Pubblichiamo oggi, 23 novembre 2009, un’intervista a Aldo Busi a cura di Ivan Teobaldelli originariamente apparsa su Babilonia n. 56, maggio 1988, a pagine 12, 13 e 14.
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Gli “abusi” di Aldo Busi stanno diventando leggenda e nutrono i cosiddetti mass-media ricevendone il massimo dell’amplificazione. Non si registrava da tempo tanto parlare attorno ai libri ed ai gesti d’uno scrittore che in quattro anni si è imposto in patria e all’estero con rabbiosa fecondità (quattro romanzi tradotti in decine di lingue) e con livelli di vendita impensabili. Un fenomeno che nessun ufficio-stampa avrebbe mai potuto costruire e che nemmeno le provocazioni d’ostentata omosessualità, i giudici impietosi sui “colleghi”, il gusto della polemica, riescono esaurientemente a spiegare.
Ecco “il ritratto dell’autore” in una mite serata di marzo, a Milano, davanti a fave fresche e carciofi ripieni, generosamente disposto a insaporire la conversazione di aneddoti, scazzi e ribalderie.
Domanda: Con “Sodomie in corpo 11” sei primo in classifica nelle vendite. Non si può negare che riesci a scrivere e soprattutto a farti comprare e leggere…
Risposta: È vero. Sono profeta in patria e lascio ad altri la carta del vittimismo (è troppo facile credere di essere un genio semplicemente perché non si vendono i propri libri. Io trovo immorale che un libro non riesca nemmeno a pagarsi le spese di stampa). Io scrivo quello che voglio, non sono censurato né manipolato da editori, partiti, clan mafiosi letterari. Scrivo per urgenza, per necessità interna e la mia ambizione è di fare opere di letteratura al massimo livello dell’arte. Per questo gioco la mia immagine di uomo pubblico, perché il macellaio, la commessa, coartati dalla mia apparizione televisiva, si sentano costretti ad andare a comprare il libro. Preferisco che lo legga una parrucchiera, magari col vocabolario in mano perché abituata a Rakam o, a Grand Hotel, che Geno Pampaloni o qualsiasi altro addetto ai lavori. Io non disprezzo questi lettori come continua a fare quell’imbecille di Bene che chiama parvenus i suoi spettatori, e sono contento di aver strappato una fetta di mercato ai signorotti della letteratura come Sciascia e Moravia. Si sta formando una nuova coscienza di lettore. Chi legge i miei libri non può accontentarsi di Del Giudice o Tabucchi o Castellaneta o Kundera…
D: Ogni mezzo quindi è lecito…
R: Il mio atteggiamento propagandistico è incanalato a far sì che la gente si senta in colpa se non ha comprato e letto Aldo Busi. Io non provoco mai a casaccio. Ho sempre concepito la vita come diretta preparazione, come rappresentazione di me. È sempre stata una concertazione. In TV, ad esempio, quello che negli altri è istinto, volgarità istantanea, in me diventa calcolo. Io sono programmaticamente volgare e dimostro che posso essere cento volte più volgare di loro. C’è sempre in me questa volontà di potenza, diretta alla trivialità della vita. Io sono profondamente volgare (dal volgo), vernacolare. È falsa la convenzione che lo scrittore debba essere una professione borghese, che si possa scrivere nei ritagli di tempo, magari facendosi mantenere da un altro lavoro o da qualche musa ispiratrice… io ho scritto anche nella totale indigenza, durante la malattia, quando facevo le stagioni al mare, in scantinati dove si dormiva in trenta e c’era odore di merda e di stracchino e di bucce d’arancio buttate sulla piastra della stufa… io rappresento la speranza anche per l’ultimo dei disgraziati, perché se ce l’ho fatta io, che sono stato un mitomane, che ero così infelice, non sapendo che fare, mi facevo ogni tanto ricoverare negli ospedali, inventandomi delle malattie che poi arrivavano… uno come me era votato al manicomio (ora neanche quello, sarei per strada a prendere gli autobus con la sportina in mano, come le matte) oppure al suicidio. E poi fino a trent’anni a caccia di sesso; vivevo in funzione dell’eiaculazione allora (“Sodomie” è un sogno, non succederà più, non ritornerà mai più). Io ho scavato un’estetica della costrizione odiando tutto ciò che è emarginazione, detestando l’etichetta del poeta maledetto, del teppista. Mi sono inventato una diseducazione programmatica per essere fuori dai solchi tradizionali, dalle forme convenzionali dell’essere cittadino e intellettuale. L’ipocrisia degli altri mi esclude. La loro banalità non mi sta bene. Allora io le rifondo a mia immagine e somiglianza, le rivoluziono. Per questo mi reputo un individuo per bene: sono leale, onesto, non ho doppia vita né faccio doppi giochi. Di me ci si può fidare; sono puntuale nel lavoro, dico le cose in faccia e se sono gravi le dico soprattutto quando c’è molta gente per rendere impossibile la vendetta…
D: Come ad esempio a “Mixer cultura”.
