22.10.09 Sarebbe così facile essere indimenticabili, basta ovviare allo spirito di rapina a tutti i costi: prendete per esempio una vittima totale (quale un uomo maggiorenne al soldo non è mai), una ragazza abusata dai suoi aguzzini iniziali, i suoi magnaccia, e finali, i suoi clienti, trattate la marchetta alla tariffa più alta del senza preservativo e caricatela in auto e portatela in un ristorante usandole la comune cortesia dovuta a una persona comune, parlatele del più e del meno senza scopi salvifici, fatela ridere, amaro o dolce fa lo stesso, sdrammatizzate la vostra paura di essere scambiato per l’ennesimo farlocco impotente pervertito e la sua paura, crescente, che non lo siate affatto, se si lamenta perché il tempo è scaduto allungatele subito l’intera tariffa prima che le squilli il telefonino, equivalente per lei del braccialetto elettronico, e ditele che la rinnovate, se arriva un venditore di rose comprategliene tre-amore anche se personalmente le userei per fustigarli a sangue e sulla strada del ritorno, durante i cui minuti il suo terrore per il peggio in agguato raggiunge l’intensità dolorosa del suo terrore di un’improvvisa gioia in pericolo, prendetele la mano sinistra e portatevela alle labbra sfiorandola con un bacio e riaccompagnatela con cautela dove stava prima, ed ecco, siete arrivati sul posto da dove l’avete prelevata, mettete mano di nuovo al portafoglio attenendovi scrupolosamente al saldo convenuto senza un solo, offensivo euro in più, ringraziatela della compagnia e addio. A.B.



4 risposte finora ↓
Davide Manenti // Ottobre 22, 2009 a 6:57 pm
Bisogna sempre giustificarsi quando si vuole fare qualcosa gratuitamente, o addirittura smenandoci: nessuno ti crede. Nemmeno quando quello che offri è il contrario dell’evasività, della reticenza e della malafede che ricevi in cambio.
Alberto Bassi // Ottobre 23, 2009 a 3:45 pm
Il commento di cui sopra mi pare abbia mezza ragione. Però ricordo che il dott. Busi raccolse alla stazione Termini di Roma una madre con prole e li ospitò a casa sua – non so se in concreto o in letteratura -. Non ricevette gratitudine, che peraltro non attendeva. Ricordo però un prete anziano in abito talare e cappello a larghe falde che in via S. Tomaso andava a pranzo presso la Casa del clero. Incontrò due battone anziane, salutò togliendosi il cappello. E quelle risposero con piacere. Era credibile e fu creduto. L’avessi fatto io sarei stato ridicolo e mi avrebbero insultato. Per amare ci vuole classe. E’ ancora presto per me offrire quelle tre rose-amore. Mi limito a non andare a puttane.
Alberto Bassi // Ottobre 23, 2009 a 9:33 pm
Al mio intervento di prima, alla quartultima riga, prima di “L’avessi fatto”, includerei. “Poi mi soggiunse: “Sai, è come essere davanti al cimitero degli elefanti.”
Il cavalier cortese incazzoso al punto giusto // Novembre 2, 2009 a 4:29 pm
Sarà che più passano gli anni e più divento intransigente…E’ da mò che ho mandato affanculo un po’ di cose, oltre che un papiro infinito di persone; ho tagliato fascine di rami secchi e se è vero, come è vero, che non ne rimpiango neanche mezzo, allora è segno che ho fatto bene così. Lo stato attuale della cortesia in Italia è talmente deprimente che quando esci di casa sembra che entri in televisione: volgari battibecchi in romanesco tra donne anziane in perfetto stile De Filippi, signore altoborghesi di allure berlusconiana che non rispettano la fila e saltano avanti con un’arroganza degna delle peggiori Brambilla e Santanché, automobilisti che inchiodano l’auto e tornano indietro anche di settanta metri per fare il culo al povero pedone che li ha mandati giustamente a cagare perché erano passati col rosso e lo stavano investendo, baristi che ti preparano sorridenti il cappuccino per un mese e poi all’improvviso senza motivo appendono un muso che tocca per terra e non ti degnano più nemmeno di un saluto, conducenti di mezzi pubblici fatti di coca che nei turni serali scambiano le vie cittadine per l’autodromo di Monza e ti devi raccomandare l’anima a dio anche se sei ateo, tabaccai e edicolanti che fingono disattenzione cercando di fare la cresta sul resto: l’empatia della gente italica è così scaduta, la miseria economica è talmente diventata miseria civile che la nevrosi e l’incultura la vincono su tutto. Alla luce del sole o sotto le mentite spoglie del perbenismo dilaga una masnada di psicotici, ignoranti e incivili che sfugge a ogni stima statistica: date un filo di confidenza a qualcuno e state pur sicuri che alla prima levata mattutina con la luna storta si sentirà autorizzato