Archivio Mensile: novembre 2009

Non ci sono più i ristoranti di una volta

30.11.2009  Disdetta di un incontro di lavoro presso la Mondadori. Non verrò a pranzo, primo perché sono deturpato da un herpes da indigestione di aringa al curry e mandorle caramellate, secondo perché mi sento una figalessa senza brio in generale, terzo perché, ora che si sa che la mafia detiene solo il 20% della Fininvest, il ristorante di Segrate non garantisce più il glamour all’altezza. E baci. Aldo Busi

Alice nel paese di Busi

Pubblichiamo oggi, 30 novembre 2009, un’intervista a Busi a cura di Mario Cervio Gualersi originariamente apparsa sulla rivista Babilonia, n. 75, febbraio 1990, pagg. 30/31.

**

Aldo Busi  è al Teatro delle Erbe di Milano per presentare e recitare la sua traduzione della celebre opera di Lewis Carroll. Ne approfittiamo per chiedere alcuni pareri sul bizzarro “libro per bambini” e sulla pedofilia.

di Mario Cervio Gualersi

“Ah, felice colui che possiede la gioia più dolce,/ l’amore sincero di una bambina”. Questo il pensiero di Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, l’autore del celeberrimo Alice nel paese delle meraviglie, diacono e lettore di matematica in un prestigioso collegio dell’Inghilterra del secolo scorso. Ben nota era la sua passione per le bambine: sapeva come abbordarle con affascinanti giochi ed indovinelli e si premurava di fare la conoscenza dei loro genitori, ottenendone il permesso di portarle a spasso e di farle divertire nella sua stanza del college di Oxford, fotografandole in costume o addirittura nude. Benché pochi fossero i genitori che trovavano qualcosa di disdicevole in questo comportamento, i pettegolezzi non lo risparmiarono. A Carroll si deve comunque riconoscere che i resoconti che le ragazzine, una volta cresciute, hanno fornito circa il rapporto d’amicizia che le legava allo scrittore, fanno pensare ad esperienze positive e gioiose, come se si fosse creato un felice connubio fra energie e pulsioni sessuali, sensibilità e tenerezza. Proprio per una delle sue piccole amiche, Alice Liddel, Carroll scrisse nel 1895 “Alice’s Adventures in Wonderland”, diventato, probabilmente a torto, un classico della letteratura per l’infanzia. Lo scorso anno il più celebre dei nostri giovani scrittori, Aldo Busi, della cui opera Babilonia ha spesso parlato, ha pensato di cimentarsi in una traduzione innovativa e stilisticamente personale del testo inglese. Il successo del libro, magistralmente illustrato da Barry Moser, è stato tale che Mondadori propone allora la pubblicazione di “Alice” in edizione tascabile, corredata da due cassette incise dallo scrittore, ormai avvezzo ad usare anche l’espressione musicale, con la collaborazione della brava Jacqueline Perrotin. Per presentare l’iniziativa, la casa editrice ha organizzato una serata al Teatro delle Erbe di Milano, in cui Busi ha letto da fine dicitore e, accompagnato al piano dalla Perrotin, ha cantato con piglio professionale una serie di brani tratti dal libro. Hanno così preso forma e voce il Cappellaio Matto, la Regina di Cuori e, ovviamente, la stessa Alice. Il risultato? Certo molto piacevole e divertente, con la conferma che “Alice non è un libro per bambini… non è un libro per adulti… ma un libro per adulti stufi di crescere per niente”, come afferma Busi nella prefazione alla nuova edizione. Nel modulare falsetti e toni bassi, lo scrittore ci riportava al miglior Paolo Poli, mentre gli occasionali ammiccamenti e divagazioni dell’attualità con qualche battuta “velenosa”, ci facevano pensare alla insuperata scuola di Dario Fo (Busi ci concederà questi accostamenti o li marchierà come blasfemi?). La sua tenuta della scena è stata unanimemente apprezzata ed applaudita; alla fine dello spettacolo, sul palcoscenico ormai in penombra, gli abbiamo rivolto qualche domanda. Lui, ancora fasciato dall’abito di scena, uno smoking perfetto, si è concesso, con qualche ritrosia, alla curiosità del cronista.

Domanda: C’era una volta un ragazzino timido ed impacciato che lavorava al bar Pinguino a Milano, come ci racconta Piero Bartolucci nella prefazione all’ultima edizione di “Seminario sulla gioventù”. Questa sera c’è Aldo Busi su di un palcoscenico, sotto la luce dei riflettori. Che cosa è rimasto di quel ragazzino?

Risposta: In effetti sono rimasto un ragazzo da marciapiede, perché allora andavo in giro con vassoi, portando gelato e coppe; adesso sono qui: si tratta solo di una disciplina contro la timidezza. Visto che io odio i timidi, ho odiato profondamente me stesso, perché ritengo che la timidezza sia una vanità imperdonabile.

D: Può chiarire quest’affermazione?

R: Uno è timido e si aspetta sempre che qualcuno arrivi e lo possa trovare così interessante da dirgli “oh, come sei timido…”. Io ho adottato la tracotanza, la superbia e la sfacciataggine, anche se ora sono cose superate in me; le ho adottate come rimedio a quella estrema vanità del considerarsi timido.

D: Con quale personaggio si identifica in “Alice nel paese delle meraviglie”?

R: Diciamo che Alice ha avuto il grande pregio di aver avuto una educazione così sbagliata da avere tutto un futuro per porvi rimedio, quindi ha un sacco di cose belle da fare per se stessa, può intervenire a man bassa sul suo carattere. È una cosa importante per chiunque: essere stati costruiti così male e rendersene conto, sconvolgendosi la vita.

D: Con qualche eccezione, nei suoi libri non troviamo molti personaggi infantili: qual è il suo atteggiamento nei confronti dei bambini?

R: Credo di essere una perfetta puericultrice, intorno a loro stendo un cordone sanitario: sono sacri e intoccabili. Però se stanno con me, devono essere anche molto svegli. Io da bambino sono stato un corruttore di adulti, quindi conosco tutti i pro e i contro.