R: Anche quello era un casino programmato. Intanto le condizioni: Minoli e Bagnasco (Arnaldo, conduttore televisivo, n.d.r.) che mi hanno garantito due milioni e mezzo sull’unghia e il posto di protagonista (altro che gettone di presenza e mesi d’attesa per il pagamento da parte della Rai!). Entro dopo dieci minuti di trasmissione, e subito è il patatrac. Bellezza si accorge di essere lì a fare tappezzeria, Almansi (Guido, critico letterario, NdR)… gli devo essere grato per tutta la pubblicità che mi fa… nasce una ribellione corale.
Io sono molto grato a costoro di essere caduti nella mia trappolina… perché è molto facile dimostrarsi raffinati e saputelli (io i riflessi li ho fin troppo pronti e calcolo anche la battuta infelice, che è indispensabile per non far mancare il ritmo), così dopo il mio discorso molto lucido su omosessualità e letteratura, accolto in religioso silenzio, Bellezza spara a freddo, dà del cretino a Leonardo Mondadori che ha l’unico difetto d’avergli pubblicato e tutti quanti tirano fuori la loro dose di piccineria e d’invidia, di frustrazione… con un’evidenza di cui sono stato molto soddisfatto. La trasmissione era tutta una volponaggine, preregistrata tre settimane prima… dovevi vedere alla fine della puntata, Minoli e Bagnasco facevano i salti alti così. Ora sui giornali fingono di fare i pentiti… ma in quale altro modo avrebbero triplicato la audience? L’ho visto dall’andamento delle vendite in libreria di “Sodomie”.
D: In quest’ultimo libro tu racconti l’erotismo diffuso tra gli uomini, come si guardano, si toccano. Ma senza ingentilire niente e ti concedi ai brutti, ai vecchi…
R: Nella vita non esistono solo i carini e gli istruiti. Quello che veramente vale la pena di vivere è la scoperta della bellezza dei brutti e degli stupidi. E dei volgari. Bisogna uscire dai cliché della bellezza greca, sublime… Tutto sommato sono rare le persone che rifiuto sessualmente. Quando mi infilo in un cesso con un partner, io lascio la porta socchiusa, anche se poi vedo lo smarrimento dell’altro se entra dentro un tipo alto un metro e venti… Per lo scrittore, non avere complessi di colpa è ancora più importante, perché deve essere libero di fronte alla scelta delle parole nella loro totalità. Se ne rifiuta alcune, non potrà mai giocare sui complessi di colpa dei personaggi. Io ho deciso che Dio non è quello che ha fatto il creato o ha stabilito il bene e il male. La Divinità è non avere sensi di colpa.
D: Purtroppo non è l’epoca giusta per vivere spudoratamente senza sensi di colpa, senza paure, con giocosità.
R: È vero. È finito il tempo in cui il ghetto era una grande possibilità. Oggi se vado in una discoteca gay, non sono mica tranquillo. In giro c’è gente pazza, butta le bombe, ammazza. Si rischia molto ad incontrare altre persone. In treno una ragazza, appena mi ha visto, si è seduta accanto. L’ho vista tirare un sospiro di sollievo in quel vagone completamente deserto. Di questa situazione sono dispiaciuto soprattutto per i giovani. I miei ottomila/novemila uomini, ormai, dalla vita non me li toglie nessuno. Se ripenso alla mia giovinezza a Parigi, coi bagni turchi che risalivano al barone Charlus, con uomini di tutti i ceti e le razze, dove l’ammucchiata rifluiva da un angolo all’altro, lambiva le docce, s’infilava nello sgabuzzino dove c’era una specie di melmetta sopra i muri che scivolava con te… e i ballerini che mi sono fatto, che begli uomini… ora davvero si scopa solo attraverso il preservativo e su dieci eiaculazioni otto me le procuro masturbandomi, cosa che a quarant’anni è una fatica boia… Sono tornato da poco dal Brasile. A Rio, città vitaiola e scatenata, i viados si sono uniti ai mendicanti. Li vedi in giro con le tette, la barba lunga, non lavorano più, sono diventati barboni. Li cacciano dalle favelas e uno squadrone della morte ogni settimana ne ammazza qualcuno. Tra Aids e miseria è diventato un pogrom.