a trattarvi come una merda senza che abbiate detto o fatto alcunché per meritarlo. Rispetto: zero. Rapporto umano: finito. Io invece, a meno che non sia costretto da imprescindibili motivi di principio, non me la prendo mai con nessuno, non scarico le mie ubbie e i miei malumori su familiari, vicini di casa, sconosciuti o cani portati a spasso. Del resto non ne ho: anche quando la mia umanità era incompiuta non mi sarei mai sognato di rovinare la giornata a qualcuno con atteggiamenti irriguardosi: il senso della preziosità della bellezza e della poesia della vita che accade una sola volta e poi ciao per sempre era ed è talmente radicato in me che fare il male o arrecare disturbo o pensare che tanto c’è un aldilà per rimediare alle ferite inflitte, mi apparivano tanti prodotti per mentecatti in svendita al mercatino dell’usato, al punto che non avrei mai voluto turbare gli attimi fuggenti di nessuno; invece, possibilmente, mi sarebbe piaciuto realizzare hic et nunc un’estensione della vita, un modo per essere me essendo anche qualcun altro, un sentire al di là della punta del mio naso anche per farmi sentire meglio io, una corrispondenza di mutui riconoscimenti, un’intensità civile di cui ignoravo le conseguenze; e a tale proposito avrei anch’io una storia da raccontare…è accaduto in un tempo di cui non ho più memoria…abitavo in una zona il cui viale principale, col favore della notte, si trasformava in un lupanare a cielo aperto e per rientrare a casa dovevo percorrerne un tratto; spesso mi capitava di incrociare alcuni crocchi di ragazze di colore, forse nigeriane, e altre bianche, dell’est, impalate sul marciapiede come tante vittime del conte Vlad, e una volta passo vicino a un gruppetto di queste e una viene verso di me e mi propone quello che si dice “amore a pagamento”, e siccome io con queste cose non mi eccitavo prima e non M’arrazzo neanche adesso, finisce che al mio “no, grazie” mi attacca una mezza filippica sui suoi casi umani, di un figlio e di genitori e di fratelli lasciati al Paese d’origine e di quant’è grama la vita e se per caso sono frocio; mi fa talmente pena e ha una tale disperazione in viso che prometto di aiutarla. Il mattino seguente prelevo dai miei magri risparmi un milione di lire (l’equivalente per me, all’epoca, di tre settimane di lavoro comprese le domeniche) e la sera glielo porto. Ho modi spicci, tenuissimi, al limite dell’inesistenza: non voglio metterla in imbarazzo né fregiarmi del suo stato di necessità come di un fiore all’occhiello. Le sorrido, le metto in mano velocemente il malloppo come se fosse una pietra arroventata dicendo: “E’ per te”, le dico ancora qualche parola, le sorrido più per stemperare il mio imbarazzo che il suo, poi vado via: a chi allumava dalle auto in transito sarò sembrato uno spacciatore. Quel che ricevetti in cambio – indifferenza e neutralità dello sguardo e nessuna risposta al mio saluto en passant le due volte successive che la vidi – non mi fu chiaro in quel momento; non so quali spauracchi si agitassero nella sua mente, quali memorie, quale volontà di rivalsa: fare la superiore con uno come me, che si era dimostrato amichevole e per nessuna ragione al mondo le avrebbe fatto del male, da che tipo di frustrazione o di coercizione poteva dipendere? forse aveva paura che le chiedessi i soldi indietro o aveva scambiato la mia timidezza per superbia, se non per stupidità. Non sapevo ancora di aver fatto una scoperta; certo è che ci rimasi molto male. Poi non l’ho più incontrata, e dopo qualche tempo anch’io sono andato via di lì. Da allora sono passati millenni: ho vissuto e bruciato tante di quelle vite, tanta di quella intelligenza, tante di quelle identità, e ho acuito a tal punto la vista strappamaschere della mia crudeltà (una dote squisitamente intellettuale che nulla ha a che vedere con la banale ‘cattiveria’), che non saprei più dire chi fosse quel ragazzetto che aveva l’ardire di permettersi slanci di generosità con persone sconosciute. Di una cosa sono sicuro: non ero io. E non ero io nemmeno quando mi facevo in quattro per gli amici dai quali venivo relegato in cavalleria alla prima occasione utile, né quando lanciavo il cuore oltre ogni reticolato salvo poi vedermelo ributtare indietro e andarmelo a raccogliere, non ero io quello mansueto come un agnello che faceva da contenitore a tutti gli sfoghi altrui, né ero io quando morivo all’idea di una telefonata che non è mai arrivata sebbene ne avessi fatte molte: tutti si sono attaccati a questa fontana, perché l’acqua era fresca e limpida; fino a quando non ce n’è stata più per