D: Di conseguenza, qual è il suo atteggiamento sulla pedofilia, in questi giorni [metà novembre 1989, NdR] tornata drammaticamente agli onori della cronaca?

R: C’è pedofilia e pedofilia, secondo me. C’è una pedofilia da parte del maschio sulla femmina, che è una cosa, ed è un po’ più grave; poi c’è la pedofilia del maschio adulto sul bambino maschio, e qui il discorso si fa impegnativo. Bisognerebbe parlare di mafia e pedofilia, di droga e pedofilia, di riciclaggio di denaro sporco e pedofilia. Prendiamo i fatti di Torino: si tratta di una pedofilia molto strana, quasi di tipo commerciale. E poi i colpevoli sono solo quei pedofili o anche un po’ i genitori? Sappiamo che i ragazzini di otto, nove anni del sud vengono mandati in giro a smerciare la droga. Non è anche questa una forma di pedofilia?

D: È dunque una condanna la sua?

R: Non so. Da bambino e da ragazzo ho avuto un sacco di rapporti sessuali con uomini adulti e la cosa non mi ha mai sconcertato; piuttosto ha concertato loro. Nessuno faceva in tempo a cadere in tentazione con me, perché l’avevo già sedotto. Penso sia grave soprattutto la pedofilia nei confronti delle bambine, perché credo che il maschietto riesca in qualche modo a farlo rientrare nel senso del gioco. Pensi ad esempio a quel ragazzino di quattordici che denunzia degli anziani ambulanti dopo quattro anni che è entrato nel giro. Crede che lo faccia per moralismo? E crede che i suoi genitori andranno fino in fondo al processo? Come in altri mille casi, si offrirà loro del denaro e ritireranno la denuncia. Anche questa è commercializzazione del bambino. Prima di considerare il pedofilo come unico colpevole, pensiamo che lui è solo una pedina di un giro tutto di criminali; non è il solo: esiste un cerchio vizioso, di cui lui è solo uno dei piccolissimi motori.

D: Dando un’interpretazione psicanalitica del testo, molti sostengono che Alice sia un’opera carica di simbologia sessuale. È d’accordo?

R: No, l’ho detto anche nella mia prefazione: un’interpretazione vale un’altra. Questo è un libro talmente perfetto che ognuno se lo può voltare a proprio piacimento, secondo il proprio passato-presente o presente-passato. Mi sta benissimo la psicanalisi come scuola, come poetica, ma non penso sia “la scuola” o il metro critico e di interpretazione dell’uomo moderno. Mi sta bene quanto altre cose, ad esempio lo strutturalismo. Bisogna avere integrato tutto e allo stesso tempo dimenticato tutto; non si deve restare fossilizzati.

D: Pensa che l’esser diventato un personaggio pubblico, a volte provocatorio, lo scegliere la televisione quale veicolo di informazione, l’aiuti a farsi conoscere e a vendere più libri sul mercato?

R: No, questo non lo credo. Non lo credo più, penso di non averlo mai creduto, perché innanzitutto non sono un personaggio pubblico, come di solito viene inteso: non sono una persona tranquillizzante. Non sono qualcuno che possa convogliare più di tanta gente a comprare i miei libri, perché sono opere di letteratura, non sono libri fatti al momento per esser venduti solo in una stagione.

C’è una contraddizione nell’andare al Maurizio Costanzo Show e presentare un libro, ad esempio, come “La Delfina Bizantina” che è una scrittura in chiave italiana dell’”Ulisse” di Joyce. Pensi alla povera disgraziata di spettatrice che è abituata a comprare libri della direttrice di Annabella o quelli di Sgarbi… Non può che rimanere disorientata.

D: E allora come spiega il suo successo di vendita?

R: Il mio è un successo molto relativo. Ho molto più successo di quanto non testimonino le vendite dei miei libri. Ci sono dati impressionanti circa i prestiti delle mie opere: so che prima di decidersi a comprarli, la gente le prova un po’ tutte… compreso il rubarli o il leggerli in biblioteche dopo attese lunghissime. Sono tutti diritti che non arrivano a me: è molto ingiusto.

Lo Stato dovrebbe riconoscere la perdita di diritto d’autore, come succede nel mondo anglosassone. Se gli altri vogliono farsi una cultura a spese mie, sbagliano. D’altronde, non so se dipende da un fatto di avidità personale, ma siamo legati a un filo così mercificato in tutto, che chi non paga, pensa che la merce non abbia valore: questa è la vera tragedia. Per questo sono contrario a regalare i miei libri: perché poi possono trasformarsi in cioccolatini velenosi: magari uno ci crepa.

Le luci del palcoscenico si abbassano ulteriormente. Al grido di “Caballè Caballè si fredda soufflé” gli amici lo reclamano per la cena; lui si congeda, eludendo diplomaticamente l’ultima domanda, e s’infila tra le quinte con un’uscita degna di una star. Arrivederci Busi.

Il fratello Materassi

Pubblichiamo oggi, 26 novembre, una recensione del libro “Coprilfuoco”, di Danilo Donati, a cura di Aldo Busi, originariamente apparsa sulla rivista Babilonia, n. 202, settembre 2001, pagine 42-43.

**

Visto che sono uno Scrittore, non sono e non sarò mai un critico letterario. Soprattutto non sarò mai uno dei tanti scrittorini che prezzemolano i fogli letterari delle loro recensioni altisonanti, dotte, moralizzanti e spesso dense di livore per romanzi altrui specialmente se, coinvolgenti per divertimento e commozione, il loro ultimo pensiero è di entrare nella storia della letteratura. “Coprilfuoco” di Danilo Donati è divertente e commovente, ti prende e ti attanaglia fino all’ultima riga.