D: Sei al corrente di questa guerra notturna tra i trans milanesi e i viados?
R: Sì, è una guerra tra poveri, è una questione di soldi che crea delle false moralità. Come in carcere, dove tutti sono delinquenti ma bisogna che uno sia peggio di tutti per essere considerato il colpevole.
Io credo che un sesso equivale a un altro sesso, un corpo all’altro. Mi è molto difficile mettermi nella situazione di chi rifiuta il suo corpo e ne desidera un altro. Non è il corpo che va cambiato per adeguarlo alla mente ma il contrario. Io sono un igienista e credo che non esiste qualcosa di meglio di quello che già è. Sottoporsi a un intervento di cambiamento vuol dire essere vittima e plagiati da un’idea di perfezione, di forma perfetta che esiste solo nella mitomania collettiva, nei giornali di moda, nelle false educazioni. La possibilità di giocare coi generi, maschile e femminile, all’interno della propria psiche è così sconfinata… che importanza ha se hai due tette e un cazzo? E poi gli uomini che vanno coi travestiti non sono abbastanza uomini da andare con un altro uomo. Lo sono a metà. È ridicolo immaginare un transessuale, che aspira alla donnità, andare poi con uno più checca di lui… Comunque io non voglio togliere a nessuno le sue chimere. Io preferisco l’azzeramento del genere, assumersi la banalità del proprio stato sessuale, così com’è. In me non scatta nemmeno il meccanismo dell’attivo/passivo, non c’è neppure l’aspirazione al maschio ideale. Io sono omosessuale perché odio gli uomini e non sono disposto a niente per un uomo. Su un piano di parità ammetto un certo gioco di riflessi, ma se mi dicono, mettiti così, fai questo, mi stufo subito perché odio i mitomani, i feticisti… Quello che per un momento mi lega a un uomo è l’immediatezza di arrivare a uno scambio meccanico libero da ogni sovrastruttura psichica. Io sono fiscale anche nel sesso. Non sono in giro a fare servizi e mentre sono capace di trasporti incredibili con la persona gentile, sono molto riservato con chi pretende da me delle proiezioni del suo senso di colpa.
D: Hai vissuto nella tua vita storie di coppia? ne vorresti avere qualcuna?
R: Per carità! Sono state sempre traumatiche, ho sempre incontrato uomini stupidi, meschini. Io non ho rapporti di conoscenza con gli uomini, solo rapporti sessuali.
Potrei stare insieme ad uno, solo se ha la sua casa, il suo lavoro e preferibilmente vive in un’altra città. Io non riesco ad avere trip erotici durevoli: mi affeziono e divento padre, zia, sorella e il sesso scompare. È una tragedia per l’altro. Comunque ho incontrato nella mia strada solo cretini e persone indegne, mentre ho trovato grandi amanti sul greto del fiume, dietro a un cespuglio.
D: A proposito di padri e sorelle… che rapporto hai con la famiglia?
R: Mio padre è morto nell’83. È stato meglio per lui morire prima del mio trionfo… era così invidioso delle mie capacità dialettiche, sono stato l’unico in famiglia a sfidarlo, lui grande grosso fascista… sei mesi prima di morire m’ha minacciato di uccidermi, con una scure… io mi sono difeso con una sedia. Fino a diciotto anni tutte le occasioni erano buone per pestarmi, finché non gli ho dato un pugno. Che orrore di padre! Chissà perché? Mi dispiace. Forse, se non avessi avuto un padre così, avrei avuto un rapporto più bello anche con gli uomini, non avrei portato tanto odio nei miei rapporti omosessuali. Con mia madre, viviamo insieme ma parliamo poco di quello che mi succede. Lei è analfabeta, non legge neanche i miei libri, ma mi sembra più tranquilla ora, che sa di avere un figlio celebre.
D: Ricordi quale è stato il primo libro letto sull’omosessualità…
R: Credo “La porta stretta” di Gide, e poi i classici “Il ritratto di Dorian Gray”, “Le amicizie particolari” di Peyrefitte (con quell’ambientazione però così borghese che me l’ha fatto un po’ detestare, come il “Maurice” di Forster: figurati se il guardia-caccia ed il rampollo dell’alta borghesia riescono a perdere i loro pregiudizi per stare insieme…). Non amo Kavafis, è troppo mellifluo e sentimentale e poi detesto i vecchi che esaltano i ragazzini senza vedere la miseria della marchetta, della baracca…
D: Ma se abitava sopra un bordello e li pagava, li inseguiva nelle osterie…
R: Detesto l’elegia, quel tu che appena individuo come un referente personale all’interno di una poesia mi fa smettere di leggerla. E poi adopera temi così smaccatamente omosessuali che mi ricordano quelli dell’evaso, del delinquente di Genet, di cui, io, mai avrei pubblicato una riga… perché mi stanno sul cazzo tutte queste mitizzazioni del maschio. Per me i poeti sono Emily Dickinson, Byron, Milton… mentre detesto ferocemente i racconti, la poesia di Roboni, Porta, Cucchi…
D: Che rapporti stabilisci coi tuoi lettori?
