15.7.2009 Ieri sera, al telegiornale del Tg3 della sera si aspettava, in diretta da Arezzo, la sentenza dei giudici che dovevano deliberare contro il poliziotto che sull’autostrada ha sparato, uccidendolo, a un ragazzo romano al seguito della sua squadra del cuore. Tralascio volutamente i nomi dell’accusato e dei famigliari della vittima e le circostanze della tragedia, soprattutto giudiziarie e quindi interpretative pro o contro il capo d’accusa principale, perché non intendo affatto entrare nella veridicità o accettabilità o giustizia/ingiustizia del verdetto che, constato stamattina, manda assolto il poliziotto quanto a intenzionalità dell’omicidio e che viene quindi condannato per il solo omicidio colposo ovvero accidentale, voglio solo riportare una generica riflessione mentre andavano in onda le immagini della cronista in attesa davanti all’ondulata architettura del, suppongo, tribunale di Arezzo: “Ma che aspettano tanto a fare, che bisogno c’è di sapere nero su bianco quale sarà la sentenza? La sappiamo già tutti, qui mica la passi liscia come condannare un mafioso di tanto in tanto!”, e nel pensare questo ho però ricordato con profondo cordoglio i giudici Borsellino e Falcone, e pochi altri. E infatti, al poliziotto sono stati dati (non mi sento di usare “inflitti”) sei anni. Vi immaginate un tribunale (dei giudici italiani in carne e ossa) che condanna un poliziotto all’ergastolo per qualsivoglia ragione ragionata e prova inconfutabile e guidizio terzo? Vi immaginate le ritorsioni personali dal mondo politico, religioso, massmediatico, dalla corporazione stessa, innanzitutto, degli addetti alla pubblica sicurezza? Potrebbero mai giudici tanto stravaganti e coraggiosi essere più sicuri di fare rientro incolumi a casa? E poi: quanti precedenti abbiamo? Stanno in una mano, dal dopoguerra a oggi. Per una sentenza del genere occorre una sfumatura politica che manca del tutto nel nostro paese; la democrazia, e la democrazia è tale solo quando l’unica paura delle istituzioni è contribuire al suo declino, allorché qui l’unica paura è contribuire a farle alzare la testa rimettendoci, se non la propria, la propria prebenda statale. Quante volte avete sentito di un politico, di un poliziotto, di un industriale, di un truffatore anche internazionale, di un frate puttaniere assassino, di un giudice e di un presidente del consiglio stesso, per non parlare di un prete pedofilo, davvero condannato e, se condannato, davvero finito dietro le sbarre e, se finitovi mai, finitovi per un tempo non simbolico, non tanto per gradire e non per far digerire al popolo bue un po’ di rigorosa demagogia intanto che defeca l’unica specialità della patria casa madre, un altro pezzo di oblio, un altro pezzo di democrazia andato in culo? Io stesso, a suo tempo, dopo aver querelato un prete che mi aveva diffamato per pedofilia (peggio: per apologia della pedofilia) e dopo che le mie rimostranze l’avevano avuta vinta in ben entrambi i gradi di giudizio (dove compaiono uomini, dove ci sono scontri, dibattiti, prove e riprove addotte, opere di genio, disamina di comportamenti decennali eticamente o impeccabili o viziosi – e i miei erano e sono impeccabili – e non solo carte riassuntive), mi sono illuso che la Cassazione avrebbe definitivamente sancito la mia ragione e il torto che mi era stato fatto dal fanatico omofobo che faceva di tutte le erbe un fascio: sentenza ribaltata! All’italiana: io non di certo condannato perché, purtroppo per loro, assolutamente non condannabile nemmeno aggrappandosi agli specchi, ma il prete assolto e rimandato in sagrestia con tante scuse. (Se volete farvi due sonore risate, nemmeno più amare ma ormai crasse e basta, trovate questa sentenza – “esemplare” sia per tristezza sia per ridicolaggine, nonché per l’astrusità del linguaggio brandito dai dotti estensori citati per nome e cognome a imperitura memoria – in “Busi in corpo 11″, di Marco Cavalli, Saggiatore Ed.) Democrazia significa che non esistono sentenze politiche, e in Italia altro non vi è. E morta lì.
Aldo Busi



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