, e magari guardandola a capricci per visionare tutte le pubblicità che passano in quel momento, segnarsele e riproporsi di non comprare per un anno nessuno di quei prodotti: non solo pieghi la televisione che più ti sta sul gozzo, ma mandi un avvertimento anche a un paio di multinazionali in un colpo solo – e non rischi neanche di venire manganellato e macellato a Genova o, secondo i soliti auguri, a Roma.

Se in Italia di punto in bianco venti milioni di italiani – ne basterebbero tre – smettessero di mangiare carne come me – e non più per paura della mucca pazza ma per definitivo convincimento culturale, cioè per sana ideologia inerente l’ecosistema terraqueo -, cambierebbero tante e tante di quelle cose, anche istituzionali, che ora non possiamo nemmeno immaginarci. Non dimentichiamoci che più leggerezza di stomaco e di intestini dà più rabbia in corpo, e più idee a qualsiasi causa. Muovere una guerra e vincerla a colpo sicuro senza muovere un dito è, una volta tanto, esaltante e esilarante. Si potrebbe cominciare dall’eliminare la carne dal piatto e poi, che ne so, i telefonini, l’ultima moda, il gel nei capelli, le radio private quando sei alla guida, l’ultimo accessorio e già che ci sei l’ultima automobile, eliminare le donne sessuali, gli uomini sessuali, i preti e gli altri politici e asessuati di sinistra in generale. Io per esempio, insieme alla carne, ho eliminato anche l’acquisto – ma questo da un anno circa – dei due settimanali italiani principali (due si fa per dire).

Provateci: mi ringrazierete.

Manuale del perfetto papà

Miguel Angel Martín, "With mum on mum's day", tempera, 1998, copertina del "Manuale del Perfetto Papà (beati gli orfani!)", Mondadori, Milano 2001.Miguel Angel Martín, “With mum on mum’s day”, tempera, 1998, copertina del “Manuale del Perfetto Papà (beati gli orfani!)”, Mondadori, Milano 2001.

Recensione del libro “Manuale del perfetto Papà (beati gli orfani!)”, di Aldo Busi, a cura di Flavio Marcolini, originariamente pubblicata su Brescia oggi nel 2001. La riproponiamo oggi 8 luglio 2009.

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Dopo il fortunato “Manuale della perfetta mamma” e prima del “Manuale del perfetto single” (del quale sta ultimando la stesura come un rilassante divertissement tra una traduzione di Ruzante e la raccolta di idee e materiali per il prossimo romanzo), Aldo Busi, lo scrittore più stakanovista della nostra penisola, ha pubblicato il “Manuale del perfetto papà” (Mondadori).

Il nuovo pamphlet (significativamente sottotitolato “beati gli orfani”) continua, con un linguaggio diretto e apparentemente paradossale, l’opera di decostruzione dell’istituzione familiare sulla quale si fonda la nostra società, esaltando invece il valore dell’individualità come nucleo sul quale impostare una serena e civile convivenza fra gli esseri umani.

Busi conduce un serrato e circostanziato attacco alla figura paterna, non solo a quella sperimentata e subita in prima persona, ma anche a quella stereotipata che viene quotidianamente offerta dalla nostra società.

Numerose pagine sono dedicate al genitore che ha in gran parte condizionato la sua infanzia e giovinezza. Lo scrittore monteclarense lo descrive come una persona a lui estranea e sconosciuta, temuta e odiata da bambino, incapace di qualsiasi forma di dialogo e di contatto con il figlio, in un crescendo di risentimento che neppure la morte sembra aver attenuato. E di riflesso affiora ancora una volta lo smisurato amore per la madre, già dichiarato in tanti libri e, in particolare, nel saggio a lei dedicato. Nonostante la sua durezza misteriosa e l’odio inspiegabile che essa ha suscitato, Busi ad un certo punto si chiede sarcastico se il suo non sia, in un certo senso, il padre ideale. “Mio padre, in verità, c’è sempre stato accanto, a modo suo: remoto, astioso, crudele, indifferente, ma c’è stato. In una sola parola: paterno, come tutti i padri, come ci riusciva lui”.

Dopo la sferzante pars destruens, si passa ad una esilarante pars costruens: pagine intense nelle quali l’autore delinea i tratti e il carattere non solo del padre perfetto, ma anche del perfetto zio, quale si considera per il grande affetto e dedizione che egli nutre nei confronti dei nipotini nella vita di tutti i giorni. Insomma – sembra dirci Busi – la paternità (ma anche l’umanità e la cittadinanza) – non è un valore acquisito una volta per tutte, ma è un esercizio quotidiano, al quale è necessario dedicarsi con amore e determinazione.

“Io non rimpiango di avere avuto il padre che ho avuto” scrive Busi. “io rimpiango di averne avuto uno. Per mia fortuna, sono riuscito – mettendoci molto poco, lo confesso – a non diventare in nessun altro umano un suo alter ego. Sapere che qualcuno non rimpiangerà di avermi avuto o di non avermi avuto come padre stuzzica però la mia sottile sete di vendetta a tal punto che, giusto per fargliela pagare, un figlio potrei anche decidere di metterlo al mondo. Così un’altra volta impara – un’altra volta, va’, mica questa”.

E non è tutto. Per la gioia dei lettori a novembre uscirà la sua ultima opera, il romanzo breve “Un cuore di troppo”, sempre per Mondadori.