nessuno; e se a volte mi capita di ripensarci e di chiedermi: “Chi era quello?”, posso solo rispondere, in tutta onestà: “Non lo so: era un altro”. Oggi ho smesso di lanciarmi senza paracadute (pur non avendo smesso i lanci e gli slanci, giustamente sempre più rari e calibrati su di un’etica della reciprocità declinata almeno ai suoi elementi basici). Oggi posso scambiare civiltà solo con altra civiltà, educazione solo con altra educazione, gentilezza solo con altra gentilezza, premura solo con altra premura. Adesso che sono perfetto come un defunto; adesso che ho toccato il fondo del mio dolore e ci sto sopra, dritto in piedi, reggendomi unicamente sulle mie gambe e senza nemmeno essere diventato un esclusivista, un superomista o un divinizzato; adesso che vivere e morire sono la stessa cosa e non mi toccano più; adesso che sono Nessuno…non avrei mai pensato che si potesse stare così bene. Sono il padrone del mondo e non mi sognerei neanche lontanamente di possederlo. Sono diventato più bello, più luminoso, più arrapante: per strada mi guardano uomini e donne; ma a me non importa più. Per me ora contano le questioni di forma. E allora adesso sì, ci potrei riprovare. In giro non si vedono più molte battone dopo il pugno di ferro adottato dalla giunta Alemanno contro la prostituzione nelle strade, ma qualche dinosaura in via di estinzione a cui far passare una serata diversa da quella che si aspetta la troverei ancora e stavolta non ci sarebbero goffaggini, fraintendimenti, zone d’ombra lasciate in sospeso davanti a un punto interrogativo, e non ci sarebbero perché oggi più che mai non ho crediti da riscuotere trasversalmente presso persone che non mi devono nulla, né assegni da versare sul rosso scoperto della vita, non ho case diroccate interiori infestate di fantasmi né nutro aspettative più lontane dei miei orizzonti, sono pulito e chiaro con me stesso e con gli altri, non pretendo e non ricevo, sono a posto così, per cui la troverei e la porterei in un ristorante che non fosse né chic né popolare, uno di quei locali puliti e eleganti senza eccesso dove si sta tranquilli e si mangia bene, lascerei a lei condurre il gioco del conversario perché si sa che le donne sono delle chiacchierone e amano raccontarsi e poi io sono un grande ascoltatore (o meglio lo ero, perché è da un pezzo ormai che ho appeso le orecchie al chiodo, ma per lei farei un’eccezione), e se si materializzasse un venditore di rose ne acquisterei una per cortesia nei confronti del venditore e la riporrei in un portafiori per abbellire il quadretto ma non gliela regalerei né mi spingerei a farle il baciamano perché l’una e l’altra cosa mi sembrerebbero forme di autocompiacimento, un modo come un altro per metterla al servizio del mio narcisismo, per lo stesso motivo le verserei il vino ma non le accenderei da fumare, le appenderei il soprabito al portapanni ma non le assesterei la sedia sotto il culo, la metterei a suo agio pur dandole del Lei come si deve alle vere signore, emanerei quel tanto di caldo interesse che la facesse sentire accettata come persona, lusingata come donna e non contemplata come animale da monta, sarei dolce ma non melenso, spiritoso ma non salace, virile senza la minima affettazione, sarei perfetto, non potrebbe pensare neanche lontanamente che io possa essere, a scelta: un impotente, un nuovo tipo di pervertito che si eccita offrendo cene alle prostitute, un poliziotto in cerca di informazioni, un disperato al capolinea della propria solitudine, un redentore, un samaritano, uno che vuole fare lo splendido sulla pelle degli altri, una giovane marmotta; sarei così naturale e misurato che potrebbe soltanto pensare che sono lì perché ho voglia di trascorrere la serata con una persona che non conosco parlando affabilmente e stop. Ma se a fronte di un tale spiegamento di equilibrio dei modi e del carattere vedessi affiorare sulle sue labbra una piega di sarcasmo per il fatto che non mi comporto come gli altri, se notassi uno sguardo di sufficienza o di compassione per la mia complicità senza secondi fini, se avesse uno di quegli scatti bruschi, di insofferenza, che solitamente hanno le vittime con chi si permette di tendere loro un po’ di calore umano salvo poi leccare e baciare le mani che le gonfiano di botte, non avrei alcun dubbio sul da farsi. Senza batter ciglio mi alzerei dal tavolo, adducendo la scusa della toilette, infilerei felpatamente l’uscita senza farmi notare, e me la darei a gambe di gran carriera senza nemmeno riaccompagnarla sul posto di rimorchio. E il conto, ovviamente, sarebbe suo. Nicola Ferro.