Possiamo dare per scontato che per divertire me i salti mortali della struttura e del dominio stilistico devono essere ben scanditi e andati (dall’incipit) a buon fine? che altrimenti sto in uno stato di apprensione tale che non mi permetterebbe di abbandonarmi al piacere della lettura, col risultato di chiudere alla quinta pagina un libro cialtronesco e pretenzioso e irrisolto (all’interno del suo canone, non del mio di Scrittore: io non trovo nei libri altrui quello che c’è o non c’è di mio, colgo quello che c’è o non c’è di loro)? Diamolo, o qui si fa notte. Io sono un grado di recensire un romanzo (su un giornale, si badi, poiché su un quaderno universitario lo farei in tutt’altro modo) come nessun critico potrebbe mai: con quell’emotività spericolata con la quale vorrei venisse recensito un romanzo mio. Con il coraggio di quell’energia superficiale propria di colui che può permettersi di essere grato a ogni romanzo che si è lasciato leggere fino in fondo, con quel permettere agli umori, volgari, di me lettore di trasparire in tutta la loro vergognosa ingenuità per toccare l’eventuale lettore laddove è più sensibile e ostile: nel portafoglio. Se lo faccio correre in libreria, ho vinto, se no pazienza; ma se ci corre grazie a me, poi il libro spetta a lui/lei leggerlo, io non posso e non voglio e non devo riassumerglielo che per vie traverse.

Le vie traverse di “Coprilfuoco”, del due volte premio Oscar per i costumi Danilo Donati, sono presto dette: in via dell’Oriolo a Firenze, 1943, nell’anno della liberazione dai tedeschi e di fine della guerra, una confraternita di invertiti effeminati crea una catena di san Antonio per nutrire un giovane italo-americano scappato da un campo di prigionia e, attraverso di lui, “salvare la bellezza”, cioè il vero maschio suscitatore di desideri felicemente contro natura. Normalmente, per quanto di mussoliniano e di staliniano sottintende ideologicamente nell’assegnazione dei ruoli sociali fra maschi etero e maschi omo (qui tutte checche isteriche), un romanzo così non avrebbe ragione di restare sotto i miei occhi che il tempo necessario per prenderlo e buttarlo nell’immondizia, ma così non è stato: intanto perché Donati, classe 1926, scrive questo suo primo romanzo senza alcun sdilinquimento nostalgico verso alcun bel e migliore tempo che fu, poi perché sembra di leggere il più prezioso e impossibile degli inediti della prima metà del Novecento: il seguito, finalmente gay a tutta birra, delle Sorelle Materassi di Palazzeschi. La ricostruzione del mercato nero, dei bombardamenti, delle rappresaglie, delle atrocità, la stessa ricostruzione delle macerie di Firenze – di cui pochi ormai sanno che venne quasi rasa al suolo Oltrarno e i cui monumenti maggiori all’interno furono gravemente danneggiati – è a dir poco impressionante, come il lessico, filologicamente prezioso e musicalmente inaudito, della vita materiale legata alle colture, agli arredi, ai cibi, agli utensili, alle stoffe, ai vestiti, ai proverbi stessi in uso allora. Miniera di situazioni storico-etimologiche popolane, direi etniche, pressoché inesauribile e in gran parte vergine per il lettore di opere contemporanee, “Coprilfuoco” è un romanzo scritto con grande cura del dettaglio cittadino, geografico, linguistico, senza che mai il gusto per l’aneddotica e la macchietta prevalga sul disegno organico del testo, piuttosto tragico e comico ma senza indulgere nella commedia dell’arte sui diversi. Qui sono tutti uguali, poiché la fame nera causata dalla guerra accomuna tutti nell’uguaglianza paradossale di sopravvivere, e di far vivere, a ogni costo identità per identità ognuna col suo sogno, spesso ottuso ma battagliero, di felicità fra i denti. Ci sono personaggi ben distinti per carattere, cultura, idioletto in questa smagrita Sodoma di provincia con la tessera del pane e l’occhio ai militari che entrano all’Apollo o al Nazionale a vedere le ballerine dell’avanspettacolo; non ci sono, non a lungo, tipi da commedia dell’arte la cui maschera non venga strappata brutalmente dalla necessità di sfuggire la morte, anche uccidendo. Il progetto letterario di Donati è più ambizioso, Donati vuole scrivere un romanzo, non vuole solo ricordare, e ci riesce con onesta, e brillante, maestria. “Coprilfuoco” è un’operetta allegra, acida, di tragicità scanzonata, di resistenza, di amicizia, di solidarietà, di invidia e di gelosia fra primedonne di melodramma (ma in quanto volontà di rappresentazione di Donati, non perché gli sfugga il controllo della pagina) e anche di dolente e luttuoso amore, una piccola storia di uomini che si appellano al femminile (ovvero di ardite con le palle quant’altri arditi mai) all’interno della grande e meschina Storia, onnivora di ogni memoria dei sentimenti che non siano licitati all’interno del suo codice, militare per eccellenza.

Certo, resta da chiedersi che fine avrebbero fatto fare al fuggiasco italo-americano queste gloriose Falsaclara, Giovanna, la Primavera, Marlene, la Biritullera, la Cinciallegra se invece di essere bello e giovane come il Davide fosse stato vecchio e gobbo come un Falstaff.

Aldo Busi

Non avrò altro dio fuori di me

Pubblichiamo oggi, 23 novembre 2009, un’intervista a Aldo Busi a cura di Ivan Teobaldelli originariamente apparsa su Babilonia n. 56, maggio 1988, a pagine 12, 13 e 14.

**

Gli “abusi” di Aldo Busi stanno diventando leggenda e nutrono i cosiddetti mass-media ricevendone il massimo dell’amplificazione. Non si registrava da tempo tanto parlare attorno ai libri ed ai gesti d’uno scrittore che in quattro anni si è imposto in patria e all’estero con rabbiosa fecondità (quattro romanzi tradotti in decine di lingue) e con livelli di vendita impensabili. Un fenomeno che nessun ufficio-stampa avrebbe mai potuto costruire e che nemmeno le provocazioni d’ostentata omosessualità, i giudici impietosi sui “colleghi”, il gusto della polemica, riescono esaurientemente a spiegare.

Ecco “il ritratto dell’autore” in una mite serata di marzo, a Milano, davanti a fave fresche e carciofi ripieni, generosamente disposto a insaporire la conversazione di aneddoti, scazzi e ribalderie.