R: Ce ne sono almeno quindici con cui ho una fitta corrispondenza, ma mi rifiuto di vederli. Solo un ragazzo… è una storia che merita d’essere raccontata.
Si fa vivo per telefono: è uno studente di una città del Veneto che si vuole laureare con una tesi su Aldo Busi. “Si arrangi. La faccia, ma io non voglio vederla perché lei non può trovare in me qualcosa che non ha già trovato nei miei libri” rispondo molto formalmente.
Poi mi convinco ad un appuntamento. Alla stazione di Desenzano; ho solo tre quarti d’ora di tempo. Mi si presenta un gigante alto come questa porta, tipo sciatore, un po’ di barba, le efelidi, con un sorriso… sai come sono belli gli uomini che sanno sorridere… radioso. Aveva letto tutti i miei libri: ne parliamo, è impacciato e molto timido. Il tempo passa, il pomeriggio vola, arrivano le 19.00. Ancora chiacchiere e decido di invitarlo a cena.
“Diamoci del tu!”; lui non ci riesce.
Lo scarrozzo in giro in macchina, e mentre cambio marcia gli sfioro la mano, gliela prendo, lui stringe con forza e non me la molla più. Gli passo allora un braccio sopra la spalla, lui continua a sorridermi, accosto la bocca e lo bacio. Lui subisce, io ho una lingua perforante che va dappertutto, cavità, gengive, carie, gola, s’infila su per le orecchie… lui ha il respiro un po’ affannato. Allora per sdrammatizzare, per dimostrare che non ripudio i luoghi della disperazione canonizzata, lo porto al Carnaby (è una discoteca gay e potrebbe sembrare lo sbaglio più grosso che possa fare quando tutto è a portata di mano), invece lui si comporta molto bene, non sfotte l’ambiente, continua a sorridere. Allora lo porto fuori in camporella, mano nella mano, in un bello spiazzo, mi sdraio, tiro fuori l’uccello, glielo metto in mano (ha dei movimenti impacciati). Faccio lo stesso col suo che non gli tira, gli prendo la testa tra le mani, l’abbasso e me lo faccio succhiare.
Dopo un po’ in cui lui continua a non provare reazione, lo giro, gli sfilo i pantaloni (lui lascia fare), gli lecco il buco del culo, lo metto sopra la panchina di pietra e comincio a penetrarlo piano piano. Lui fa smorfie tremende e nel momento in cui affondo e comincio a muovermi, lancia un grido e fa: “Sa, mi scusi, ma io non sono omosessuale!!!”. Poveretto, non l’aveva mai fatto e nemmeno l’aveva desiderato. Così, da gentiluomo, non mi restò che tirarglielo fuori e interrompere immediatamente.
E bravo Busi! La délicatesse provoca uno scoppio di grande ilarità. È l’ultimo bicchiere di Teroldego: l’aspetta il treno per Parigi, ci sono le sfilate di moda viste attraverso i tic e il grottesco degli spettatori. Mentre rigiro il nastro che ha catturato la chiacchierata, apro “Sodomie” e rileggo:
“Io di me scrittore sapevo confusamente solo una cosa: non volevo, no e poi no, diventare uno scrittore omosessuale, ma, come dire, uno scrittore vero, cioè uno scrittore. È possibile, in retrospettiva, azzardare che mi sono risolto a vivere la mia omosessualità in pompa magna e con grancassa proprio per evitare l’errore di farne il tema, la tesi souhaitable della mia letteratura, il che è stato anche un tributo di grande rispetto per la mia omosessualità reale. Non si può delegare il buco del culo a nient’altro che a sé stesso: liberandolo nella vita e sciogliendolo dalla parola affinché si divertisse in pure imprese di sé, non l’ho condensato in una griglia linguistica per riscattarne l’invivibilità che non c’è stata. Come premio mi sono ritrovato finalmente faccia a faccia con il tema per eccellenza della lingua: la lingua.”