Domanda: Con “Sodomie in corpo 11” sei primo in classifica nelle vendite. Non si può negare che riesci a scrivere e soprattutto a farti comprare e leggere…

Risposta: È vero. Sono profeta in patria e lascio ad altri la carta del vittimismo (è troppo facile credere di essere un genio semplicemente perché non si vendono i propri libri. Io trovo immorale che un libro non riesca nemmeno a pagarsi le spese di stampa). Io scrivo quello che voglio, non sono censurato né manipolato da editori, partiti, clan mafiosi letterari. Scrivo per urgenza, per necessità interna e la mia ambizione è di fare opere di letteratura al massimo livello dell’arte. Per questo gioco la mia immagine di uomo pubblico, perché il macellaio, la commessa, coartati dalla mia apparizione televisiva, si sentano costretti ad andare a comprare il libro. Preferisco che lo legga una parrucchiera, magari col vocabolario in mano perché abituata a Rakam o, a Grand Hotel, che Geno Pampaloni o qualsiasi altro addetto ai lavori. Io non disprezzo questi lettori come continua a fare quell’imbecille di Bene che chiama parvenus i suoi spettatori, e sono contento di aver strappato una fetta di mercato ai signorotti della letteratura come Sciascia e Moravia. Si sta formando una nuova coscienza di lettore. Chi legge i miei libri non può accontentarsi di Del Giudice o Tabucchi o Castellaneta o Kundera…

D: Ogni mezzo quindi è lecito…

R: Il mio atteggiamento propagandistico è incanalato a far sì che la gente si senta in colpa se non ha comprato e letto Aldo Busi. Io non provoco mai a casaccio. Ho sempre concepito la vita come diretta preparazione, come rappresentazione di me. È sempre stata una concertazione. In TV, ad esempio, quello che negli altri è istinto, volgarità istantanea, in me diventa calcolo. Io sono programmaticamente volgare e dimostro che posso essere cento volte più volgare di loro. C’è sempre in me questa volontà di potenza, diretta alla trivialità della vita. Io sono profondamente volgare (dal volgo), vernacolare. È falsa la convenzione che lo scrittore debba essere una professione borghese, che si possa scrivere nei ritagli di tempo, magari facendosi mantenere da un altro lavoro o da qualche musa ispiratrice… io ho scritto anche nella totale indigenza, durante la malattia, quando facevo le stagioni al mare, in scantinati dove si dormiva in trenta e c’era odore di merda e di stracchino e di bucce d’arancio buttate sulla piastra della stufa… io rappresento la speranza anche per l’ultimo dei disgraziati, perché se ce l’ho fatta io, che sono stato un mitomane, che ero così infelice, non sapendo che fare, mi facevo ogni tanto ricoverare negli ospedali, inventandomi delle malattie che poi arrivavano… uno come me era votato al manicomio (ora neanche quello, sarei per strada a prendere gli autobus con la sportina in mano, come le matte) oppure al suicidio. E poi fino a trent’anni a caccia di sesso; vivevo in funzione dell’eiaculazione allora (“Sodomie” è un sogno, non succederà più, non ritornerà mai più). Io ho scavato un’estetica della costrizione odiando tutto ciò che è emarginazione, detestando l’etichetta del poeta maledetto, del teppista. Mi sono inventato una diseducazione programmatica per essere fuori dai solchi tradizionali, dalle forme convenzionali dell’essere cittadino e intellettuale. L’ipocrisia degli altri mi esclude. La loro banalità non mi sta bene. Allora io le rifondo a mia immagine e somiglianza, le rivoluziono. Per questo mi reputo un individuo per bene: sono leale, onesto, non ho doppia vita né faccio doppi giochi. Di me ci si può fidare; sono puntuale nel lavoro, dico le cose in faccia e se sono gravi le dico soprattutto quando c’è molta gente per rendere impossibile la vendetta…

D: Come ad esempio a “Mixer cultura”.

R: Anche quello era un casino programmato. Intanto le condizioni: Minoli e Bagnasco (Arnaldo, conduttore televisivo, n.d.r.) che mi hanno garantito due milioni e mezzo sull’unghia e il posto di protagonista (altro che gettone di presenza e mesi d’attesa per il pagamento da parte della Rai!). Entro dopo dieci minuti di trasmissione, e subito è il patatrac. Bellezza si accorge di essere lì a fare tappezzeria, Almansi (Guido, critico letterario, NdR)… gli devo essere grato per tutta la pubblicità che mi fa… nasce una ribellione corale.

Io sono molto grato a costoro di essere caduti nella mia trappolina… perché è molto facile dimostrarsi raffinati e saputelli (io i riflessi li ho fin troppo pronti e calcolo anche la battuta infelice, che è indispensabile per non far mancare il ritmo), così dopo il mio discorso molto lucido su omosessualità e letteratura, accolto in religioso silenzio, Bellezza spara a freddo, dà del cretino a Leonardo Mondadori che ha l’unico difetto d’avergli pubblicato e tutti quanti tirano fuori la loro dose di piccineria e d’invidia, di frustrazione… con un’evidenza di cui sono stato molto soddisfatto. La trasmissione era tutta una volponaggine, preregistrata tre settimane prima… dovevi vedere alla fine della puntata, Minoli e Bagnasco facevano i salti alti così. Ora sui giornali fingono di fare i pentiti… ma in quale altro modo avrebbero triplicato la audience? L’ho visto dall’andamento delle vendite in libreria di “Sodomie”.

D: In quest’ultimo libro tu racconti l’erotismo diffuso tra gli uomini, come si guardano, si toccano. Ma senza ingentilire niente e ti concedi ai brutti, ai vecchi…

R: Nella vita non esistono solo i carini e gli istruiti. Quello che veramente vale la pena di vivere è la scoperta della bellezza dei brutti e degli stupidi. E dei volgari. Bisogna uscire dai cliché della bellezza greca, sublime… Tutto sommato sono rare le persone che rifiuto sessualmente. Quando mi infilo in un cesso con un partner, io lascio la porta socchiusa, anche se poi vedo lo smarrimento dell’altro se entra dentro un tipo alto un metro e venti… Per lo scrittore, non avere complessi di colpa è ancora più importante, perché deve essere libero di fronte alla scelta delle parole nella loro totalità. Se ne rifiuta alcune, non potrà mai giocare sui complessi di colpa dei personaggi. Io ho deciso che Dio non è quello che ha fatto il creato o ha stabilito il bene e il male. La Divinità è non avere sensi di colpa.

D: Purtroppo non è l’epoca giusta per vivere spudoratamente senza sensi di colpa, senza paure, con giocosità.

R: È vero. È finito il tempo in cui il ghetto era una grande possibilità. Oggi se vado in una discoteca gay, non sono mica tranquillo. In giro c’è gente pazza, butta le bombe, ammazza. Si rischia molto ad incontrare altre persone. In treno una ragazza, appena mi ha visto, si è seduta accanto. L’ho vista tirare un sospiro di sollievo in quel vagone completamente deserto. Di questa situazione sono dispiaciuto soprattutto per i giovani. I miei ottomila/novemila uomini, ormai, dalla vita non me li toglie nessuno. Se ripenso alla mia giovinezza a Parigi, coi bagni turchi che risalivano al barone Charlus, con uomini di tutti i ceti e le razze, dove l’ammucchiata rifluiva da un angolo all’altro, lambiva le docce, s’infilava nello sgabuzzino dove c’era una specie di melmetta sopra i muri che scivolava con te… e i ballerini che mi sono fatto, che begli uomini… ora davvero si scopa solo attraverso il preservativo e su dieci eiaculazioni otto me le procuro masturbandomi, cosa che a quarant’anni è una fatica boia… Sono tornato da poco dal Brasile. A Rio, città vitaiola e scatenata, i viados si sono uniti ai mendicanti. Li vedi in giro con le tette, la barba lunga, non lavorano più, sono diventati barboni. Li cacciano dalle favelas e uno squadrone della morte ogni settimana ne ammazza qualcuno. Tra Aids e miseria è diventato un pogrom.

D: Sei al corrente di questa guerra notturna tra i trans milanesi e i viados?

R: Sì, è una guerra tra poveri, è una questione di soldi che crea delle false moralità. Come in carcere, dove tutti sono delinquenti ma bisogna che uno sia peggio di tutti per essere considerato il colpevole.

Io credo che un sesso equivale a un altro sesso, un corpo all’altro. Mi è molto difficile mettermi nella situazione di chi rifiuta il suo corpo e ne desidera un altro. Non è il corpo che va cambiato per adeguarlo alla mente ma il contrario. Io sono un igienista e credo che non esiste qualcosa di meglio di quello che già è. Sottoporsi a un intervento di cambiamento vuol dire essere vittima e plagiati da un’idea di perfezione, di forma perfetta che esiste solo nella mitomania collettiva, nei giornali di moda, nelle false educazioni. La possibilità di giocare coi generi, maschile e femminile, all’interno della propria psiche è così sconfinata… che importanza ha se hai due tette e un cazzo? E poi gli uomini che vanno coi travestiti non sono abbastanza uomini da andare con un altro uomo. Lo sono a metà. È ridicolo immaginare un transessuale, che aspira alla donnità, andare poi con uno più checca di lui… Comunque io non voglio togliere a nessuno le sue chimere. Io preferisco l’azzeramento del genere, assumersi la banalità del proprio stato sessuale, così com’è. In me non scatta nemmeno il meccanismo dell’attivo/passivo, non c’è neppure l’aspirazione al maschio ideale. Io sono omosessuale perché odio gli uomini e non sono disposto a niente per un uomo. Su un piano di parità ammetto un certo gioco di riflessi, ma se mi dicono, mettiti così, fai questo, mi stufo subito perché odio i mitomani, i feticisti… Quello che per un momento mi lega a un uomo è l’immediatezza di arrivare a uno scambio meccanico libero da ogni sovrastruttura psichica. Io sono fiscale anche nel sesso. Non sono in giro a fare servizi e mentre sono capace di trasporti incredibili con la persona gentile, sono molto riservato con chi pretende da me delle proiezioni del suo senso di colpa.

D: Hai vissuto nella tua vita storie di coppia? ne vorresti avere qualcuna?

R: Per carità! Sono state sempre traumatiche, ho sempre incontrato uomini stupidi, meschini. Io non ho rapporti di conoscenza con gli uomini, solo rapporti sessuali.

Potrei stare insieme ad uno, solo se ha la sua casa, il suo lavoro e preferibilmente vive in un’altra città. Io non riesco ad avere trip erotici durevoli: mi affeziono e divento padre, zia, sorella e il sesso scompare. È una tragedia per l’altro. Comunque ho incontrato nella mia strada solo cretini e persone indegne, mentre ho trovato grandi amanti sul greto del fiume, dietro a un cespuglio.

D: A proposito di padri e sorelle… che rapporto hai con la famiglia?

R: Mio padre è morto nell’83. È stato meglio per lui morire prima del mio trionfo… era così invidioso delle mie capacità dialettiche, sono stato l’unico in famiglia a sfidarlo, lui grande grosso fascista… sei mesi prima di morire m’ha minacciato di uccidermi, con una scure… io mi sono difeso con una sedia. Fino a diciotto anni tutte le occasioni erano buone per pestarmi, finché non gli ho dato un pugno. Che orrore di padre! Chissà perché? Mi dispiace. Forse, se non avessi avuto un padre così, avrei avuto un rapporto più bello anche con gli uomini, non avrei portato tanto odio nei miei rapporti omosessuali. Con mia madre, viviamo insieme ma parliamo poco di quello che mi succede. Lei è analfabeta, non legge neanche i miei libri, ma mi sembra più tranquilla ora, che sa di avere un figlio celebre.

D: Ricordi quale è stato il primo libro letto sull’omosessualità…

R: Credo “La porta stretta” di Gide, e poi i classici “Il ritratto di Dorian Gray”, “Le amicizie particolari” di Peyrefitte (con quell’ambientazione però così borghese che me l’ha fatto un po’ detestare, come il “Maurice” di Forster: figurati se il guardia-caccia ed il rampollo dell’alta borghesia riescono a perdere i loro pregiudizi per stare insieme…). Non amo Kavafis, è troppo mellifluo e sentimentale e poi detesto i vecchi che esaltano i ragazzini senza vedere la miseria della marchetta, della baracca…

D: Ma se abitava sopra un bordello e li pagava, li inseguiva nelle osterie…

R: Detesto l’elegia, quel tu che appena individuo come un referente personale all’interno di una poesia mi fa smettere di leggerla. E poi adopera temi così smaccatamente omosessuali che mi ricordano quelli dell’evaso, del delinquente di Genet, di cui, io, mai avrei pubblicato una riga… perché mi stanno sul cazzo tutte queste mitizzazioni del maschio. Per me i poeti sono Emily Dickinson, Byron, Milton… mentre detesto ferocemente i racconti, la poesia di Roboni, Porta, Cucchi…

D: Che rapporti stabilisci coi tuoi lettori?

R: Ce ne sono almeno quindici con cui ho una fitta corrispondenza, ma mi rifiuto di vederli. Solo un ragazzo… è una storia che merita d’essere raccontata.

Si fa vivo per telefono: è uno studente di una città del Veneto che si vuole laureare con una tesi su Aldo Busi. “Si arrangi. La faccia, ma io non voglio vederla perché lei non può trovare in me qualcosa che non ha già trovato nei miei libri” rispondo molto formalmente.

Poi mi convinco ad un appuntamento. Alla stazione di Desenzano; ho solo tre quarti d’ora di tempo. Mi si presenta un gigante alto come questa porta, tipo sciatore, un po’ di barba, le efelidi, con un sorriso… sai come sono belli gli uomini che sanno sorridere… radioso. Aveva letto tutti i miei libri: ne parliamo, è impacciato e molto timido. Il tempo passa, il pomeriggio vola, arrivano le 19.00. Ancora chiacchiere e decido di invitarlo a cena.

“Diamoci del tu!”; lui non ci riesce.

Lo scarrozzo in giro in macchina, e mentre cambio marcia gli sfioro la mano, gliela prendo, lui stringe con forza e non me la molla più. Gli passo allora un braccio sopra la spalla, lui continua a sorridermi, accosto la bocca e lo bacio. Lui subisce, io ho una lingua perforante che va dappertutto, cavità, gengive, carie, gola, s’infila su per le orecchie… lui ha il respiro un po’ affannato. Allora per sdrammatizzare, per dimostrare che non ripudio i luoghi della disperazione canonizzata, lo porto al Carnaby (è una discoteca gay e potrebbe sembrare lo sbaglio più grosso che possa fare quando tutto è a portata di mano), invece lui si comporta molto bene, non sfotte l’ambiente, continua a sorridere. Allora lo porto fuori in camporella, mano nella mano, in un bello spiazzo, mi sdraio, tiro fuori l’uccello, glielo metto in mano (ha dei movimenti impacciati). Faccio lo stesso col suo che non gli tira, gli prendo la testa tra le mani, l’abbasso e me lo faccio succhiare.

Dopo un po’ in cui lui continua a non provare reazione, lo giro, gli sfilo i pantaloni (lui lascia fare), gli lecco il buco del culo, lo metto sopra la panchina di pietra e comincio a penetrarlo piano piano. Lui fa smorfie tremende e nel momento in cui affondo e comincio a muovermi, lancia un grido e fa: “Sa, mi scusi, ma io non sono omosessuale!!!”. Poveretto, non l’aveva mai fatto e nemmeno l’aveva desiderato. Così, da gentiluomo, non mi restò che tirarglielo fuori e interrompere immediatamente.

E bravo Busi! La délicatesse provoca uno scoppio di grande ilarità. È l’ultimo bicchiere di Teroldego: l’aspetta il treno per Parigi, ci sono le sfilate di moda viste attraverso i tic e il grottesco degli spettatori. Mentre rigiro il nastro che ha catturato la chiacchierata, apro “Sodomie” e rileggo:

“Io di me scrittore sapevo confusamente solo una cosa: non volevo, no e poi no, diventare uno scrittore omosessuale, ma, come dire, uno scrittore vero, cioè uno scrittore. È possibile, in retrospettiva, azzardare che mi sono risolto a vivere la mia omosessualità in pompa magna e con grancassa proprio per evitare l’errore di farne il tema, la tesi souhaitable della mia letteratura, il che è stato anche un tributo di grande rispetto per la mia omosessualità reale. Non si può delegare il buco del culo a nient’altro che a sé stesso: liberandolo nella vita e sciogliendolo dalla parola affinché si divertisse in pure imprese di sé, non l’ho condensato in una griglia linguistica per riscattarne l’invivibilità che non c’è stata. Come premio mi sono ritrovato finalmente faccia a faccia con il tema per eccellenza della lingua: la lingua.”

Racconti d’estate – La giovinezza

Pubblichiamo oggi, 19 novembre 2009, un’intervista a Busi a cura di Curzio Maltese, originariamente apparsa su La Stampa, il 25 agosto 1995, a pagina 15.

**

Racconti d’estate – La giovinezza

In un “Paese senza passato né futuro”, le delusioni dello scrittore Busi: “Ragazzi, arrangiatevi”

USCIO (Genova) DAL NOSTRO INVIATO

“Parlare dei giovani è come parlare di Dio. Un tema troppo generico. Chi ne scrive di solito non li frequenta. Goldoni, Alberoni, Barbiellini e l’italoamericano lì, Riotta. No, per carità. Io i giovani li evito proprio, ho un po’ paura. A Montichiari, sotto casa mia, ce n’è un branco che ogni notte bivacca davanti a un baracchino, gli occhi sbarrati nel vuoto. Io giro al largo. Temo di venir scambiato per un gigantesco hot dog e divorato. Per cannibalismo, per noia. Perché gli sembro strano, così solo, diverso: più uomo. Senza contare che gli hot dog con la salsina, a quell’ora, danno le allucinazioni”.

Nell’estate delle rivoluzioni da discoteca, l’autore di Seminario sulla gioventù soggiorna in una specie di sanatorio extra lusso della Liguria, a distanza di sicurezza dalle coste. “Un posto per vecchietti”, sorride. Il “più grande scrittore italiano, anzi l’unico con Boccaccio” accetta con qualche resistenza di “parlare dei giovani”, esercizio passato di moda da un decennio. Da quando le nuove generazioni si sono rassegnate a non voler cambiare il mondo e a volte neppure a uscire di casa per conoscerlo. Il guardonismo dei media ha nel frattempo trovato altri oggetti di desiderio: i politici denudati, la vita privata delle star televisive. “Vivo una castità di ritorno”. I giovani non fanno più notizia, a meno che non squartino babbo e mamma o non lascino cadere massi sulla Milano-Venezia. A settembre, alla ripresa della stagione teatrale pubblica, gli studenti torneranno alle meste, inutili occupazioni di fatiscenti licei e istituti superiori. Un modo come un altro per passare il tempo. “Sono così noiosi, poverini, questi delle pantere” sospira il maestro. “Sono il sintomo di un Paese senza coraggio, senza futuro. L’unico rimpianto è di non essere rimasto in Francia o in Germania, dove ho trascorso la giovinezza dai 19 ai 25 anni. Purtroppo l’italiano è la mia lingua. Ma tornando sapevo che avrei sofferto molto, per tutta la vita”. A guardarlo non si direbbe. È bellissimo. “Merito della cura. Ho perso otto chili e alcuni milioni. Entrambe cose molto sane. Se gli italiani s’impoverissero un po’ e mangiassero meno… Ma dov’eravamo rimasti? Ah sì, i giovani. Che palle però fare il precettore. Vuole che parli dei giovani scrittori? È più divertente. C’è Baricco, bravo imitatore. Copia interi periodi a me e ad altri. È un po’ come le “Vuitton” made in Corea. Un altro interessante è Del Giudice. Ha preso il brevetto di pilota e sei mesi dopo ha scritto dei raccontini sull’aviazione, tenero. Un liceale. Tutti i ragazzi di provincia s’impongono di vivere un’esperienza per aver poi qualcosa da scrivere. E poi c’è la Tamaro, un fenomeno di totale, assoluta malafede italica. Non può neanche ammettere la sua omosessualità, sennò Famiglia Cristiana non le distribuisce i romanzetti rosa. Continuo?”. Ma no, lasciamo perdere. “Peccato, perché i giovani veri fanno molto meno ridere. Sono soltanto piccoli malinconici italiani, allevati da famigliole perdoniste. Non potrei mai innamorarmi di uno di loro. Intanto perché per conoscerne uno devi sorbirtene altri dieci, il branco. Poi, se va bene, lui ti presenta alla sua mamma. Perché l’italiano, anche omosessuale, scopa soltanto con l’assenso della madre, che poi è la vera destinataria dell’atto. Sfortunatamente conoscere i genitori dell’amato o dell’amata, in me, inibisce all’istante e per sempre qualsiasi impulso sessuale. Così, capisce, vivo in una castità di ritorno, temperata dai viaggi all’estero”. Persa la spinta della libido, rimarrebbe la missione pedagogica. Ma come tutti gli scrittori che hanno qualcosa da dire, Busi detesta l’idea di fare scuola. “Agli aspiranti scrittori non offro né consigli né aiuti. Se la cavino da soli, come ho fatto io. Ho orrore del mito di Pigmalione. Ma come. Crei una statua, le soffi dentro la vita e dopo te ne innamori pure. E poi? Che schifo. Preferisco un individuo in carne ed ossa che mi dice: sparisci, brutto frocio. Men che meno mi sogno di impartire consigli di vita. Lo lascio volentieri ai maestrini dalla penna rosa della nostra letteratura. L’arte non è pedagogica, non insegna nulla. Modifica la testa. L’unico consiglio che si può dare a un altro essere umano è: arrangiati”. Busi come si è arrangiato? “Sono scappato di casa a tredici anni e mezzo. Ero un lupo solitario, un ragazzo disturbato. Ma fino a vent’anni ero anch’io un italianetto furbastro, determinato dalle circostanze. Mi ha salvato la scrittura, che mi ha imposto un’etica. Non ho mai creduto alla schizofrenia tra azione e scrittura. Io sono un uomo di parola. Se non hai coraggio nella vita, se non sai resistere alle mediocri tentazioni, non scriverai mai nulla di buono. Per questa ragione, ad esempio, non ho mai rubato. Eppure ne avrei avuto tanto bisogno. A Parigi avevo fame e freddo. Un giorno ho conosciuto un ragazzo ricco, mi ha portato a casa sua. Uscendo ho visto un magnifico cappotto di cammello abbandonato su una poltrona. L’ho guardato a lungo e poi sono uscito di scatto”. Non bastasse il resto, Busi paga tutte le tasse. È la sua massima sfida al furbo conformismo nazionale. “Non manco uno solo degli estenuanti appuntamenti con lo Stato, l’Ici, l’Irpef, i bolli, le una tantum, i balzelli più idioti, perfino il canone Rai. Sono l’unico che conosco. Lo scandalo del paese, Montichiari. L’omosessualità me l’hanno perdonata, ma la renitenza all’evasione fiscale: mai. Con duecentosessanta milioni sono fra i primi cinque o dieci contribuenti della provincia di Brescia, l’area più ricca d’Europa. Da questo si capisce che l’Italia non ha avvenire”. Davvero nessuno spiraglio di luce? “Mi dà fiducia il governo Dini. È il primo governo italiano, a memoria d’uomo, che abbia mantenuto alla virgola le promesse. In un Paese che vota sull’onda emotiva dei sogni, delle illusioni, degli spot, non è poco. Ma ho paura che alle prossime elezioni rimontino in sella i cialtroni. Il livello della classe politica è disperante. E non sono affatto sicuro che sia anche colpa del popolo che li esprime”. Status symbol di sinistra. Sarà mica di sinistra? “Ho votato sempre pci ma non mi sono mai potuto iscrivere. È l’unica cosa che ho in comune con Pasolini. A lui hanno ritirato la tessera, a me non l’hanno data mai. Perché oltre a essere omosessuale, non ero cattolico. La sinistra italiana è fatta così, pavida, perbenista. Preferiscono beatificare scrittori come Tabucchi, una Liala che ha fatto l’università. O creare miti provinciali, alla Moretti. D’altra parte, quando si pensa che la linea culturale è affidata a un Veltroni, un mikebongiorno della politica, o alla coppia Rutelli, il sindaco di Roma e signora, con quell’aria da sci-sci de li castelli. Bene che vada, a Fofi, Cherchi e altri chierici. Forse, una sinistra in Italia non c’è nemmeno più. Esiste una destra becera, fascistoide e per contro una destra moderata, che va da Montanelli al pds, da Prodi a Cacciari. Il tutto all’insegna degli stessi status symbol: la barca di Occhetto e D’Alema, i cashmerini di Bertinotti che sembra uno del Rotary. Dettagli? Come ha detto Oscar Wilde, soltanto gli stolti non credono alle apparenze. La sinistra ha sulla coscienza il fenomeno Berlusconi. Ha il nemico che si merita, e lo mantiene in vita. Berlusconi è l’ultima, comica incarnazione del Padrone cui molti italiani aspirano da sempre. Si sa, un leader è di per sé un mediocre che l’ha messo in quel posto a tanti altri mediocri che non ce l’hanno fatta. Ma lui è speciale per quanto è scontato, con questa sua grottesca, offensiva pretesa di sedurre il prossimo. Io odio la seduzione, in ogni campo, e detesto che uno pensi che io sia così scemo da lasciarmi sedurre. Ma Berlusconi dev’essere convinto che tutti gli altri siano imbecilli e si comporta da vecchio charmeur. È la parodia di un cumenda brianzolo di quarant’anni fa, con la foto di Agnelli sul comodino. Una sopravvivenza, un fantasma legato a modelli superati. La sete di avere, l’istinto imperialista di annettere. Oggi il grand’uomo, l’uomo libero è colui che non possiede ma concede, condivide. Berlusconi è uno schiavo ricco. La libertà non sa nemmeno dove stia di casa. Soltanto con una sinistra come la nostra poteva vincere uno così. Per fortuna ci ha pensato Bossi. No, non sono leghista, figurarsi. Ma è l’unica novità in circolazione. Per un momento ho pensato che le cose sarebbero cambiate davvero, subito dopo Tangentopoli. Altrove sarebbe scoppiata la rivoluzione. Qui si è risolto tutto in uno show televisivo, con Di Pietro superstar. Per me lui non è mai stato un mito. Mi aspettavo che naufragasse in qualche storiella senza stile, com’è poi avvenuto. Non si diventa di colpo grandi. Chi era prima Di Pietro? Uno dei tanti magistrati accolti con sospetta deferenza nei salotti della furba borghesia nostrana. Borrelli e gli altri del pool, a loro credo. E infatti sono i veri obiettivi degli attacchi. Il colpo di spugna prima o poi arriverà, annunciato dalla solita fanfara di retorica, melodramma e demagogia. Del resto, dov’è il rinnovamento? Accendi la tv e vedi ancora il faccione di Marco Pannella, un mister Hyde che crede di essere ancora il dottor Jekyll. Un vecchio ripugnante che non vuole farla finita e si vende, per poter ancora lamentarsi che non lo intervistano, piagnucolare che non lo fanno ministro. E intorno ciabattano democristiani di ritorno, buttiglioni, casini, carulli fumagalli. Orrendi come i loro padrini. Esprimono il cibo che hanno ingurgitato, hanno gli occhi da triglia, puzzano di formaggino. Al posto di un ventenne, oggi, cercherei un lavoro in Australia”.

È uno dei pochi intellettuali italiani che abbia provato a fare televisione e non soltanto a usarla per vendersi, fingendo sommo disprezzo. Alcune sue felici, fiabesche comparsate da Costanzo o da Augias restano fra le poche cose memorabili di questi anni. Naturalmente quando ha deposto il boa di piume di struzzo e ha provato a fare sul serio si è scontrato con l’apparato di regime. “In tv è impossibile fare qualcosa di intelligente e realmente democratico. Non perché la tv sia naturaliter di destra, come dice Bobbio. Ma perché semplicemente è blindata da un potere fascistoide. L’ultima volta mi ha chiamato Raitre. C’è Spinosa piazzato da Berlusconi che dice di essere un mio ammiratore. Mi presentano a una riunione di dieci beoti ed espongo il mio progetto. Uno spazio di dieci minuti in diretta, intorno al Tg3, dove posso parlare di tutto. Di libri, di sesso?, domandano i beoti eccitati. Ma no, spiego, vorrei tenere un corso di educazione civica, una specie. Parlare di tasse, scuola, politica, dell’inutile esercito italiano che ci ruba trentamila miliardi all’anno, dei trucchi delle compagnie di assicurazioni, di come fare causa al datore di lavoro: la vita, insomma. Silenzio assoluto. Il consiglio è impietrito. Non ho sentito un refolo d’intelligenza vibrare in quell’aula. Poi, con mille scuse, mi hanno congedato. E a questa gente, agli idioti del villaggio globale, è consegnata la formazione delle masse. Contano più dei ministri della Pubblica istruzione. La missione è cancellare dal video ogni forma di cultura e riempire le ventiquattro ore di programmazione con giochini, il demenziale Bonolis, Pariette che straparlano di storia e altri sciagurati come quello lì, l’ecologista, il Celli, grazie al quale ho preso a odiare i fringuelli”. Prima o poi, si spera, arriverà “l’inevitabile reazione allo stupidario nazionale”. Nell’attesa, il rimedio è l’antico, ormai clandestino e ancora più sensuale piacere della lettura. “Leggere, leggere romanzi. Aiuta a sviluppare il sense of humour, indispensabile per sopravvivere di questi tempi. Serve a uscire da se stessi, dalla contemplazione del proprio ombelico, dall’ossessione per la piccola storia personale. Il sense of humour e il romanzo sono la stessa cosa. Non è un caso che in Italia manchino entrambi. Perché il grande oggetto di indagine del romanzo borghese è l’inestirpabile stupidità umana. Il resto è letteratura, o peggio retorica, sentimentalismo e altre porcherie. Perdite di tempo. Allora, molto meglio le letture politiche. Massì, un consiglio posso darlo. Ragazzi, è ora di leggere Karl Marx. Non è mai stato tanto attuale”.

 

Curzio Maltese